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    12 57.14%
Risultati da 1 a 10 di 10
  1. #1
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    Predefinito Con il Papa o con Bush?

    REFERENDUM DI FAMIGLIA CRISTIANA

    LA GUERRA, LA PACE


    Usare le armi per ristabilire la pace, o la pace come unica arma per un mondo più giusto? Faccia a faccia Galli della Loggia e Monticone.



    «Gli Stati Uniti d’America stanno combattendo una guerra di portata mondiale contro i terroristi. Per sconfiggere questa minaccia dobbiamo usare ogni arma del nostro arsenale»

    «Giorni cruciali ci stanno davanti. Ma noi accettiamo le sfide e il peso della leadership, perché agiamo per la causa della libertà e questa causa vincerà»

    «Spero che Saddam si disarmi volontariamente, desidero la pace. Ma in nome della pace, se Saddam non disarmerà, gli Stati Uniti e gli amici della pace lo disarmeranno»

    GEORGE W. BUSH


    «La guerra non è mai una fatalità; essa è sempre una sconfitta dell’umanità»

    «E che dire delle minacce di una guerra che potrebbe abbattersi sulle popolazioni dell’Irak, già estenuate da più di 12 anni di embargo? Mai la guerra può essere considerata un mezzo come un altro, da utilizzare per regolare i contenziosi fra le nazioni»

    «Come ricordano la Carta dell’Organizzazione delle Nazioni Unite e il Diritto internazionale, non si può far ricorso alla guerra, anche se si tratta di assicurare il bene comune, se non come estrema possibilità e nel rispetto di ben rigorose condizioni, né vanno trascurate le conseguenze che essa comporta per le popolazioni civili »

    GIOVANNI PAOLO II



    Ernesto Galli della Loggia insegna Storia contemporanea all’Università di Perugia e scrive editoriali per il Corriere della Sera.

    Professore, Bush usa ogni giorno toni molto duri contro Saddam. Come si giustifica questo linguaggio?
    «Si spiega in vari modi. Primo: il tipo di comunicazione politica del presidente degli Stati Uniti è diverso da quello di noi europei e da quello che regna da secoli nelle stanze della Segreteria di Stato vaticana. Quello di Bush è un linguaggio tagliato soprattutto per l’uomo della strada. Secondo: Bush intende portare il Paese alla guerra e questo può farlo soltanto parlando fuori dei denti. Terzo: un linguaggio duro può essere il più efficace per costringere Saddam a adottare certi comportamenti».


    Il consenso attorno agli Stati Uniti dopo l’11 settembre si è già dissolto?
    «Sì, era un consenso emotivo nato da uno shock, non era un consenso politico. Anche da questo si esprime la pochezza politica dell’opinione pubblica occidentale: non sa che pesci pigliare perché ne può prendere uno solo. Infatti l’Europa, priva di una forza militare propria, può solo volere la pace. È un comportamento obbligato. I leader europei fingono di decidere per la pace, ma solo perché non hanno i mezzi per fare la guerra. E se la fanno, possono essere solo i vassalli degli Usa».

    Quanto conta la parola del Papa per Bush e gli americani?
    «Credo si dia per scontato che il Papa è contro la guerra e nella società americana non vedo un gran peso dei cattolici, le cui gerarchie sono indebolite dallo scandalo della pedofilia. Inoltre gli americani sanno bene che se la guerra sarà rapida, ci si dimenticherà presto delle obiezioni. Se sarà lunga, le preoccupazioni saranno ben altre».

    E il mondo cattolico come recepisce le parole del Papa?
    «Il Papa ha un magistero universale. Parla di pace e guerra con la "P" e la "G" maiuscole, ma poi ci sono le varie responsabilità di chi traduce in gesti concreti le sue parole. Questi gesti talvolta li vedo subalterni all’agenda politica della Cnn o del New York Times, oppure alla pressione della sinistra sociale. Ci si mobilita contro gli Usa, ma si ignorano altre tragedie mondiali come i milioni di morti delle guerre africane. Eppure lì ci sono i missionari in prima linea».


    Il pacifismo cattolico è unilaterale?
    «Credo che si stia facendo sentire solo una parte del mondo cattolico. Esiste una parte silenziosa che, pur d’accordo con l’appello del Papa alla pace, non condivide il significato politico che queste parole finiscono per avere in queste settimane. Vorrei sapere se i pellegrini di Loreto e Pompei la pensano come padre Zanotelli. Ma loro non hanno voce».


    Roberto Zichittella



    LA SCHEDA DEL NOSTRO REFERENDUM
    Il presidente americano George W. Bush è pronto alla guerra contro l’Irak; il Papa continua a pronunciarsi in favore della pace. Da che parte stai, col Papa o con Bush? È certamente provocatorio il referendum che Famiglia Cristiana propone ai suoi lettori, ma dietro la domanda un po’ brutale c’è tutta la sostanza dei grandi temi etici.

    Per votare basta seguire le indicazioni riportate sulla scheda al centro del giornale, che indica il numero verde da chiamare (visto l’altissimo afflusso di telefonate della volta scorsa, le linee sono state aumentate), insieme all’indirizzo del nostro sito Internet (www.famigliacristiana.it) sul quale è possibile votare e lasciare i propri commenti nell’apposito forum.

    Si può votare fino a domenica 2 febbraio. Sul prossimo numero della rivista pubblicheremo i risultati del referendum, quelli di un sondaggio condotto dall’Abacus e un’approfondita inchiesta.

    •   Alt 

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  2. #2
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    Predefinito L'interessante opinione di Francesco Cossiga

    da "La Stampa"

    «È roba da sagrestia di parroci fascisti, anti-americani e anti-sionisti». Francesco Cossiga usa parole molto forti per criticare il referendum proposto da Famiglia Cristiana ai suoi lettori, «con il Papa o con Bush?», sulla guerra all'Iraq. «Non si può scegliere così - dice il presidente emerito della Repubblica - in materie più che delicate, drammatiche e tragiche. Una domanda del genere non è solo inopportuna, ma neanche lecita». E passa poi a spiegare la sua opinione «di cattolico liberale» sulla legittimità della guerra, distinguendo tra la posizione di Usa e Gran Bretagna, dell'Italia e del singolo cattolico. Se l'Iraq possiede armi di distruzione di massa - è il ragionamento di Cossiga - o è in grado di costruirle in tempi rapidi, Washington e Londra «hanno non solo il diritto, ma anche il dovere di compiere un'azione di difesa preventiva, dopo aver esperito in buona fede e fino in fondo ogni tentativo diplomatico per una soluzione non bellica». Quanto all'Italia, Cossiga dice «no alla partecipazione a un'intervento unilaterale di Bush e Blair» perché «non conforme alla Costituzione né agli interessi politici esterni e interni del Paese». D'altra parte, aggiunge, «un Paese diviso al suo interno per motivi politici e religiosi, come è l'Italia, non può compiere azioni che richiedono grande unità nazionale». Se invece ci sarà un via libera all'operazione da una nuova risoluzione dell'Onu, «è probabile che io voti a favore», afferma ancora il senatore a vita. Infine, la posizione del «Cossiga cattolico». «Se il Papa - spiega - non come capo dello Stato della Città del Vaticano, ma nella sua qualità di Pastore Universale, maestro di religione e di morale, condannerà la guerra, io, comunque la pensi dal punto di vista politico e pur con grande sofferenza da cattolico liberale, gli obbedirò, ma non certo per le frivole e stupide argomentazioni di Famiglia Cristiana». Il giornale dei paolini - come si capisce fin troppo bene - è l'obiettivo polemico di Cossiga. «È proprio vero - afferma a proposito del referendum - che l'integralismo cattolico si sposa sempre con l'utopia e con il pacifismo oltranzista, entrambi serviti in passato ad appoggiare il fascismo e a tollerare il nazismo, e che, almeno in Italia, sono sempre stati intrisi di antistatalismo e di senso anti-nazionalitario. E a chi, se non a persone che non hanno il senso della distinzione tra politica e religione, tra Stato e Chiesa ed esponenti «islamici», in un problema tremendo quale quello della guerra e della pace, sarebbe potuto venire in mente, se non ai «fratelli» di Famiglia Cristiana (dico fratelli perché siamo tutti cristiani e quindi «fratelli in Cristo», non certo amici, perché l'amicizia è un fatto umano che implica comunanza di opinioni sociali, politiche e culturali, valori che mi accorgo di non avere certo in comune con loro), di porre il problema: «Pace o guerra», nei termini di scelte fra il Papa e Bush?». L'ex capo dello Stato - infine - ricorda di aver già votato contro l'invio degli alpini in Afghanistan («io, Francesco Cossiga con la k - dove K sta per l'Amerika imperialista, usato con disprezzo nei miei confronti quando accanto all'Amerika imperialista era la Santa Sede»), perché il problema era stato posto dal governo in modo «incompleto e scorretto». Mentre «i cosiddetti "popolari italiani", i figli di mamma di Famiglia Cristiana hanno votato a favore». E chiude sottolineando come il problema della guerra, in generale e in particolare contro l'Iraq, «mi angoscia da cittadino e da uomo cattolico».

    r. i.

  3. #3
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    Predefinito Re: Con il Papa o con Bush?

    Che domanda idiota.

  4. #4
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    Predefinito

    LA FALSA PACE DEL SIGNOR NÉ-NÉ


    Il migliore è stato Armando Cossutta, ma già prima di lui Gino Strada, e Bertinotti e Rosy Bindi e Asor Rosa e adesso anche la Cgil con la manifestazione nazionale a Roma il 15 febbraio. Tutti a denunciare l’equivalenza di Bush e Saddam, l’orrore del terrorismo e l’orrore dell’Impero, e dunque a proclamare la propria neutralità per motivi etici, contro la guerra e contro il tiranno Saddam, contro i due tiranni Bush e Saddam. Solo il vecchio Cossutta, però, che ha grandi capacità di sintesi, e che è volato a Bagdad per offrire «la solidarietà del popolo italiano al popolo iracheno», solo Cossutta, dicevamo, ha bene riassunto la posizione di tutti loro: «Né con Saddam né con la guerra». Torna dunque la figura antica del signor Né-Né, politico spregiudicato o intellettuale organico, buono per tutte le occasioni: né con lo Stato né con le Br; né un soldo né un uomo; né con la Resistenza né con il fascismo; né con Hitler né con gli ebrei; né carne né pesce; né con Saddam né con la guerra. Torna il signor Né-Né e subito si mette a speculare sui nostri buoni sentimenti, sul nostro bisogno, tutto occidentale, di limitare il più possibile le guerre. E’ vero infatti che noi occidentali sappiamo che il pacifismo assoluto è un’utopia infantile, perché la storia delle relazioni internazionali è fatta di guerre, e le paci vanno difese con le armi perché rappresentano la guerra in riposo, lava rappresa di un vulcano che ha smesso di vomitare. Ma è pure vero che solo noi occidentali sappiamo quanto le guerre sono distruttive e quanto l’umanità ne esce, ogni volta, abbrutita e depravata, anche quando le ragioni del vincitore sono le buone ragioni. Ebbene, è in questo nostro tormento che si rifugia il signor Né-Né, e subito nidifica nell’idea che abbiamo dell’Iraq Mesopotamia, culla della civiltà, terra di archeologia, ma anche di petrolio, e di popoli: gli iracheni, e i curdi, e i loro bambini innocenti.
    Attenzione, però: il signor Né-Né non è un pacifista, è piuttosto una scoria del pacifismo, è la serpe che fa la sua tana nel pacifismo più ingenuo, lupo tra le colombe, volpe nel pollaio che, purtroppo, come insegna la storia, solo «dopo» viene smascherato e dileggiato. Soltanto a cose fatte si capì che il signor Né-Né aveva ritardato l’intervento delle potenze europee contro Hitler, e fu ancora il signor Né- Né a frenare quello sdegno collettivo che solo alla fine fermò la ferocia brigatista.
    Noi, per esempio, che non sappiamo ancora quanto la guerra sia la cosa giusta, siamo i più esposti alle insidie del signor Né-Né. Certo, noi non pensiamo, come lui, che la guerra sia lo sbocco naturale del capitalismo, l’uscita keynesiana di un’economia in crisi, e però anche noi ci domandiamo quanto influisca il petrolio su un presidente petroliere. Ebbene, il signor Né-Né è già su di noi, pronto ad approfittarne, a indurci in tentazione. Il signor Né- Né non pensa infatti, come alcuni di noi, che un dittatore feroce e terrorista sia comunque meno pericoloso di una guerra, sia cioè il male minore. Ma non pensa neppure, come altri di noi, che una guerra sia purtroppo necessaria per fermare le follie imperiali di un dittatore. Il signor Né-Né non ha i nostri tormenti, non è straziato dai nostri dubbi e solletica la nostra parte più insulsa, il «me ne frego» irresponsabile, il qualunquismo. E’ come se davanti a una malattia, a una piaga, si potesse non scegliere: né il chirurgo né il clinico, ma appunto la malattia.
    Liberiamoci, dunque, del signor Né-Né. Per una volta, smascheriamolo «prima». Quello slogan, «né con Saddam né con la guerra», è solo il modo peggiore, il più ipocrita di stare con Saddam, perché è starci fingendo di non starci. Si può dolorosamente preferire Saddam alla guerra o al contrario mestamente rassegnarsi alla guerra piuttosto che a Saddam, ma sempre consapevolmente, senza più permettere al signor Né-Né di accucciarsi nella parte più addormentata di noi, nel torpore dell’intelligenza, nell’anestesia morale.

    di FRANCESCO MERLO

  5. #5
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    Predefinito Re: Re: Con il Papa o con Bush?

    Originally posted by ARI6
    Che domanda idiota.



    A cui non sai rispondere?

  6. #6
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    Alle cazzate si risponde con le cazzate.
    O si tace, che sicuramente è meglio.

  7. #7
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    Originally posted by ARI6
    Alle cazzate si risponde con le cazzate.
    O si tace, che sicuramente è meglio.



    Non è una cazzata, è una domanda.
    Le due posizioni sono antitetiche, se hai un' opinione la esprimi, se taci significa due cose: o che non credi all'antiteticità delle alternative, o che non hai le idee chiare.

  8. #8
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    A riguardo ho postato un bell'articolo di Socci su Libertarismo:

    http://www.politicaonline.net/forum/...848#post384848

    E' bene non far passare il papa per una di quelle anime belle del pacifismo a tutti i costi.
    Detto questo io, da fiero isolazionista, sono contrario alla guerra di Bush.

  9. #9
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    LA MORALE SENZA ASSOLUZIONE DI “FAMIGLIA CRISTIANA”


    Di mons. Alessandro Maggiolini

    Come è noto, giorni fa il settimanale dei Paolini Famiglia Cristiana, assai diffuso e venduto alla porta delle chiese parrocchiali, è uscito con una copertina che quasi voleva lanciare un quiz: metteva da una parte il volto del Papa e dall’altra il volto di un Bush corrucciato, e chiedeva ai lettori: adesso scegliete, vi schierate dalla parte del Papa o di Bush?
    Do la mia parola: anch’io se avessi voluto rispondere, avrei scelto di stare con il Papa. Il fatto è che per dare una risposta intelligente occorre che la domanda non sia insipiente. E invece la domanda posta dal settimanale dei Paolini mi sembrava qualcosa tra una balordaggine e una mascalzonata. Non si paragone Giovanni Paolo II con un qualsiasi uomo di Stato. L’uno ha compiti religiosi di diffusione della verità evangelica e umana; l’altro si limita ad avere il compito di proteggere una nazione. Avrei capito di più se avessero messo a paragone Saddam Hussein e Bush, magari mettendo in mezzo il Papa come sofferente per la possibile guerra e instancabile nell’invocare la pace. Giovanni Paolo II non ci sta al posto di Saddam Hussein.
    Che poi l’indagine tra i lettori abbia dato un esito plebiscitario può suscitare scalpore soltanto in chi usa il Papa per motivi di propaganda. Anche perché Giovanni Paolo II ritorna con insistenza indomita nel condannare la guerra, ma anche nel riprovare il terrorismo. Non guerra a tutti i costi, non pace a tutti i costi. Insomma, l’interesse del Vaticano per il pericolo immane di violenza incombenti e generalizzate è motivato non da ragioni politiche di parte, ma da principi rivelati dal Signore e legati indissolubilmente alla dignità della persona. Come si vede, lascio il problema allo stadio in cui l’hanno valutato le varie voci delle guide della Chiesa. Anche se, talvolta, devo confessare d’essermi chiesto con una punta d’invidia quali fonti d’informazione avessero molti personaggi che trinciavano giudizi su una documentazione avuta dai giornali e dalla televisione.
    Sto con il Papa, dunque. Più recentemente, sempre Famiglia Cristiana riporta la risposta a un lettore il quale domanda: “In una guerra come quella dell’Irak, un cappellano può assolvere un pilota che bombarda innocenti? Se abortire è peccato, che dire di chi si arruola in una struttura di morte?”. Il teologo del periodico dei Paolini, Giuseppe Mattai, si esprime con la circospezione che è caratteristica di certi moralisti attuali. Per lui i cappellani “che, con modalità sia pure non militari e per apprezzabili fini spirituali, prendono parte a questa guerra” darebbero l’impressione di giustificarla. E allora: “Non è anche la loro una forma di collaborazione alla struttura di peccato, costituita da un intervanto armato, più o meno giustificato dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu?”. Personalmente e appoggiato dall’opinione di amici, il teologo ritiene che un’obiezione di coscienza generalizzata dei cappellani militari, cattolici e no, rappresenterebbe un gesto significativo e un forte stimolo a ripensare con una mentalità nuova una guerra moderna,definita dal Papa “barbara e inefficace, avventura senza ritorno, sconfitta dell’umanità, struttura di peccato e di violenza sempre da ripudiare”. Ma barbara è soltanto la guerra degli americani? Non si dice. Comunque, quando un cappellano “rifiuta aprioristicamente l’obiezione di coscienza o ritiene utopistica l’idea di sensibilizzare i militari sull’oggettiva iniquità della guerra cui prendono parte e del conseguente obbligo di dissentire, costo quello che costi per loro e per lui che, avendo le stellette ed essendo inserito nella gerarchia militare, può finire col condividerne la modalità e la subordinazione?”. Si lascia sospeso l’interrogativo (retorico?).
    Dunque, ai cappellani militari non rimarrebbe che dimettersi, o invocare l’obiezione di coscienza, o impegnarsi in una sorta di ribellione generalizzata dei militari alle loro autorità. Ciò che suppone l’avere idee chiarissime e cortissime. Il teologo di Famiglia Cristiana non pensa che i cappellani militari siano vicini ai soldati per portare i conforti religiosi, e non per fare politica e provocare una palingenesi pacifistica.
    Il fatto è che la gente, quando legge, non bada troppo alle scaltre clausole di sicurezza: si convince che la Chiesa lascia che i soldati partano per la guerra da soli, col loro peccato addosso. Senza assoluzione possibile. L’opinione la si è appresa da un organo di stampa venduto alla porta della chiesa parrocchiale. Che altro si vuole? Finché i fedeli non si stancheranno di essere istruiti su dei pareri un po’ strabici. Dopo di che, gli stessi parroci si interrogheranno se una simile scelta di evangelizzazione nelle chiese è davvero formativa e giusta.


    Il Giornale 13 febbraio 2003

  10. #10
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    Predefinito Da www.tempi.it

    Per Bush la famiglia è cristiana

    Ha tolto i fondi agli abortisti, sta sostenendo la cultura della vita, la lotta all’Aids e alla fame nel mondo. è per la sussidiarietà. Ma per Famiglia Cristiana è il diavolo

    Famiglia Cristiana ha svolto un referendum fra i suoi lettori che impone di scegliere fra George Bush e il Papa, cristallizzando così l’immagine del Presidente americano nel ruolo dell’anti-Wojtyla. Ma, a parte la provocazione ammessa dalla stessa Fc, si possono contrapporre il capo della Chiesa cattolica e il presidente della super-potenza mondiale come se fossero due poli opposti? Dati alla mano, la risposta è no. Fin dall’inizio, quando G. W. Bush si candidò alla presidenza fece un programma di avvicinamento ai cattolici che fece epoca, e gli valse un 10% in più dei voti cattolici di quanti ne aveva ricevuto il precedente candidato repubblicano, Robert Dole, nel 1996. In carica da due anni, Bush ha già avuto due udienze con Giovanni Paolo II e, a Roma, nel maggio scorso fu l’unico fra i 20 capi di Stato radunati per sancire l’alleanza fra la Russia e la Nato, a chiedere di incontrarlo. Ma il Presidente Usa ha anche atteso ai fatti e non solo alle apparenze. Le sue iniziative di politica sociale e di sostegno inflessibile alla sacralità della vita umana dimostrano sensibilità esplicita alle posizioni cattoliche. Già in campagna elettorale aveva dato un sostegno cruciale al permanere della Santa Sede nel ruolo di Osservatore permanente all’Onu, ruolo duramente contestato dalle femministe che accusavano la Chiesa di aver indotto 6.000 madri poi morte di parto a rifiutare l’aborto. Bush si schierò in difesa della Chiesa e sfidò la Casa Bianca a fare altrettanto, il che forzò la mano di Clinton.

    La cultura della vita
    Giunto alla Casa Bianca, Bush ribaltò subito le politiche abortiste del governo precedente, attirandosi le ire delle lobby femministe e delle organizzazioni internazionali per la pianificazione familiare. La differenza si è vista subito dopo il suo insediamento: da un giorno all’altro gli Stati Uniti hanno smesso di collaborare con i sostenitori del controllo demografico (che in massima parte sono delegati dell’Unione europea), schierandosi contro le manipolazioni del linguaggio nei documenti Onu fatte per legalizzare l’aborto in tutto il mondo. Una dopo l’altra Bush ha rovesciato le iniziative contro la vita prese dal governo Clinton, il quale aveva invece avuto rapporti burrascosi con il papato, specie dopo la conferenza del Cairo del 1994, dove la Chiesa si era battuta contro le proposte abortiste mentre il governo degli Stati Uniti intensificava la campagna a loro sostegno. Chissà perché, dei rapporti di Clinton con il Vaticano, qui da noi, non è mai importato niente a nessuno. George W. Bush ha preso la decisione di togliere i fondi all’Unfpa, il Fondo per la popolazione delle Nazioni Unite, quando le audizioni dell’apposita Commissione senatoriale hanno accertato che, contrariamente a quanto dichiarava, questa agenzia dell’Onu operava in zone della Cina dove si pratica l’aborto forzoso. La nostra Europa ha dichiarato e messo in atto la volontà di sostituirsi agli Usa per garantire all’Unfpa i fondi che le sono venuti a mancare. Ciononostante, nessuno ha dedicato la copertina alla contrapposizione fra il Papa e la Commissione europea, e sì che sull’aborto non ci sono sfumature teologiche. Bush chiama il suo atteggiamento “cultura della vita”, facendo esplicito riferimento alla terminologia usata dal Papa, cosa che da noi può sembrare scontata, ma che negli Usa non lo è, e in certi ambienti ostili ai cattolici può anche costare. Con queste parole ha firmato la legge “per la protezione del bambino nato vivo” e quella che dà alle donne incinte il diritto alle cure mediche gratuite.

    Le cellule staminali
    Il Presidente è guidato dal principio dell’incrementalismo, basato su ciò che ha detto il Papa nell’Evangelium Vitae, cioè che è possibile votare a favore di una legge che limita il male, anche se non lo abolisce del tutto. Convintosi che la ricerca sulle cellule staminali dagli embrioni sia la più promettente per combattere malattie come il diabete e l’Alzheimer, Bush ha autorizzato il finanziamento di ricerche sulle cellule staminali già prelevate da embrioni, vietando però che se ne prelevino altre. Nel contempo ha finanziato la ricerca soprattutto sulle cellule staminali dei cordoni ombelicali, degli adulti e degli animali.

    Dead man walking
    Chi assegna a George Bush una posizione particolarmente dura sulla pena di morte non conosce la storia e la legislazione americana. è solo in anni recenti, infatti, grazie a film come Dead Man Walking e ad attivisti europei, che l’opinione pubblica americana a favore della pena di morte è scesa sotto il 70%. Ma questa è la proporzione, e finché sarà così nessun presidente la toglierà, nemmeno il popolare Clinton, il quale da governatore dell’Arkansas, in campagna elettorale, corse a casa per dimostrare al pubblico che non avrebbe dato la grazia a un condannato.

    Sussidiarietà (ma non statale)
    Nella politica interna Bush ha continuamente chiesto che la sussidiarietà fosse alla base della riforma del welfare e ha preferito finanziare le iniziative di organizzazioni comunitarie e basate sulla fede religiosa. Paradossalmente in questo caso sono gli stessi “correligionari” di Bush a opporsi ai finanziamenti statali. Libertari fin in fondo, secondo la vera tradizione americana, queste chiese e comunità temono che accettare denaro dal governo sia il primo passo verso una sudditanza al governo.

    Lotta all’Aids
    Il Papa ha chiesto aiuto per combattere l’Aids, e Bush si è impegnato nel suo discorso sullo Stato dell’Unione 2003 ad aiutare i paesi più colpiti dell’Africa e dei Caraibi, in ognuno dei quali gli Stati Uniti lavoreranno con governi e gruppi privati per istituire un sistema di diagnosi, prevenzione e cura, creando laboratori, pagando medici specializzati e infermieri per ancorare il sistema, e fornendo i medicinali antiretrovirali e le istruzioni per usarli. Con camion e moto gli infermieri e i guaritori locali arriveranno ai villaggi e alle fattorie più sperdute.


    di Nucci Alessandra

 

 

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