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    Predefinito Le Lingue Locali Verso La Rinascita

    Successo per il convegno tenutosi domenica a Bergamo
    di Andrea Rognoni

    È stato il cantautore Luciano Ravasio, responsabile di una rubrica molto letta in passato sull’Eco di Bergamo, “Dighet delbù?” (ora i pezzi sono raccolti in un bel libro) ad introdurre la serie degli interventi che hanno caratterizzato il pomeriggio di domenica scorsa all’Hotel San Marco di Bergamo, dopo un breve saluto di Francio Colleoni, protagonista di tante battaglie politiche a favore dell’identità bergamasca. La riflessione del Ravasio, da anni impegnato nel recupero della tradizione popolare, si è imperniata proprio sul rapporto tra cultura dotta e cultura popolare come matrici concorrenziali nel rilancio della lingua locale. Si tratta comunque di una polemica piuttosto datata, se è vero come è vero che già in epoca protomoderna qualche accademico si chiedeva, in Lombardia orientale, se era davvero possibile scrivere un bel sonetto in bergamasco a fronte delle magnificenze stilistiche della poesia in lingua italiana. Un antico pregiudizio - ha ribadito il Ravasio - che parte da Dante ed arriva ai giorni nostri. Secondo lui , peraltro, l’insegnamento nelle scuole potrebbe significare per il dialetto una sorta di codificazione da “giardino zoologico”. Di qui un’accesa polemica verbale, in stretto idioma orobico, tra il bravo moderatore Giancarlo Giavazzi, convinto assertore dell’introduzione della cultura dialettale nelle scuole primarie secondo un ben preciso curricolo (“I bambini devono apprendere fin dalla tenerissima età il nostro idioma proprio per non sentirlo da adulti come un elemento estraneo da emarginare senza pietà”), e lo stesso Ravasio, più scettico e propenso a ridar fiato alla lingua di Gambirasio attraverso poesia e musica libere da ogni vincolo didattico ed accademico (molto positivo tra l’altro, a tal proposito, il lavoro di Van des Sfross, da lui giudicato grande modello da imitare). Ecco allora profilarsi secondo Luciano la nascita di una “éta noa” nel senso di Vita nuova di dantesca memoria, dopo la fine della società agropastorale: il bergamasco, anche quello delle valli, dovrà adeguarsi alle esigenze del Terzo Millennio, dando luogo ad una nuova forma di letteratura ed arte in grado di attrarre anche gli assopiti e conformistici giovani d’oggi. Non dovrà cioè più consistere in un recupero nostalgico ma in un rilancio realmente creativo in grado di dimostrare, come suggerivano docenti del calibro di Guido Bezzola o letterati come Alessandro Gavazzeni, che il cosiddetto dialetto rappresenta in realtà un vero e proprio “codice dell’anima”. Dopo un’ulteriore osservazione di Giavazzi sulla necessità di non dare una patina troppo dotta a questa pur auspicabile vita nuova dell’identità orobica ed un primo breve intervento del poeta Umberto Zanetti che ha ricordato che fino a mezzo secolo fa gli insegnanti di greco e latino si vantavano si vantavano di parlare correttamente anche il bergamasco o il trevigliese, è stata la volta del Duca Agazzi di Piazza Pontida, che ha illustrato la storia dell’istituzione filologica che presiede attualmente. Ha ammesso che il Ducato ha vissuto dei momenti davvero tristi, pena il rischio di chiudere i battenti, nel corso degli anni Cinquanta, quando la corsa al “new italic” del boom economico e della televisione sembrava calpestare ogni residuo dialettale. Gli anni ottanta e Novanta hanno visto invece un recupero delle tradizioni e il Ducato ha potuto così coltivare due direzioni specifiche di ricerca: l’aspetto glottologico (sono usciti anche importanti opere di consultazione come il recentissimo Dizionario Italiano-bergamasco di Francia e Gambarini) da una parte e il dibattito sulle autonomie locali dall’altro, che ha partorito tra l’altro il nuovo statuto del Ducato Stesso. La principale pubblicazione periodica dell’associazione, il bel quindicinale Giopì , ha tenuto negli ultimi tempi un interessante posizione di apertura al plurilinguismo (italiano, bergamasco, altre lingue locali di tutta Italia) che ha trovato largo consenso anche attraverso l’organizzazione ducale del concorso di poesia dialettale con partecipanti di ogni parte d’Italia. A tal proposito l’Agazzi ha sottolineato la plausibilità di un progetto che , in questo momento storico particolarmente delicato, valorizzi tutti i cosiddetti dialetti e le rispettive letterature con uguale interesse e dignità, senza sospetti di xenofobia che potrebbero finire col danneggiare lo stesso fondamentale obiettivo di pieno rilancio delle lingue lombarde e padane. Di particolare intensità è risultata poi la lunga relazione di Umberto Zanetti. Occorre per lui superare la maliziosa dicotomia tra lingua e dialetto che ha caratterizzato pubblicistica e filologia dall’unità d’Italia ad oggi. Si tratta per Zanetti di due codici complementari che devono continuare a vivere ed educare con pari meriti e ruoli. Il cosiddetto dialetto nasce infatti dallo stesso latino parlato e il fatto che una parlata neolatina come il toscano abbia vinto su tutte le altre non autorizza affatto a proclamare una scempiaggine come quella diffusa da certi accademici che tende a far passar i dialetti come versioni particolari o varianti della lingua italiana. Si tratta appunto invece di nobilissime lingue romanze a fondo celtico rampollate da radici antichissime. Di notevolissimo spessore culturale la storia linguistica della Padania raccontata dallo Zanetti, con attenzione anche al ruolo giocato dall’economia curtense nel Medioevo. Dopo un revival di ispirazione estetica in epoca barocca furono nel Settecento gli illuministi i più biechi affossatori della cultura dialettale e locale. Il disprezzo di Voltaire e compagni nei confronti del popolo si trasfuse poi nella politica napoleonica («è ora che la Tv non faccia andare più in onda apologie del truce Nano Corso», ha tuonato il poeta), responsabile del più sistematico ladrocinio nei confronti delle identità popolari lombarde. Successivamente sarebbe stata la Massoneria la principale responsabile dello radicamento operato in Padania e a Bergamo. Il battesimo da essa tenuto di tricolore e Unità ha finito col partorire un’Italia davvero grezza nel suo diffuso pregiudizio contro le realtà locali, unico vero patrimonio della vita sociale e culturale. L’ultimo colpo alla bergamaschità è arrivato dalla pseudocultura della globalizzazione e della multirazzialità. In conclusione per Zanetti occorre cambiare mentalità, combattendo senza timore la cultura ufficiale, scendere in piazza, come è stato fatto a Bergamo la scorsa estate, a difendere le inaudite offese contro chiari riferimenti identitari come la cartellonistica stradale in toponomastica locale. Il sottoscritto, in qualità di Coordinatore del Centro delle Lingue, letterature e Storie della Lombardia, è intervenuto alla fine del caloroso applauso seguito alle parole di Zanetti, per illustrare lo “stato dell’arte” dell’istituzione bustocca. Dopo una breve cronaca dell’anno e mezzo del Centro, caratterizzato da un fitto rapporto di contatti ed incontri di coordinamento e documentazione sulle attività degli enti locali lombardi a favore del rilancio delle nostre lingue e dalla preparazione del Lessico Lombardo (che presto uscirà negli Oscar Mondadori) assieme ai collaboratori dell’apposito comitato scientifico che hanno portato la loro esperienza lessicografica per le tredici provincie (undici più Crema e Monza, in fieri), ho illustrato la composizione bibliografica della Biblioteca di Busto (curata dal dottor Umberto Lanterna), che può vantare ormai più di duemila titoli di storia, arte, letteratura e linguistica delle varie zone della nostra regione, strumento inedito (molti titoli non sono reperibili in libreria) che permetterà ad ogni studioso che ne farà richiesta di approfondire i suoi studi di “lombardistica”. Quanto alle prospettive future ho indicato al folto pubblico bergamasco le altre opere in cantiere del Corpus linguistico-letterario lombardo e l’ispirazione demoantropologica che guida il nostro operato in vista di importanti convegni che stiamo organizzando, uno dei quali in collaborazione con l’Idevv di Sondrio. Un accenno infine, da parte mia, allo sforzo di divulgare quanto stiamo facendo anche nelle scuole statali (stanno uscendo a tal proposito dei manuali di cultura per ogni provincia a cura di un comitato scientifico promosso dall’Assessorato regionale alle Culture e coordinato dall’associazione bergamasca News). La proficua giornata è stata conclusa dal magistrale ed attesissimo intervento di Ettore Albertoni, che ha illustrato quanto la Regione Lombardia sta facendo a favore dell’identità bergamasca e lombarda e come la stessa Rai, di cui il professore è Membro Anziano del Consiglio di Amministrazione, abbia impostato un nuovo corso ispirato al vero federalismo culturale, in barba ai retaggi romanocentrici ancora molto forti (i frutti si vedranno meglio in autunno ma significativi sintomi di rinnovamento sono presenti in trasmissioni come “Italia che vai” e “Amore Mio”: come non commuoversi di fronte alla poesia romagnola recitata sabato sera dalla Colombari?).
    L’impegno della Regione si traduce ogni settimana in una notevole quantità di iniziative, destinate a ridare fiato anche alle culture locali apparentemente più isolate (è il caso ad esempi del lancio del dizionario dialettale di Bagolino in provincia di Brescia). Nel giro di qualche anno verranno promosse anche pubblicazioni più agili e divulgative in cui un ruolo notevole verrà dato alle canzoni popolari. Gli interventi entusiasti del folto pubblico, durante il dibattito finale, hanno sottolineato il consenso della città orobica nei riguardi della fatica davvero “rivoluzionaria” portata avanti dall’assessore alle Culture della regione Lombardia.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    La éta nöa di nòste lèngue
    di Giancarlo Giaàss de Bèrghem
    Moderatore del Convegno

    Il convegno di domenica ha posto l’accento sulla
    riscoperta e il rilancio delle lingue locali come risposta politica, culturale e sociale ai deleteri fenomeni di spaesamento e sradicamento operati da quel potente rullo compressore che è la globalizzazione economica e finanziaria, col rischio sempre più elevato di un pericoloso declino civile, etico e culturale delle nostre aree padane.
    Davanti a un pubblico attento e numeroso (reso ancora più numeroso dal collegamento in diretta di due ore con Radio Padania Libera e garantito dall’impegno dei Giovani Padani di Bergamo) hanno preso la parola coloro che più di tutti, qui a Bergamo, sono in prima linea nella difesa e nella promozione della cultura, della storia, delle tradizioni e della lingua bergamasca, elementi imprescindibili per una reale conoscenza della propria identità e del proprio radicamento sul territorio.
    Luciano Ravasio, autore dell’ultima importante iniziativa editoriale diffusa capillarmente su tutta la provincia di Bergamo e intitolata “Dìghet delbù?”, con ben trenta fascicoli distribuiti nelle edicole e contenenti i più significativi lemmi bergamaschi, ci ha raccontato, nella sua duplice veste di insegnante di lettere nella scuola di Stato e di studioso e cantautore in bergamasco, il crollo, a suo giudizio irreversibile, del Reame di Gioppino, cioè di quel mondo popolare, così concreto e reale almeno fino a cinquant’anni fa, e che proprio in nome di un presunto progresso culturale italiano è stato demolito pezzo a pezzo, svilendolo e irridendolo (“Quando ero piccolo a scuola mi dicevano di non parlare bergamasco perché chi lo faceva era un ignorante e si doveva vergognare; ed io non capivo perché la lingua che usavano i miei genitori, che erano brave persone, doveva essere trattata in quella maniera”.).
    Bruno Agazzi, Duca Lìber Prim del Ducato di Piazza Pontida, ha invece tracciato un rapido bilancio dei quasi ottant’anni di attività del noto sodalizio culturale bergamasco, da sempre tutore del carattere e delle tradizioni orobiche, e aperto negli ultimi tempi alla valorizzazione anche degli altri “dialetti” dello Stato italiano. In questa chiave di valorizzazione di tutte le varianti locali Agazzi ha sostenuto con vigore l’opportunità di trasmettere a tutte le nuove generazioni la conoscenza della storia e della cultura locale, auspicando l’inserimento nei programmi scolastici nazionali di un effettivo trilinguismo (lingua locale-italiano-inglese).
    Una vera e propria ovazione è salita dalla platea a conclusione dell’intervento dotto e appassionato di Umberto Zanetti (di cui è apparsa di recente una intervista sul nostro quotidiano), il quale con puntualità e ricchezza di argomentazioni ha affrontato il tema della differenza tra una lingua e un dialetto, smascherando una volta per tutte il “lavoro sporco” di annientamento culturale operato per centoquarant’anni dall’intellighenzia italiana razzista e centralista. Questa classe intellettuale, di stampo giacobino-napoleonico, ha voluto far credere nei libri di scuola o negli articoli à la page, con vere e proprie mistificazioni storiche, che le nostre lingue locali (dialetti) deriverebbero dallo storpiamento di vocaboli italiani prodotto dal parlare rozzo e volgare dei contadini e dei commercianti e degli appartenenti a tutte le classi sociali che nel passato componevano le nostre società e patrie pre-unitarie.
    Oggi finalmente, grazie anche ad una nuova consapevolezza e da voci di libertà che riecheggiano forti dalle onde di Radio Padania Libera, è giunto il momento di riappropriarci delle nostre vere identità, così come ci chiede l’Europa democratica e federalista della Carta europea delle lingue regionali o minoritarie, e contrapporci alla colonizzazione culturale di cui siamo da troppo tempo vittime.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

 

 

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