POLITICA
Bush o Saddam? La scelta degli italiani

Renato Mannheimer e Ilvo Diamanti, studiosi che da anni prendono le misure al nostro Paese, ci assicurano concordi che la stragrande maggioranza degli italiani è ostile alla guerra contro Saddam Hussein anche se dichiarata dalle Nazioni Unite. È un dato importante sul quale riflettere all’alba di un possibile conflitto. Infatti è comprensibile l’ostilità degli italiani a un attacco contro Saddam lanciato unilateralmente dagli Stati Uniti. Non si tratta qui solo dell’ormai diffuso antiamericanismo europeo (il sito estremista Indymedia ha ospitato interventi di lettori che «godevano come maiali» dell’esplosione dello Shuttle e la morte di sei americani e un israeliano). Molti italiani sono contro un attacco guidato solo dal presidente statunitense George W. Bush, si suppone, perché temono un mondo targato stelle e strisce. Una posizione assai comune in Europa, e che il sondaggio del settimanale «Famiglia Cristiana» conferma in modo un po’ lapalissiano. C’è da stupirsi che la stragrande parte dei lettori cattolici, alla domanda «State con il Papa o con Bush?», si schieri con Giovanni Paolo II? Sarebbe stato ben curioso verificare la sfiducia dei cattolici al Pontefice, e del resto, per fortuna, questa scelta non esiste.
Interessante, forse, sarebbe chiedere al popolo del giornale che fu diretto dal mio amico don Zega di scegliere tra Bush e Saddam. C’è tempo la prossima settimana e conteremo i voti con attenzione. Resta invece da analizzare la falange di concittadini che non vuole la guerra neppure se l’Onu, cioè il mondo intero, dirà che è l’ora di disarmare Saddam.
È la posizione che ha assunto il leader di sinistra Sergio Cofferati e che in Germania aveva preso, in campagna elettorale, il cancelliere Schröder, poi ammorbidendola. Il commissario europeo Romano Prodi contesta Cofferati: «Non si può dire di no all’Onu».
La sinistra italiana lo fece nel ’90-’91, quando l’Onu del segretario Perez de Cuellar, d’intesa con il presidente americano Bush padre, il presidente russo Gorbaciov e molti Paesi arabi, dichiarò intollerabile l’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq. Molti esponenti dell’allora Pds, figli in spalla, andarono a S. Pietro a dire di no alla guerra dell’Onu.
L’ora è difficile. Le passioni roventi. Ma, per carità, non spostiamo sulla pace e sulla guerra le nostre divisioni politiche interne.
Ragioniamo. Se il Consiglio di Sicurezza si decidesse a dare via libera a un attacco contro il regime di Saddam Hussein sarebbe solo perché, come nel ’90-’91, persuaso che ci si trovi di fronte a una lesione insopportabile della cittadinanza mondiale. Allora l’invasione di un Paese, oggi la scomparsa di antrace, botulino e gas nervini.
Pace e guerra sono questioni troppo importanti per trasformarle in un grottesco derby, con il Papa e Bush trasformati magari in tragici Vieri e Inzaghi. Chi è a favore della guerra deve chiedersi come affrontare la gestione dell’Iraq dopo la vittoria, come impedire che quel Paese, nato a tavolino e tenuto insieme con ferocia da Saddam, non esploda in una Jugoslavia mediorientale. L’esperienza dell’Afghanistan non è positiva: vinta la guerra, e deposta la folle genia talebana, poco si è fatto per aprire davvero a esperienze meno crudeli.
Chi invece si dice per la pace deve spogliarsi dei panni nobili (Gesù parlava di «sepolcri imbiancati») e chiedersi pace come strumento di che cosa? Di giustizia per l’Iraq? Per i curdi? Per il mondo? C’è infine un partito italianissimo, quello che dice «ma se attacchiamo poi suscitiamo la reazione terroristica, chi ce lo fa fare?», dimenticando che anche in pace, da Bali a New York, il network del terrore ha saputo colpire.
Sgomenta vedere Europa e Usa, credenti e laici, progressisti e conservatori, dividersi non su valori concreti ma sulla propaganda, sulle chiacchiere, su slogan fasulli. Personalmente credo che l’Onu dovrebbe ancora andare avanti a incalzare Saddam, perché infine dica la verità sulle armi nascoste, perché alla Casa Bianca prevalga l’ala raziocinante che cerca il dialogo e non l’isolamento e perché gli europei, senza indugi, parlino con voce solidale. Se però, fatte le necessarie, prudenti verifiche, l’Onu dichiarasse che è giunta l’ora di risolvere la minaccia Saddam, spero che non ci isoleremo, magari accontentandoci di un grande sondaggio all’amatriciana: «State con l’Onu e Kofi Annan o con Saddam Hussein?» .
gianni.riotta@rcsnewyork.com