G8, Canterini comincia a «cantare»
A. Boschi
IL CAPO DELLA CELERE DI ROMA, RISENTITO DAI PM, ACCUSA LA «CATENA DI COMANDO»

INTERROGATORIO A SORPRESA PER VINCENZO CANTERINI, CONVOCATO DAI MAGISTRATI GENOVESI PER CONFERMARE LE DICHIARAZIONI rilasciate al manifesto lo scorso 16 gennaio. Canterini si è presentato in procura alle 13.30 di ieri, accompagnato dal suo avvocato difensore. Vestito scuro, sorridente, il comandante del reparto mobile di Roma è entrato nell’ufficio del pubblico ministero Enrico Zucca dove è stato sentito alla presenza anche di Francesco Albini Cardona, l’altro magistrato che indaga sulla scuola Diaz. Inutile dire che i verbali del colloquio - durato più di tre ore -sono stati secretati come tutti gli altri. Quello di ieri è stato il terzo interrogatorio per il comandante del reparto sperimentale antisommossa che fece irruzione nella scuola occupata da 93 no-global la notte tra il 21 e il 22 luglio del 2001. Si pensava che ormai Canterini avesse chiarito ai magistrati tutto quello che c’era da chiarire, e invece quanto ha detto a questo giornale ha riacceso l’interesse dei pm. «Non perché siano emersi fatti nuovi - specificano in procura - ma perché ha detto le cose in termini più chiari». E cioè che «la catena di comando» attraverso cui si organizzò e si portò a compimento il blitz di sapore sudamericano «non è per nulla oscura», esprimendo il timore che «in un clima di sospetto diffuso possano volare gli stracci finendo con il rompere il classico vaso debole che per ragioni di opportunità fosse individuato». Dunque Canterini prosegue la difesa a tutto campo del suo reparto, indicato da molti come l’unico responsabile di quella notte. E si difende dalla ricostruzione di Francesco Gratteri, il numero uno dello Sco (e, dopo lo scomparso superprefetto Arnaldo La Barbera, il funzionario di grado più alto presente alla Diaz), che nei verbali di interrogatorio fa capire che l’accoltellamento dell’agente scelto Massimiliano Nucera (uomo di Canterini) e la messinscena delle false molotov potrebbero essere stati organizzati per giustificare le violenze. «In realtà Gratteri dice qualcuno del reparto mobile o di altri reparti», puntualizza l’avvocato Romanelli. Sul giubbotto di Nucera si attende l’esito dell’incidente probatorio, ma già una perizia dei carabinieri del Ris di Parma aveva stabilito l’incompatibilità dei segni sugli indumenti di Nucera con il racconto dell’accoltellamento. «Cosa mi importava di mettere in scena un finto accoltellamento? - ha ripetuto Canterini ai magistrati - Non dovevo giustificarmi di niente. Mi dicono di andare per fare una bonifica alla Diaz, e prima che me la nominassero non sapevo nemmeno cosa fosse». Tanto è vero che, dice Romanelli, alla Diaz Canterini ci va «come a un ballo in maschera», cioè senza cinturone né armi. E i suoi settanta uomini non sono i soli a fare irruzione.

Canterini conferma quanto pubblicato dal manifesto e ricorda che nella palestra entrarono poliziotti della digos in pettorina azzurra, agenti delle squadre mobili con l’uniforme simile ai suoi ma riconoscibili per il cinturone di tipo diverso, uomini dei reparti prevenzione crimine e personale in borghese. Tutti poliziotti che non dipendevano da lui ma da una linea di comando precisa e chiara, e sulla piazza c’erano quelli che definisce con espressione colorita «i papaveroni, i pezzi da novanta», come La Barbera e Gratteri. Non è chiaro se i magistrati decideranno di riascoltare qualcuno dei diciotto funzionari indagati come Canterini per lesioni, falso e calunnia.

Intanto sul fronte delle indagini sugli scontri di piazza il procuratore aggiunto Gianfranco Pellegrino ha incontrato Giovanni Calesini, vicequestore a Pavia e ai tempi del G8 numero due della questura di Genova. L’incontro, avvolto nel riserbo più stretto, è servito a ricostruire quanto avvenne prima e durante le manifestazioni del 20 luglio 2001. Dalle trattative della vigilia all’inizio delle violenze dei black bloc, in piazza Paolo Da Novi.

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