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Discussione: Lettera agli Italiani

  1. #1
    SENATORE di POL
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    Predefinito Lettera agli Italiani

    dal Corriere della Sera

    " Corriere della Sera del 19/11/2003


    --------------------------------------------------------------------------------

    Lettera agli italiani
    Andrè Glucksmann
    --------------------------------------------------------------------------------

    Tutta la Storia testimonia del disdegno italiano per le avventure guerresche. Nelle grandi ore del Rinascimento le città della penisola, malgrado le continue battaglie, si accordavano per ridurre al minimo le perdite umane. Ci vollero le orde spietate calate dalla Francia e dalla Germania per spazzare via questo brillante abbozzo di una comunità europea dove l'arte di vivere prevaleva sull'arte della guerra, e i valori della civiltà sulle fantasticherie dell'aggressività militare. Nei peggiori momenti del XX secolo, persino le smargiassate del Duce non sfuggirono all'ironia dei suoi compatrioti, e alla resistenza di qualcuno di loro. È proprio perché noi europei sappiamo bene quanto - culturalmente, esteticamente e moralmente - l'umanesimo reinventato nel Quattrocento aborra i furori bellicosi, che siamo commossi e colpiti dall'esempio italiano.
    D'un tratto, senza sgomento, né panico, né recriminazione, un popolo in lacrime ma dignitoso e raccolto si eleva all'altezza del compito. Ha compreso che i suoi carabinieri sono stati assassinati in una terra lontana perché l'Italia ha insegnato all'Europa l'arte e la dolcezza di vivere insieme in una società «civile», sfuggendo alla legge della sciabola e del ricatto terroristico. Per ricostruire l'Iraq e instaurare un minimo di democrazia, occorre garantire ai cittadini un livello elementare di sicurezza. I carabinieri sono morti per la pace, e tutta l'Italia sembra averlo capito. Resiste. Non si piega davanti agli assassini. Non ritira i suoi uomini. L'Italia è avanti rispetto ad altri Paesi tra i quali il mio, la Francia, così pronto tuttavia a dare lezioni ai vicini. Quando a Bagdad sono saltate in aria le sedi dell'Onu e della Croce Rossa, Ginevra ha denunciato - a ragione - un 11 settembre delle Nazioni Unite e delle Ong. Gli attentati hanno sempre come obiettivo la popolazione civile, perché colpiscono quanti vengono in suo soccorso.
    Le prime vittime dei terroristi iracheni sono gli iracheni. Sabotare le condotte per togliere l'acqua ai bambini, e abbattere i guardiani di una fragile sicurezza, significa terrorizzare la gente comune. Alessandro Carrisi, il più giovane dei carabinieri, «ha fatto cose bellissime per i bambini iracheni», dice sua sorella. È stato ucciso. Cacciare «gli stranieri» è tentare di ristabilire il dominio dei più crudeli. L'Europa abbandonerà un popolo intero alla legge delle bombe umane? L'Italia dice no. Non vuole che i suoi figli siano morti per niente. Ma sembra, nel nostro Vecchio continente, piuttosto sola. L'istante sublime nel quale una nazione commemora i migliori dei suoi svanirà, le dispute proprie alle buone democrazie riprenderanno il loro corso. Ma non dimentichiamo che il sacrificio dei militari italiani si fa sentire ben aldilà delle frontiere e parla a tutti quelli, cristiani o musulmani, ebrei o atei, che osano squadrare il terrorismo dall'alto in basso, nella verità cruda della sua oscenità e della sua ferocia.
    No, i vostri soldati non sono morti per nulla. Hanno fatto sbarramento a una barbarie nichilista dotata di una forza devastante che, a Manhattan, si è rivelata potenzialmente terribile quanto l'arma nucleare. «Che l'elettricità sia tagliata e il petrolio abbandonato nei pozzi. Che la vita civile si fermi. Alla fine, l'occupazione fallirà...»: così Joseph Samaha ha descritto due mesi fa (nel libanese El Safir) la «mentalità della distruzione» che ha colpito a Nassiriya. Diciannove dei vostri sono caduti nel campo della libertà. No, l'Italia non è sola. È davanti, in piedi.
    "


    Non tutti hanno capito, caro signore. Solo tutti quelli che ne hanno gli strumenti culturali, morali e ....intellettivi, e non sono accecati dal ......"sol dell'avvenire".

    Saluti liberali

  2. #2
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    Per non lottare ci saranno sempre moltissimi pretesti in ogni circostanza, ma mai in ogni circostanza e in ogni epoca si potrà avere la libertà senza la lotta!
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    Ma cos'è il trionfo della becera retorica? Ma basta, non se ne può più....

  3. #3
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    almeno armiamoci e partite.....dalla parte giusta......e contro il nemico giusto. Vista l'abitudine di tanti "intellettuali", come diceva Bertrand Russel, di essere quasi sempre dalla parte opposta degli intelligenti (e di dove dovrebbe condurre loro l'intelligenza), in politica.....una vera rarità.
    Inoltre non ha parlato di Dio Po, nè di entità inesistenti. Ma di dati di fatto essenziali, seppur espressi in estrema sintesi.
    Direi un articolo che presuppone un'analisi (che l'autore ha fatto altrove in occasioni diverse) ineccepibile, esposto in modo consono all'occasione. Benedetta la retorica.

    Shalom!!!

  4. #4
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    da http://www.enel.it/magazine/emporion ...
    " Medio Oriente
    I tre volti del terrore
    di Ludovico Incisa di Camerana

    Il ruolo centrale dell’Iraq nell’attuale momento internazionale è ormai indubbio perché tale centralità è valida sotto diversi aspetti. Centrale è infatti il suo ruolo nel conflitto tra il mondo occidentale e il terrorismo: un conflitto che, come ha dimostrato l’attentato contro le truppe italiane a Nassiriya, è incompatibile con ogni forma di neutralismo e di radicalismo pacifista . Centrale è egualmente il suo ruolo nel futuro assetto strategico del Medio Oriente più ancora della Palestina dove la costruzione del muro, iniziativa non del tutto saggia, ha peraltro avuto l’effetto di indurre, almeno temporaneamente, il fronte arabo-palestinese a riflessioni più realistiche, permettendo i primi volonterosi approcci verso Israele del nuovo primo ministro Abu Ala. Centrale il suo ruolo come banco di prova della capacità degli Stati Uniti e delle potenze europee di trovare una soluzione concordata, non solo per l’Iraq ma per tutte le operazioni politiche e militari imposte dai nemici dell’Occidente . Centrale, infine, il suo ruolo nel destino delle formule di collaborazione universale incarnate delle Nazioni Unite, sempre più screditate dalla loro inefficacia di fronte alle nuove guerre del secolo XXI.

    La priorità comunque è data dalla guerra contro il terrorismo, anche a causa della terribile sequenza che, nel corso di otto giorni di questo novembre, è stata contrassegnata: l’8 dalla tragica irruzione in un quartiere residenziale di Riad di un commando kamikaze, il 12 dall’assalto ad un presidio italiano in Iraq, il 15 dall’attentato alle due sinagoghe ad Istanbul. L’evidente concatenazione esistente tra questi eventi dimostra che l’offensiva terrorista rispecchia una strategia complessa, non solo diretta contro bersagli militari e politici, ma per nulla priva di obbiettivi psicologici . E’ quanto risulta da un’analisi dei tre episodi.

    L’attentato di Nassiriya rientra nel terrorismo militare , nell’attacco suicida a basi militari. Si mira ad alzare il tiro, ad aumentare al massimo con la guerriglia la vulnerabilità delle guarnigioni militari occidentali in Iraq, costringendole prima o poi a reagire energicamente e indiscriminatamente, colpendo la popolazione, benché essa sia non meno vittima dei soldati stranieri . Tale terrorismo può essere sgominato solo da forze locali, nazionali ovviamente irachene, donde una necessità inderogabile: la ricostruzione rapida di quell’esercito locale improvvidamente disciolto e liquidato nell’euforia della guerra lampo della primavera scorsa .

    L’attentato alle sinagoghe di Istanbul è un barbaro esempio di terrorismo, ma di terrorismo “politico” ossia rispondente a un calcolo preciso. Si è voluto scientemente sottolineare l’inammissibilità di una presenza religiosa ed etnica estranea in un paese governato da un governo islamico, anche se moderato. Si sono risuscitati i fantasmi delle persecuzioni subite, in una storia turca non remota, da minoranze religiose, come i cristiani armeni e greci e da minoranze etniche come i curdi. La strage avvenuta nell’ex capitale dell’impero ottomano preannuncia, insomma, una vita non facile per un paese come la Turchia, che non ha ancora completamente e chiaramente definito al suo interno il rapporto tra il potere civile, tendenzialmente confessionale e non privo di nostalgie arcaiche, e un potere militare, laicista e modernizzante ma fortemente nazionalista. Il fatto che la Turchia abbia assunto, nonostante l’appoggio avuto dagli Stati Uniti nell’Alleanza atlantica e nei rapporti con l’Unione Europea, un atteggiamento equivoco durante la campagna contro l’Iraq di Saddam Hussein, impedendo lo spiegamento dell’esercito americano nel territorio iracheno confinante, ha probabilmente indotto le centrali terroristiche ad identificare nella Turchia un anello debole dello schieramento occidentale e quindi un’area suscettibile di offrire uno spazio propizio a manovre eversive . In questo senso l’attacco alle due sinagoghe si presenta come un’azione destabilizzante contro il sistema politico turco, oltre a costituire un ulteriore atroce episodio del conflitto arabo-israeliano.

    In questo contesto strategico si comprende meglio il significato di un’azione terrorista, quella nella capitale dell’Arabia Saudita che non ha registrato, diversamente dagli attentati, a suo tempo perpetrati in altri paesi musulmani, in particolare a Bali in Indonesia e a Casablanca in Marocco, vittime occidentali. Si è voluto, in primo luogo, chiaramente indicare alla ricca borghesia del mondo arabo, non solo saudita, ma anche egiziana, libanese, sudanese, asiatica (è appunto a nazionalità “orientali” cha appartengono le vittime) che la guerra scatenata dal fondamentalismo islamico contro l’Occidente non consente né la complicità con il nemico cristiano e occidentale né l’indifferenza o la neutralità . In secondo luogo in vista di una successione al trono saudita, non troppo lontana, al Qaeda, che ha un’origine e una fonte di finanziamento in un settore tribale locale, non ha esitato ad indicare con la sua sanguinosa impresa che cercherà d’influire sulla successione stessa più con le cattive maniere che con le buone, tanto che alcuno osservatori hanno ravvisato nella sanguinosa scorreria il prologo allarmante di una futura guerra civile. Nel frattempo i fatti di Riad non possono non diffondere un clima psicologico di sospensione, di insicurezza e di inquietudine nel mondo arabo .

    Nell’insieme la strategia terrorista ha rivelato in una settimana cruenta, seguita altresì da una recrudescenza della guerriglia irachena, un disegno temibile perché freddamente coerente. Alla risposta inflessibile alla sfida data da Washington e Roma, deve perciò corrispondere una soluzione rapida della situazione irachena. Ma non bastano per questo le rituali evocazioni dell’intervento di una Onu che non ha mai fatto miracoli. Occorre una decisione comune, non influenzata da meschini risentimenti, della “vecchia” e della “nuova” Europa, congiuntamente con gli Stati Uniti. Una volta tanto da capitale del pettegolezzo e dell’inerzia politica Bruxelles dovrebbe trasformarsi per la questione del Medio Oriente in capitale delle idee e dei programmi operativi .
    ".

    Bien dit.

    Shalom!!!

  5. #5
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    In origine postato da Nanths
    Ma cos'è il trionfo della becera retorica? Ma basta, non se ne può più....
    -----------------
    La solita fastidiosa allergia al tricolore, nanths

    Sei noioso.

  6. #6
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    Predefinito Caduti, non....

    ....vittime

    Sono caduti, non sono vittime.
    Hanno fatto l’appello ed è stato gridato “presente!”.
    Sono caduti, infatti, non sono vittime.
    Hanno avuto gli onori nel perimetro della falange.
    Hanno avuto i grani recitati dai cappellani, sotto il profilo delle lance dei santi, accarezzati dal legno del Crocifisso.
    Hanno avuto recitata la chiamata per nome e per grado, declinati secondo l’elegante formalità militare dove la morte non è un posto per farci entrare chi non racconterà più nulla, ma il luogo dove un popolo abbevera la propria memoria fino al racconto del granito mosso a commozione, una statua perfino.
    E non è retorica questa bara sul camion nudo, puntellato col tricolore, lasciato scivolare nel corteo a marcia ridotta, quasi a evocare lo stantuffo dei muli: come un tempo, coi morti in grigioverde aggrappati sull’affusto di cannone (puntellato col tricolore).
    Non è retorica rivederli ancora al ginnasio, confonderli con i nomi della lapide dell’atrio.
    Non è retorica il frammento di Teognide: “Morendo non perirono, eterni essi s’ergevano a monumento”.
    Sono caduti in guerra, non sono vittime civili – non sono capitati in una disgrazia per caso, non sono passanti strappati alla vita, non sono guardie ammazzate dai ladri, non sono i frutti frutti muti e innocenti di una cieca violenza, venuta da chissà dove – non hanno familiari da destinare a quella carriera molto in voga, quella dei “parenti delle vittime”.
    Sono appunto combattenti lanciati nell’occhio del fuoco ed è perciò che non hanno uno di quei funerali con la rabbia telegenica, uno di quei riti cui abbiamo assistito tante volte, uno di quegli uffici gravati da procurata isteria ideologica.

    Sono solo combattenti i caduti di Nassiriyah e hanno avuto un funerale lento.
    Sono solo combattenti i carabinieri e i soldati di Nassiriyah e hanno avuto compostezza.
    Nessuno ha potuto gridare “li hanno lasciati soli”, nessuno ha sputato contro le auto blu, nessuno ha innalzato indignazione contro lo Stato perché infine, i combattenti, non hanno mai uno Stato, i combattenti hanno solo una Nazione.
    Questi combattenti di Nassiriyah, accompagnati dalle vedove, dagli orfani, dai loro pari cerchiati dalle bende, non hanno uno Stato di cui essere vittima e capro espiatorio a uso della folla, hanno la Nazione: una faccia di madre sfigurata dalla fierezza di avere figli degni di uscirsene dalla basilica di San Paolo con le note inzuppate della Leggenda del Piave.
    Come un tempo, coi muli, sull’affusto di cannone.

    Ferrara su il Foglio

  7. #7
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    dal quotidiano torinese

    " La Stampa del 20/11/2003


    --------------------------------------------------------------------------------
    Da Londra il presidente americano lancia un «manifesto» per far fronte alle sfide del XXI secolo

    Bush all'Europa: tre pilastri per una nuova alleanza
    Multilateralismo, uso della forza quando necessaria, democrazia globale
    Maurizio Molinari
    --------------------------------------------------------------------------------

    Multilateralismo efficace, diritto all'uso della forza quando non vi sono alternative e promozione globale della democrazia . Il presidente americano, George W. Bush, sceglie Londra per offrire all'Europa i "tre pilastri" di una "alleanza di valori" per affrontare nel XXI secolo la sfida del terrorismo e delle armi di distruzione di massa. Poco dopo essere stato salutato a Buckingham Palace da 41 colpi di cannone della Guardia Reale, Bush si è rivolto all'Europa parlando dalla Banqueting House del Whitehall Palace - dove fu giustiziato Carlo I nel 1649 - alla platea dell'Istituto reale per la sicurezza e la difesa, laboratorio inglese della guerra al terrorismo.
    Il progetto di Bush guarda oltre le campagne militari in Iraq e in Afghanistan seguite all'11 settembre, propone all'Europa di avere una politica comune, di ampio respiro, per affrontare una guerra che sarà lunga. I "tre pilastri" descrivono l'intenzione di creare un nuovo ordine internazionale. Il multilateralismo deve essere "efficace", saper "far fronte alle sfide del nostro tempo": l'intento è evitare che l'Onu "subisca la fine della Lega delle Nazioni" e a questo scopo "bisogna affrontare i pericoli non soltanto con le risoluzioni, ma con determinazione". Ponendo il multilateralismo in cima all'agenda, Bush mira a rispondere alle accuse di unilateralismo e lascia intendere che Usa e Gran Bretagna stanno lavorando sodo per presentarsi all'appuntamento del settembre 2004 con la richiesta fatta dal Segretario Generale Kofi Annan di "avanzare idee concrete per la riforma dell'Onu".
    Multilateralismo significa richiesta all'Europa di "lavorare assieme per pace e sicurezza", coordinando le politiche sugli altri due "pilastri": uso della forza per difendersi "dall'aggressione del Male se la diplomazia dovesse fallire" e promozione globale della democrazia come antidoto al terrorismo, sfidando chi ritiene che "in Medio Oriente non possa fiorire". Sull'approccio al mondo arabo Bush fa autocritica: "Sia noi sia la Gran Bretagna per troppo tempo abbiamo accettato il baratto di tollerare l'oppressione per il bene della stabilità". Ma chiudere gli occhi di fronte alla dittature non ha pagato: sono i tiranni gli alleati protettori del terrorismo, coloro che potrebbero consegnare ai kamikaze le armi di distruzione di massa.
    "Dobbiamo far fronte alle nostre responsabilità", sottolinea a più riprese il Presidente, ribadendo che "sarà mantenuta la promessa della democrazia" fatta agli iracheni e che è intenzionato a fare lo stesso con i palestinesi. Applicare la "strategia della libertà" al Medio Oriente significa promuovere la nascita di una "democrazia palestinese" che si liberi della "vecchia guardia, corrotta e collegata al terrorismo". Il riferimento a Yasser Arafat è palese, come lo è la richiesta all'Europa di interrompere ogni rapporto con lui e "opporsi a quelle forme di antisemutismo che avvelenano i dibattiti sul futuro del Medio Oriente". E la prima volta che Bush definisce "antisemite" alcune delle critiche europee allo Stato ebraico. La richiesta a Israele è più bassa voce: " Congelare la creazione degli insediamenti e non pregiudicare l'esito dei negoziati creando muri e recinti" .
    Di fronte a un pubblico che lo acclama il Presidente non lesina battute. Ai manifestanti che lo contestano dice che "hanno lo stesso entusiasmo per la libertà di parola che c'è oggi a Baghdad". Alla Francia di Jacques Chirac, bastione del fronte antiguerra, ricorda che Parigi contesta Washington dai tempi in cui il premier Clemenceau bacchettò nel 1918 il presidente Woodrow Wilson, icona del multilateralismo americano, per aver proposto i quattordici punti del suo "Piano di pace".
    Ma c'è dell'altro. Per spiegare la solidità dell'alleanza angloamericana Bush ne descrive le fondamenta ricordando non solo la comune lotta al nazifascismo ma enumerando i padri fondatori: i filosofi Locke e Adam Smith per le libertà e, soprattutto, i predicatori della "Buona novella", William mondale, John Wesley e William Booth . E' nel puritanesimo la spinta morale di George Bush.
    "


    Saluti liberali

  8. #8
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    da www.ilfoglio.it

    " Non solo Carmagnola
    Contro il terrorismo c’è un “modello Italia” che agli esperti piace molto
    Apprezzamenti dalla Rand Corporation Fermezza (e rispetto delle regole) dietro le espulsioni decise da Pisanu
    --------------------------------------------------------------------------------
    Roma. La manifestazione indetta ieri mattina a Firenze dai sindacati era nata contro il terrorismo interno, ma ha positivamente risentito della maggior concordia nazionale del post Nassiryah. Solo qualche fischio iniziale prontamente represso per la delegazione di An, poi gli echi della polemica lanciata dalla tribuna da Olga D’Antona, parlamentare ds, per le responsabilità sulla scorta negata a Marco Biagi. Ma l’unità ha tenuto. Terrà anche sul fronte più delicato, la lotta al terrorismo, internazionale? “La prova che sta dando l’Italia in questi giorni è importante”, ci dice Michael Wermuth, superconsulente antiterrorismo alla Rand Corporation. “Non mi riferisco solo alla presenza in Iraq, ma all’intelligence e ai diversi segnali italiani molto più netti che in passato”. “Con la vostra legge 438 del 15 dicembre 2001”, dice Wermuth, informatissimo, “avete introdotto nuovi reati commisurati alla nuova realtà del terrorismo internazionale. Ma in effetti l’Italia resta più garantista della Francia, la cui ‘Legge per la sicurezza quotidiana’ lascia ampio margine a espulsioni e restrizioni decretate dall’autorità amministrativa: la Francia ha sempre avuto un’interpretazione limitativa dei diritti in materia, nel 1986 non si fece problemi a espellere Massud Rajavi per imbonirsi Teheran, o a trasferire alle carceri speciali di Algeri militanti del Gia. La Gran Bretagna, che critica gli Usa per il no alla Corte penale internazionale, con il suo Antiterrorism Act ha deciso per gli stranieri sospetti di terrorismo la carcerazione senza termini, di qui diverse contese animate nelle corti britanniche. Nessuno ha seguito la via drastica del Patriot Act del 26 ottobre 2001, che attribuisce agli investigatori americani poteri prima sconosciuti, né ha scelto di attribuire ai detenuti stranieri per terrorismo quella qualifica di ‘enemy combatant’ applicata a Guantanamo”. Wermuth sorvola sul fatto che anche in America c’è un dibattito, su questi poteri eccezionali. “Ma espellendo alcuni estremisti, l’Italia ha detto chiaramente che nessun appeasement è possibile”, conclude Wermuth. L’unità regge anche su questo L’espulsione dell’“imam di Carmagnola” e di sette maghrebini è stata adottata lunedì dal ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu in qualità di massima autorità di sicurezza nazionale, e tale prerogativa gli è affidata e confermata da norme approvate dall’Ulivo al governo. La rottura è forte, rispetto al “metodo Giovannone” seguito per decenni con il terrorismo mediorientale. Sino a ieri, la concordia politica ha tenuto anche su questo. A esprimere dubbi, oltre al radicale Daniele Capezzone, erano solo giuristi di sinistra come Carlo Federico Grosso e Giuliano Pisapia. Al Viminale precisano che i provvedimenti non sono arbitrari, occorrono relazioni delle autorità di pubblica sicurezza e di intelligence. “I magistrati italiani sono venuti più volte negli Usa”, precisa Wermuth, “hanno le trascrizioni delle decine e decine di collegamenti nel vostro paese di al Qaida”. Il tentativo di Grosso e Pisapia – invocare la protesta del potere giudiziario “scavalcato” dal ministro – non ha successo in ragione del fatto che erano stati i pm di Torino sulla base di quegli elementi a richiedere l’arresto degli indagati ora espulsi. Ma il gip aveva detto no. Il presidente del Comitato parlamentare di controllo sui servizi, Enzo Bianco, f non ha invece dubbi che “le espulsioni sono state assunte verso personaggi sui quali l’intelligence fa ritenere che si addensassero forti elementi di oscurità e pericolosità sociale”. Di Giuseppe Pisanu, notoriamente prudente e meticoloso, Bianco si fida abbastanza. “Si può e si deve espellere, in presenza di elementi forti. E anche in passato, non so poi se il metodo Giovannone ci abbia davvero giovato. Il terrorismo è la nuova minaccia del secolo. Per sconfiggerlo, non solo l’autorità di sicurezza può e deve avvalersi dei suoi poteri, ma sarebbe il caso di avviare rapidamente una Procura nazionale antiterrorismo”.
    "

    Saluti liberali

  9. #9
    Me, Myself, I
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    In origine postato da mustang
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    Sei noioso.


    "Mattia nel..."

  10. #10
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    Predefinito Due paroline anche....

    ....sui codardi


    L’11 settembre 2001 il terrorismo internazionale ha dichiarato guerra al mondo libero.
    Per vincere, ha due obiettivi: rompere il fronte nemico e impedire al mondo libero di aiutare il mondo non ancora libero a risollevarsi in libertà e prosperità.
    Ci sono alcuni protagonisti del nostro mondo che fanno o rischiano di fare il gioco di chi ci vuole semplicemente morti.
    Sono: l’Onu, un po’ di Europa, la Francia, la Germania e il pensiero benaltrista, che mentre sogna un altro mondo possibile si fa sfilare da sotto i piedi la terra su cui marciare in protesta, perché a Londra e a Baghdad si può manifestare, su altre terre no.

    Successe con lo spirito di Monaco a favore del nazismo, può succedere con l’esprit de Paris a favore dei nuovi totalitarismi terroristi.
    Come mai l’Onu, che dalle fosse comuni di Saddam non scappava, forse anche perché faceva finta di non vederle per restare lì a mercanteggiare arricchendo la cricca baathista, ora fugge dall’Iraq e forse perfino dall’Afghanistan?
    Perché è stata colpita?
    Certo, come gli italiani, che però restano ad aiutare gli iracheni a costruire il loro nuovo Iraq.
    L’Onu serve nelle aree di crisi, di caschi blu a Brugherio o a Velletri non si sente il bisogno.
    Segue nella scelta di andarsene la Croce rossa, tranne quella italiana.
    Appunto.
    Così mentre i francesi festeggiano la vittoria nella Prima guerra mondiale davanti alla tv e assieme ai tedeschi non solo non mandano fanti di pace ma nemmeno un marco o un franco per dare una speranza a Baghdad, qualcuno ci può spiegare per quale assurdo patto d’instabilità i soldati italiani rischiano la vita anche per la sicurezza dell’Europa indolente, mentre molti “vecchi” europei si baloccano con il bilancino dei presunti errori passati degli americani?
    E il futuro degli iracheni? E la battaglia contro il terrorismo?

    L’Europa non c’era a Nassiriyah, la missione italiana in Iraq invece c’era.
    Se un onore meritano i caduti, e chi lì resta, non meritano onore alcuno quelli che si voltano dall’altra parte.

    su il Foglio

    saluti

 

 
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