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  1. #1
    stanziale
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    Cool legge Bossi-Prestigiacomo..

    la prostituzione
    nell'antica Roma


    Era con il suo primo rapporto sessuale con una donna, più che indossando la toga virile, che il maschio romano attestava il proprio ingresso nella maggiore età. Per la mentalità latina il soddisfacimento dei piaceri fisici era una delle condizioni indispensabili per garantire la stabilità della struttura sociale, basata soprattutto sulla virilità dell’uomo.

    Ma se nella Roma antica foste andati di notte sulla Via Appia o in qualunque altra strada del centro urbano, non avreste incontrato le passeggiatrici; a differenza di quella fiera delle nudità che fa bella mostra di sé in quasi tutte le nostre strade, oggi in Italia, nel mondo romano la prostituzione era praticata solo nei lupanari, i bordelli, che per la loro innegabile funzione sociale erano addirittura posti sotto la tutela e il controllo dello Stato.

    Il diritto romano regolò con varie leggi la prostituzione: le “case” potevano essere aperte solo nelle ore notturne, evidentemente perché di giorno avrebbero danneggiato l’economia distraendo il cittadino dalle consuete attività produttive; ed erano situate fuori città o comunque in zone urbane ben individuabili e accessibili solo da chi volesse frequentarle: un po’ come avviene oggi in molte città dell’Europa centrale.

    Le inquiline dei lupanari erano regolarmente registrate e adottavano un fittizio nome di battaglia, dovendo abbandonare quello della famiglia d’origine. A differenza delle moderne dame di compagnia, che qui in Italia fanno lauti guadagni ma non pagano le tasse, le prostitute romane guadagnavano poco e per di più venivano anche tassate: fu Caligola a vedere nella prostituzione un buon affare per lo Stato facendone un settore d’interesse per il fisco. E, intendiamoci, niente condoni…

    Solitamente le meretrici erano schiave o appartenevano ai ceti più miseri, ma, per quel gusto della trasgressione che è sempre stato forte nella natura umana, non era nemmeno infrequente trovarsi a letto con una… prestatrice d’opera d’alto rango, che ovviamente si presentava sotto falso nome, come si dice dell’irrefrenabile Messalina, moglie dell’imperatore Claudio. E non era certo la sola.

    A Roma c’erano qualcosa come 32mila prostitute, che si vendevano per l’equivalente di pochi euro di oggi nei lupanari dei bassifondi, dove le stanze erano piccole e più simili a celle che a un’alcova di piacere; sui muri, dipinti o scritte erotiche solleticavano gli appetiti dei clienti e servivano come catalogo delle varie prestazioni. Naturalmente, come oggi, non mancavano i prostituti maschi.

    E non mancavano nemmeno quelli che, come nella nostra società moderna, chiameremmo… “club privés”: dei lussuosi postriboli privati ospitati in abitazioni patrizie, gestiti dalle stesse matrone e ben frequentati dall’alta società, mariti e figli delle matrone compresi.

    Società gaudente e sfrenata liberalità di costumi, non c’è che dire. Ma i tempi erano quelli: posti sotto l’alto patronato di due divinità che di sesso se ne intendevano: Venere Ericìna, una divinità importata dalla Sicilia, le cui sacerdotesse praticavano la prostituzione come un rito religioso (per fare sesso, allora come oggi, tutte le scuse erano buone…); e Prìapo, un dio importato a Roma dall’Asia minore, raffigurato con un membro virile più grande di tutto il corpo… E a questi dèi la società romana non mancò mai di esprimere nei fatti la propria spontanea e compiaciuta venerazione.

    Per finire, una considerazione su una caratteristica indisponente dell’opinione pubblica romana in tema di comportamenti sessuali: un maschio libero che si concedeva rapporti erotici con un altro maschio, era al massimo considerato semplicemente impudicus, uno sporcaccione; mentre a una povera prostituta venivano affibbiati appellativi che, impietosamente e senza possibilità di equivoci, ne individuavano la professione, rimarcandone l’abiezione; appellativi che si sono trasferiti col tempo nel moderno vocabolario volgare: lupa, dal nome di quella selvaggia e sempre allupata Acca Larenzia che aveva allevato Romolo e Remo; puttana, dal verbo latino putere, puzzare; troia, termine spregiativo che fa riferimento alla femmina del porco; o infine femmina da troiaio, porcile, per indicare quel luogo fetido e lurido dove le malcapitate si prostituivano

  2. #2
    Mjollnir
    Ospite

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  3. #3
    Mjollnir
    Ospite

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    Invece ci starebbe bene un bel 3d sul dio Priapo e sulla dea Venere
    Chiederemo ad Orazio se ce lo appronta....

  4. #4
    Orazio Coclite
    Ospite

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    Ho qualche testo che tratta del culto di Priapo, appena ho tempo per scrivere magari ne estrapolo qualcosa. Di Venere vorrei invece segnalare un interessantissimo articolodi Salvatore C. Ruta presente sull'ultimo numero de La Cittadella.

    Vale!

  5. #5
    Orazio Coclite
    Ospite

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    Ah! Colto da subitanea curiosità sono andato a cercare nella mia libreria, ed ho ritrovato un testo che comprai diversi anni fa a qualche bancarella di quelle che vendono i libri dei remainders a prezzi stracciati. Trattasi del classico: "Il culto di Priapo" di Richard Payne Knight, un testo datato (è addirittura del 1786) ma molto ricco di contenuti ed illustrazioni.

    Ho qualcos'altro in inglese, ma per il momento, e vista l'ora tarda, preferisco procastinare la ricerca a domani.

    Bonne nuit!

    PS - http://www.menantolstudio.freeserve.co.uk/ questa è una casa editrice della Cornovaglia specializzata in libretti sui monumenti megalitici, ed in cose pagane e priapee, tra cui: "SAINT PRIAPUS. An Account of Phallic Survivals within the Christian Church and some of their Pagan Origins" (http://www.menantolstudio.freeserve....phallicism.htm)

  6. #6
    Orazio Coclite
    Ospite

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    Invece niente buona notte! Mi sono messo a cercare qualcosa in rete su Priapo e ho trovato quest'interessante articolo de La Repubblica:


    In un paesino del Friuli una kermesse in nome della virilità
    E i maschi nudi fanno festa
    E alle due del mattino la processione, con il simbolo di legno, arriva al tempio di Priapo

    di Roberto Bianchin



    MONTEPRATO (UD) - Lo sapevano, lo aspettavano, lo temevano. Sapevano che doveva arrivare prima o poi quel momento. A dispetto delle suppliche degli organizzatori, delle proteste del parroco e degli anatemi della curia che aveva bollato la festa ("amorale" aveva tuonato don Marco, il vicario), aveva imposto il divieto di spogliarsi, aveva censurato i manifesti. Tant'è.

    Non era neanche suonata mezzanotte, nel grande cortile dell'oratorio della chiesa di san Giorgio dove la gente ballava a ritmo di disco music e due cubiste mezze nude si dimenavano sopra due grandi botti, quando Eddi, un montanaro vigoroso, ha trascinato una panca in mezzo alla pista da ballo, vi è salito sopra e ha abbassato, tra gli applausi, mutande e pantaloni insieme.

    Era il segnale. Da quel momento in poi e fino a notte fonda è stata una gara, in pista, nel cortile, tra i boschi. E si è capito che il senso della festa, la "festa degli uomini" che si celebra in questo paesino sperduto sulle montagne del Friuli, stava tutto lì: mostrarlo. Esibire, come un trofeo, quel simbolo maschile che a Monteprato, 83 abitanti, una chiesam un bosco e un pugno di case in cima a un colle, spunta dappertutto nel giorno della festa, e i "fedeli", come li chiama Renato Di Betta, presidente dell'associazione culturale "karnizze" che organizza l'evento, giungono a migliaia.

    "Festeggiamo semplicemente la nostra natura", spiegano. E allora vai. Vai con l'elezione di "mister maschio": vince Raffaello e gli danno una statuetta del David perchè ha l'aria annoiata, lo sguardo da tenebra e assomiglia a una brutta copia di Paul Newmann da giovane.

    Fiumi di birra innaffiano i piatti fumanti di testicolo di toro. Lui, il simbolo della festa, troneggia ovunque: sui cappellini, sulle magliette, sui bicchieri, sulle caraffe persino sul pane e sulle posate. Per non parlare del bosco. Gli hanno dedicato un sentiero e, infondo un tempio tutto di legno circondato da totem. Dicono gli organizzatori, un gruppetto di giovanottoni dediti al culto di Priapo, che la festa ha origini antichissime e che una volta la celebravano i vecchi del paese per festeggiare la buona riuscita della stagione e il fatto che anche quell'anno, come accade anche adesso, e ormai da quattro lustri, fossero nati solo figli maschi.

    Per questo la festa che si fa ogni anno, la prima domenica di agosto, la tengono quasi segreta. Perchè se no, arrivano i giornali, le tv montano lo scandalo e non si può più rifare la festa.

    Qui alle due del mattino la singolare processione, va avanti, verso il tempio di Priapo: il simbolo in testa, di legno, alto due metri, portato a spalla da quattro giovani "vestali", e dietro il popolo degli uomini. Ogni tanto il "sacerdote" si ferma, come alle stazioni di una via crucis molto pagana, e intona "misteri goduriosi". Solo risate e goliardia, non c'è peccato.

  7. #7
    Mjollnir
    Ospite

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    Grazie dell'intervento, caro Orazio. Questo evento friulano mi ricorda gli studi di Alfonso Di Nola sulle feste popolari dell'Italia meridionale. qui la cosa interessante è che, a quanto pare, il significato originario della festa non sia stato del tutto dimenticato, al contrario di altre località. Anche se poi, ovviamente, il tutto si perde un pò nella profanità contemporanea.

    + in generale, il 3d aperto da carbonass ci offre lo spunto per un altro grande argomento, ossia la sessualità nel paganesimo, ed in particolare per un argomento scottante quale la omosessualità nel paganesimo. Scottante perchè il fenomeno è spesso al centro del dibattito anche ai nostri tempi e in tutti gli ambiti della vita (religioso, morale, politico, sociale) e perchè le nostre fonti di ispirazione sembrano essere in contraddizione con le posizioni che molti assumono rispetto al fenomeno calato nell'attualità.

    Come dobbiamo considerare dunque l'omosessualità da un punto di vista pagano ? Libera scelta individuale non ispirata da sistemi morali sessuofobici come quello cristiano, oppure violazione di un vero e proprio principio dell'ordine cosmico quale la polarità complementare di maschile e femminile ?

  8. #8
    Orazio Coclite
    Ospite

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    Per risponderti, caro Mjollnir, riporto il link al thread "Roma non cambia mai..." che il buon Carbonass, con l'eleganza e doppia morale che lo contraddistingue, ha postato sul forum eno, e che guardacaso va proprio a toccare il tema da te avanzato. E che certamente è tratto dalla stessa fonte dell'articolo postato in apertura: http://www.politicaonline.net/forum/...threadid=40184

    ...Roma non cambia mai... (humor inglese?)

  9. #9
    Orazio Coclite
    Ospite

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    E comunque, per rispondere a braccio alla tua domanda, ribadisco la necessità di andare oltre la ristretta morale sessuofoba, bacchettona e perbenista affermatasi in duemila anni di cancrena cristiana dell'Europa. Si potrebbero citare esempi copiosi dell'esercizio del libero amore nel mondo classico, sia di carattere orgiastico (profano e sacro), che etero ed omosessuale. Riconoscere la centralità della famiglia in quanto istituzione fondante del vero Stato, non inficia una libertà sessuale la cui limitazione non fa altro che da preambolo alla limitazione della libertà spirituale e religiosa. A tal senso ho letto alcune interessantissime cose dalla penna di Alain Danielou, lo studioso francese convertitosi all'Induismo, che in suo scritto arrivava perfino a giustificare unioni carnali con animali, basandosi appunto sui testi sacri hindù. Da qualche parte ho un articolo a proposito, arricchito da foto raffiguranti bassorilievi 'osceni' di templi induisti. Certamente una posizione molto estrema che lascia basiti e costernati noi occidentali. Magari recupero il tutto e ne faccio un estratto, vedremo...

  10. #10
    Orazio Coclite
    Ospite

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    Parlando di Alain Daniélou, mi sono ricordato di questo articoletto sull'eros e la spiritualità, che ho trascritto di mia mano qualche tempo fa:


    Alain Daniélou

    La religione dell’eros



    L’universo è un’opera meravigliosa d’armonia, di bellezza, d’equilibrio. Sono possibili altri universi, fondati su altre formule. Quello in cui si trova l’uomo è il risultato di una scelta nel pensiero di quel principio immenso, inconoscibile, indefinibile, da cui sono nati gli dèi, la materia e la vita.
    Non può esserci nulla che non sia implicito nella propria causa. Se il pensiero esiste negli esseri, il pensiero è necessariamente parte del principio cosmico che li ha originati. Esiste dunque un pensiero universale, una coscienza universale, e la creazione non è soltanto un caso, ma la scelta di una volontà trascendente che l’ha voluta così com’è. Tutti gli elementi che costituiscono il mondo sono interdipendenti, sono parte di un tutto. Non c’è uno iato, una discontinuità nell’opera del Creatore. Il mondo minerale, il mondo vegetale, il mondo animale e umano, e il mondo sottile degli spiriti e degli dei esistono l’uno mediante l’altro, l’uno per l’altro. Non può esserci un vero approccio al divino, una ricerca del divino, una scienza, una religione, una mistica che non tenga conto di questa unità fondamentale del creato.
    Vediamo comparire dal profondo dei tempi questa ricerca, questa sete di conoscere, di capire la natura del mondo, la ragion d’essere della vita, questo desiderio di accostarsi al principio creatore, di prendervi rifugio. E’ una ricerca che, per essere valida, non può ammettere né barriere né a priori, non può ignorare alcun aspetto degli esseri o delle cose. Penetra nelle civiltà, nelle religioni, nei modi di pensare più diversi e li rimette inevitabilmente in questione.
    Il sentimento dell’unità profonda del pensiero creatore e di tutti gli aspetti del creato resta sempre presente, sia pure allo stato latente, alla coscienza degli uomini, e basta che un messaggio degli dèi venga a risvegliare questa questa coscienza per ricordare ad alcuni di essi che l’unica via alla felicità, alla realizzazione di se stessi è quella della cooperazione senza riserve all’opera del Creatore, nell’amore e nell’amicizia che devono unire le piante, gli animali, gli uomini e gli esseri sottili. Qui non si tratta di sentimentalismo, di amare il proprio giardino e il proprio cane, di dipingere le nuvole in rosa ma occorre che l’uomo ritrovi umilmente il proprio posto in questo mondo selvaggio, magnifico e crudele che è opera degli dèi.
    Se invece ignoriamo o rifiutiamo di vedere l’ordine universale in tutto ciò che costituisce il nostro ordine fisico o mentale e i legami che ci uniscono, a ogni livello, al mondo naturale e cosmico, attiriamo su di noi la follia distruttrice che è la manifestazione della collera degli dèi.

    Le due fonti della religione
    Il fenomeno religioso, dopo la nascita delle civiltà urbane, si è manifestato e concretato, presso i popoli sedentari, in due forme opposte e contraddittorie. L’una è legata al mondo della natura, l’altra all’organizzazione della vita collettiva nella città. La religione primordiale rappresenta l’insieme degli sforzi dell’uomo per capire la creazione, per armonizzarsi con essa, penetrarne i segreti, cooperare all’opera del Creatore, accostarglisi, identificarsi con lui.
    Quest’approccio non separa la sfera corporea da quella intellettuale e spirituale cui è indissolubilmente legata Il corpo è lo strumento di tutte le realizzazioni umane e come tale va trattato, come insegna lo yoga. La creazione nella sua totalità, la sua bellezza, il suo rigoglio, la sua crudeltà, la sua armonia, è l’espressione del pensiero divino, è in qualche modo la materializzazione, il corpo di Dio.
    Solo coloro che comprendono il loro posto tra gli alberi, i fiori, gli animali, possono realmente accostarsi al mondo degli spiriti e degli dèi, immaginare il piano del creatore, presentire la gioia del divino. Per l’uomo consapevole che la creazione non soltanto è opera divina, ma è la forma stessa del divino, ogni essere, ogni vita, ogni atto assume un carattere sacro, diventa un rito, un mezzo di comunicazione col mondo celeste.
    “Conformarsi a ciò che si è, è Dharma” (“Svalaksana-dharanaddharmah”). Dharma è un vocabolo che significa “legge naturale”. Conformarvisi è l’unica virtù. Non c’è altra religione che la realizzazione di ciò che si è per nascita, natura, atteggiamenti. Ciascuno deve recitare come meglio può la parte che gli è assegnata nel gran teatro della creazione.
    L’altra forma di religione è quella della città, della società degli uomini. Essa pretende d’imporre sanzioni divine a convenzioni sociali. Innalza delle leggi umane ad atti sacri. Serve da scusa alle ambizioni degli uomini che pretendono di dominare il mondo naturale, di servirsene, di attribuirsi una posizione unica a detrimento delle altre specie, vegetali, animali, persino sovrannaturali.
    C’è voluta la strana e malefica perversione dei valori nelle civiltà e nelle religioni moderne che caratterizzano il Kali Yuga, l’Età dei Conflitti in cui ci troviamo, perché l’uomo rinunciasse al proprio ruolo nell’ordine cosmico che comprende ogni forma d’essere o di vita, per interessarsi solo a se stesso e divenire il distruttore dell’armonia del creato, lo strumento cieco, vanitoso e brutale del proprio declino.
    Sotto l’influsso delle concezioni religiose rudimentali dei conquistatori nomadi le religioni della città assunsero un carattere antropocentrico che in origine non era palese. I popoli nomadi non hanno un vero contatto col mondo della natura. Non vivono in comunità con dèi, alberi, animali, a meno che non si tratti di quelli che hanno asservito o addomesticato.
    Si portano appresso i loro dèi e le loro leggende, e più degli altri sono predisposti alla semplificazione monoteistica, a considerare la natura come un insieme di pascoli anonimi, che essi sfruttano e distruggono, e gli dèi come guide al servizio dell’uomo. In origine tutte le religioni antidionisiache sono religioni di nomadi, siano essi Ari, Ebrei o Arabi, tendono a conservare questo carattere, anche quando i nomadi sono divenuti sedentari. Ogni religione che consideri i propri fedeli come eletti i quali pretendono d’aver ricevuto da un dio il diritto e il dovere di propagandare le loro credenze, i loro costumi, e di distruggere o asservire gli infedeli, non può essere che un’impostura. Le crociate, le missioni, le guerre sante sono maschere dell’egemonia e del colonialismo.
    La religione della città doveva trovare giustificazione nell’illusione monoteistica: “Il numero uno – dicono i Tantra – è il simbolo dell’illusione”.

    (AA.VV. “Sesso una porta per il divino” (FCE tascabili), pp. 25)

 

 
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