Sud America. L’economia al tempo della crisi
di Valeria Del Genio

Cresce, ma di poco, l’indice di libertà economica nei paesi dell’America Latina. I dati elaborati dalla Heritage Foundation e dal Wall Street Journal evidenziano che, delle ventisei nazioni dell’area latino-americana e caraibica, undici mostrano una performance migliore rispetto al 2002, mentre per dieci prevale un netto peggioramento. Forte intervento dello Stato nell’economia, eccessiva dimensione delle pratiche di regolazione amministrativa dei mercati, ridotta tutela dei diritti di proprietà e un sistema giudiziario scarsamente affidabile sono le caratteristiche comuni dei paesi del sub continente che stentano a intraprendere un cammino virtuoso verso la liberalizzazione delle proprie strutture economiche. Perde lo status di paese “libero”, unico dell’area, il Cile mentre prosegue lo scivolone iniziato lo scorso anno El Salvador. A questi risultati si aggiunge la performance dell’Argentina che primeggia addirittura a livello mondiale nella classifica dei paesi che hanno sperimentato il più forte declino, seguita da Ungheria, Sri Lanka, Zambia, Ruanda e Nigeria. Su una scala che va da 1 (il massimo) a 5 (il minimo), lo scorso anno il punteggio dell’Argentina era 2,5, quest’anno è 2,95. Il Report dell’Heritage commenta che, nonostante l’urgenza di riforme radicali, “l’obiettivo principale del governo rimane la possibilità di ottenere una quantità sempre maggiore di fondi dagli organismi internazionali”. Con l’effetto netto che l’economia argentina ha fatto notevoli passi indietro, tornando alle caratteristiche di chiusura che l’avevano contraddistinta negli anni Ottanta. Semaforo rosso per quanto riguarda le forti restrizioni alle attività bancarie e le barriere erette verso i flussi di capitale e investimenti stranieri, ma anche per l’elevato livello di protezionismo nei confronti dei paesi extra area Mercosur, per la dilagante violazione dei diritti di proprietà e per un sistema giudiziario in cui non crede oltre l’ottanta per cento della popolazione. Per ciascuno di questi indicatori il voto conseguito è pari a 4.

Ancora più elevato il punteggio attribuito al Venezuela che si attesta a 3,5. La politica del presidente Chavez - sostengono i commentatori dell’Heritage - è andata ben al di là delle aspettative pre-elettorali. A tradirlo sono stati la demagogia, il populismo, l'involuzione autoritaria del suo governo che ha portato il paese ad una forte crisi politica e ad altrettanto forti tensioni sociali. Il report dà come voto 4 a sei variabili su dieci: politiche commerciali, politica monetaria, salari e prezzi, diritti di proprietà, regolazione e mercato nero. In controtendenza si posizionano, invece, Nicaragua e Brasile che passano da un punteggio, rispettivamente, di 3,15 e 3,10 a un punteggio pari a 3: si tratta in entrambi i casi di un valore che pone queste due nazioni a cavallo tra i paesi “prevalentemente non liberi” e i “paesi prevalentemente liberi”. Ad impedire di oltrepassare la linea di confine contribuiscono, in particolare nel caso del Brasile, un protezionismo ben radicato, l’ingerenza del settore pubblico dell’economia, l’esistenza di una economia sommersa tra le più elevate al mondo, un sistema giuridico debole e instabile.

L’economia brasiliana è comunque considerata la più importante del sub continente. L’indice 2003 è stato elaborato prima che si conoscessero i risultati elettorali delle elezioni presidenziali di fine anno. Il quadro politico incide, infatti, in maniera decisiva su quello economico e le prospettive per il futuro della nazione sono fortemente condizionate dalla politica che il nuovo presidente Luiz Inacio “Lula”, leader del Partito dei lavoratori, porterà avanti nei prossimi anni. In un paese che ha conquistato la stabilizzazione dell’economia ma che continua a dibattersi tra alti tassi di interessi e rigidi obiettivi fiscali, sotto un prestito del Fondo monetario pari a 30 milioni di dollari, e che continua ad avere gravissimi problemi sociali e una distribuzione del reddito tra le peggiori del mondo, è necessario proseguire il cammino di riforme intrapreso da Fernando Henrique Cardoso. Al presidente Lula non resta che resistere alle tentazioni protezionistiche e alla propensione per l’interventismo, perseguendo il suo proposito di spostare il suo partito verso una sinistra più moderata e di trovare una soluzione alla miseria tramite la costituzione di un mercato aperto alla concorrenza, forte di una industria interna e capace di stabilire alleanze. Questa sembra essere la ricetta che la classe dirigente dell’intero sub continente dovrebbe applicare respingendo i fantasmi dell’autoritarismo e dell’autarchia. In questo senso i violenti scontri sociali del Venezuela sono, da una parte, una conferma del basso livello dell’indice attribuito dall’Heritage all’America latina ma anche una speranza sulla capacità della comunità locale di acquisire coscienza e di opporsi a chi di quei fantasmi non riesce a liberarsi.