VERONA / Fornivano ad extracomunitari false buste paga
ed assunzioni per garantire loro i permessi di soggiorno
Tre arresti e 19 denunce, ma l’inchiesta è destinata
ad allargarsi a tutta Italia
Operazione della squadra mobile e dell’ufficio immigrazione della questura di Verona, che hanno sgominato un’organizzazione accusata di aver fornito ad extracomunitari false buste paga, false denunce dei redditi, false posizioni previdenziali e false assunzioni. Tre le persone raggiunte da un provvedimento restrittivo, mentre altre 19 sono state denunciate a vario titolo. L’operazione di polizia, coordinata dalla procura scaligera, è scattata alle prime ore di ieri, con perquisizioni nel Veronese e nel Vicentino. L’indagine ha preso le mosse nel 2001, ed ha permesso di accertare che l’organizzazione avrebbe fornito agli immigrati una falsa posizione di lavoro, corredata dei documenti necessari, per potere così ottenere il rilascio o il rinnovo del permesso di soggiorno. Dagli accertamenti, sono state trovate finora posizioni irregolari di 150 extracomunitari. Il fenomeno sarebbe molto più vasto se si considera che sono migliaia i fascicoli intestati a immigrati che hanno chiesto di regolare la loro posizione in Italia e ci vorranno mesi prima che il lavoro sia completo. Nell’inchiesta sono coinvolte 17 tra società, ditte e cooperative commerciali, alcune inesistenti, altre in fase di fallimento o di comodo... Tra i 19 denunciati figura un legale, G.Q.(74), tuttora in attività, la cui abitazione e studio professionale sono stati perquisiti dalla polizia. Il suo nome è emerso analizzando la documentazione sequestrata dalla quale risulterebbe abbia ospitato in un’abitazione, di cui sarebbe cointestatario, un centinaio di immigrati nello stesso periodo. Per i tre arrestati e i 19 denunciati l’accusa è di associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento della permanenza di immigrati clandestini, nonchè falso materiale e ideologico. Gli extracomunitari avrebbero pagato all’organizzazione dai 500 ai 1.500 euro per ogni documentazione necessaria per chiedere il rinnovo o il permesso di soggiorno. Alla scoperta si è arrivati attraverso le verifiche dell’ufficio immigrazione sulla falsa documentazione presentata dagli extracomunitari: intercettazioni telefoniche su utenze in uso agli indagati hanno poi permesso d di ricostruire i passaggi delle falsificazioni, e i diversi ruoli all’interno dell’organizzazione.
Si scopriva così che per alcuni rinnovi di permesso di soggiorno, o richieste di regolarizzazione le aziende risultanti dai documenti erano fallite in date precedenti alle stesse presunte assunzioni, se non addirittura inesistenti o predisposte ad arte proprio per il conseguimento del rilascio illegittimo di un permesso di soggiorno. L’inchiesta veronese sui falsi permessi di soggiorno scopre una pentola dai risvolti imprevedibili: si tratta di un primo filone, al quale ne seguiranno altri. Parola d’ordine negli ambienti investigativi, visto il rischio di inquinamento delle prove, è «massimo riserbo». Ma è ormai evidente che l’inchiesta interessa anche altre regioni, in particolare nel sud d’Italia. Quello che gli investigatori stanno cercando di ricostruire, attraverso l’ingente materiale sequestrato, è un percorso preciso che accompagna gli extracomunitari dal reclutamento al falso permesso.
Molte le domande ancora aperte, prima fra tutte la dominanza di nordafricani caduti nella rete dei falsi permessi, soprattutto nigeriani. Ad insospettire gli ambienti investigativi sono anche le origini e i legami di due degli indagati con aree considerate di “primo arrivo” degli extracomunitari, proprio africani, come la Sicilia e la Campania. «Sicuramente -spiega il commissario capo della questura di Verona Luigi Altamura - l'organizzazione si avvale di collettori, di “capomaglia” per il reclutamento degli immigrati». Secondo Altamura, l’inchiesta è solo «un primo passo che porta comunque alla luce, per la prima volta in Italia una organizzazione articolata nella quale sono coinvolti anche professionisti, dai commercialisti agli avvocati». La difficoltà consiste nel dover verificare singolarmente ogni pratica, ogni certificato, risalendo agli autori di autorizzazioni timbri e firme. Ci si interroga intanto su come abbia potuto non destare alcun sospetto la domiciliazione di circa 100 immigrati, contemporaneamente in una stessa abitazione. In alcuni casi le irregolarità coinvolgerebbero anche certificazioni di residenza, che ad un esame più attento avrebbero potuto far scattare l'allarme. Molti degli indagati sarebbero caduti nella rete pagando, ma senza rendersi conto della gravità dell’illecito, o addirittura inconsapevolmente. Davanti alla figura di un “avvocato” gli extracomunitari avrebbero creduto di pagare il costo della pratica, o la velocizzazione della stessa.