Interviste.
Incontro con lo scrittore di Siligo, autore di “Padre Padrone”
Gavino Ledda, lupo solitario della letteratura sarda
Un visionario che campa con poco: «Non mi interesso dei soldi, sono un artista e tale voglio rimanere»
Un lupo solitario della letteratura italiana. Un visionario che campa con poco. Gavino Ledda da cinque anni vive con i mille euro al mese che gli assegna la Legge Bacchelli, la norma varata dallo stato italiano per soccorrere in qualche modo in qualche modo gli scrittori (anziani) che vivono in condizioni disagiate. A Gavino Ledda (65 anni) non sembra essere rimasto molto dell’enorme successo editoriale che nel 1975 accompagnò il suo Padre padrone. Racconta la storia di un pastorello e del suo rapporto con un padre severo fino alla violenza. Il libro diventò un modello per capire i rapporti ancestrali nella Sardegna più antica e profonda. E permise a un pastore analfabeta di diventare scrittore con la sua sola forza di volontà. Per trasformarsi poi in un professore di linguistica all’università di Sassari.
«Un incarico che ho dovuto abbandonare. Era insostenibile con la mia condizione».
Perché?
«Avrei dovuto smettere di inseguire l’arte».
Gavino Ledda vive sempre a Siligo, tra suoi boschi, i suoi ruscelli e la sua natura. I soldi e il successo non sembrano interessargli, anche se all’estero - in Francia, in Germania, in Olanda, sfogliare le pagine Internet dedicate a lui per credere - il suo percorso continua ad essere raccontato come un mito moderno.
Ledda si considera un ricercatore puro. Merce rara in una Sardegna che innovazione e ricerca - argomenti di cui parleremo anche nei prossimi giorni sentendo altri protagonisti - sembra averle abbandonate. E che anche quando le mette in cantiere, spesso dopo anni lascia tutto a metà. Sprecando soldi e intelligenze.
«Lei - dice Ledda - parla di innovazione e ricerca. Da linguista mi sembra più giusto invertire i termini. Non c’è innovazione senza ricerca, senza un’indagine, un approfondimento dell’ambiente in cui si vive, o comunque in cui si canta, si gioca, si piange».
In che cosa consiste oggi il lavoro del suo campo di ricerca nella glottologia?
«Glottologia è una parola molto bella ma riguarda le lingue classiche. Direi che io sono soprattutto un linguista. Da vent’anni in qua mi sono arrogato il diritto e il compito di superare la convenzione aristotelica. Cioè la lingua come mera convenzione. La lingua non serve solo a comunicare, sarebbe troppo facile se la parola e la scrittura servissero solo a questo».
«Così come lo scalpello di Michelangelo non comunicava soltanto ma dava forma all’arte, così parola e scrittura debbono tendere all’artificazione. Credo che nell’antichità gli uomini come specie siano stati soprattutto artisti. Poi è nata la politica e poi la scienza. Queste tre parole, o meglio, queste attività dell’animo umano, non possono collidere. Qualora avvenisse si annullerebbero a vicenda. Solo la politica con l’arte del compromesso potrebbe salvarsi. le altre due verrebbero sconfitte».
Ha scritto un libro che ha valicato il mondo ottenendo un enorme successo. Cosa le è rimasto dell’esperienza di “Padre Padrone”?
«Ho raccontato la mia vita e non solo la mia, dai cinque anni ai venti. Ma quel che più conta, ho imparato ad amare e padroneggiare la scrittura e la parola. In Padre padrone ho raccontato l’esperienza del pastore e l’ho fatto dall’interno dell’ovile. Non era mai stato fatto prima. L’avevano narrata altri (tra i più grandi Omero, Esiodo, Virgilio) ma erano non pastori. La gola e la mente del pastore non avevano mai parlato con la propria voce».
Nonostante il grande successo, i proventi del libro non l’hanno reso autonomo economicamente. So che le hanno dato il vitalizio previsto dalla Legge Bacchelli.
«Forse avrei anche potuto inseguire il successo della letteratura. Però sono anche uno scienziato. Ho sempre cercato di andar dietro agli esperimenti e gli esperimenti economicamente non rendono».
«Che vuol farci sono nato così. So che il fanciullo descritto dal mio libro ancora non è stato capito. È il tempo del minore, il suo respiro. Un invito al padre padrone, agli adulti, perché nei bambini rispettino il tempo della natura, le varie fasi della loro natura. Il mio libro è stato capito dalla parte di Abramo (mio padre) ma poco da quella di Gavino (il fanciullo). E poi la gente si appaga facilmente. Si è laureato in glottologia, dice, ormai è affermato».
«Invece la mia ricerca e forse la mia grandezza è di aver tentato di far capire che studiare il tempo del minore è fondamentale, per poter essere poi un adulto giusto e consapevole»
Un tempo erano i giovani che spingevano gli esperimenti della vita. Oggi l’appiattimento sembra venire proprio da loro. Mancano i maestri?
«Vero, l’omologazione sembra aver preso il sopravvento. Quando nasciamo non è vero che siamo tutti uguali. Ecco perché l’omologazione è una tragedia. Io penso d’esser stato fortunato, perché ho avuto la scuola dell’acqua e della natura e penso di essermi salvato dall’appiattimento».
Quando le hanno assegnato il vitalizio della Bacchelli?
«Penso nel 1997, e debbo dire di esser grato allo Stato italiano. Io non ho chiesto niente. Hanno capito che vivevo in condizioni disagiate. Praticamente ero alla fame. Amici di cui non vorrei fare il nome mi hanno aiutato in modo che potessi continuare a studiare. Non si tratta di una grossa cifra, due milioni al mese, mille euro. Ma ci campo, campicchio».
Lei insegnava all’università.
«Non potevo più farlo, ho rinunciato. Avessi continuato ad insegnare non avrei potuto inseguire l’arte come volevo. Come le dicevo prima, arte politica e scienza sono tre creazioni indispensabili all’anima ma secondo me non possono convivere. Per fortuna penso che alla fine vincerà l’arte e riuscirà a salvarci dall’appiattimento. Arriveranno un nuovo Leonardo e un nuovo mondo».
Ha un’incrollabile fiducia nel futuro. Proprio quando soffiano venti di guerra.
«Sono stato educato dagli elementi, non posso essere che fiducioso nel corso della natura».
Come spiega che nonostante la sua fiducia la Sardegna non riesca a fare decollare i suoi progetti? Eppure sarebbe un ambiente ideale, grandi spazi, buon clima...
«Perché l’arte collide con la politica e con la scienza. E al primo posto ormai vengono messi i soldi, sempre e solo i soldi. Io non mi interesso ai soldi. Sono un artista e tale voglio rimanere».
Ma è ormai diventato una sorta di lupo solitario anche all’interno della letteratura.«Che male c’è? Del resto il lupo è il padre del cane. Lupo solitario è una definizione che mi va proprio bene».
Marco Manca




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