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  1. #81
    Estremista della libertà
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    Originally posted by ilgufo

    forse non ti è chiaro che ai social forum si parla di NUOVA GLOBALIZZAZIONE, di eticità nella globalizzazione e NON di sostituire la globalizzazione col socialismo!

    durante firenze più volte è stato spiegato che la definizione NOglobal è piuttosto imprecisa e sarebbe meglio NEWglobal.
    TI SEI CHIESTO IL PERCHE'?
    Per dare un' etica alla globalizzazione quali sarebbero i mezzi?
    Io i discorsi li conto poco: voglio la ricetta proposta dai cenciosi.
    Se la soluzione è un tentativo di sensibilizzazione delle coscienze individuali, hai ragione tu.
    Ma se la nuova globalizzazione è da sostituire con tasse e pianificazione economica, allora quello che si vuole è il socialismo.
    Inutile girare intorno all'argomento.

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  2. #82
    Hanno assassinato Calipari
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    Mai sentito parlare di indicatori economici e sociali di sviluppo, democrazia partecipativa, diffusione delle medicine... etc etc?

    Tu vorresti che i "cenciosi" andassero alla corte del grande ARI6, per sottoporgli un libro mastro.

    Forse non sei tu quello che deve un pò informarsi?

  3. #83
    Estremista della libertà
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    Originally posted by Fuori_schema
    Gufo, dovresti esserti accorto che ARI6 e' un anarcocapitalista, definizione che va di moda per giustificare i cervelli confusi.

    La cosa buffa e' che si da' pure arie di grande intellettuale...

    La cosa piu' sorprendente e' come si rinunci a qualunque propria capacita' di elaborazione in nome di qualunque "boiata" del sig XYZ o WXQ.

    A me sembrerebbe assolutamente ovvio che definire due categorie "totalizzanti" come il capitalismo selvaggio o il socialismo dei soviet come unici riferimenti sia cadere in un errore madornale per semplice buon senso, ma se lo dice il sig. Mises allora......ci inchiniamo a cotanta potenza , evidentemente non e' un uomo e non e' soggetto ad errore...

    Saluti

    Luca Loi
    Oh ma qui se in un post manca l'insulto è considerato di serie B?
    Ho capito perchè ci son rimasti solo i fascio-comunisti e poco più.
    Comunque non mi do nessuna aria: se per te citare un grandissimo del calibro di Mises, che smontò nel '22 ogni tentativo di pianificazione (preso per il culo dai Fuorischema del tempo, che si son dovuti zittire cogli anni), è un'inaccettabile saggio di sapere, smetterò.
    Magari comincio a leggere topolino come il tuo amico Veltroni.
    A proposito, tu hai letto Mises o un qualsiasi austriaco? dubito...

  4. #84
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    Originally posted by yurj
    Mai sentito parlare di indicatori economici e sociali di sviluppo, democrazia partecipativa, diffusione delle medicine... etc etc?

    Tu vorresti che i "cenciosi" andassero alla corte del grande ARI6, per sottoporgli un libro mastro.

    Forse non sei tu quello che deve un pò informarsi?
    Ripeto la domanda: spontaneità o coercizione?
    Vediamo di rispondere invece che continuare col bla bla.

  5. #85
    Hanno assassinato Calipari
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    dipende


    Nota: la pianificazione funziona benissimo se ben applicata negli ambiti di competenza. La pianificazione non esclude la spontaneità ed il libero mercato.

  6. #86
    Estremista della libertà
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    Originally posted by yurj
    dipende


    Nota: la pianificazione funziona benissimo se ben applicata negli ambiti di competenza. La pianificazione non esclude la spontaneità ed il libero mercato.
    Che la NEP funzioni meglio dei piani quinquennali è ovvio, ma resta sempre un sistema fallimentare da un punto di vista utilitaristico e criminale da un punto di vista morale.

  7. #87
    Hanno assassinato Calipari
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    Lo metto anche sul forum libertario, spero sia delle risposte alle domande che fai:


    ---

    Una proposta libertaria
    L'economia partecipativa

    Normand Baillargeon


    Robin Hahnel, docente di economia all'università di Washington, e Michael
    Albert, attivista americano molto noto, hanno elaborato, all'inizio degli
    anni Novanta, un modello economico che hanno chiamato Partecipatory
    Economics, o Parecon, e che io propongo ora di rendere con il termine
    Ecopar.

    Questo ambizioso lavoro è abbastanza conosciuto negli Stati Uniti, per lo
    meno nell'ambiente degli economisti "progressisti" e in quello degli
    attivisti di tendenza libertaria. L'Ecopar si prefigge lo scopo d'immaginare
    e rendere possibile la messa a punto di istituzioni economiche che
    permettano la realizzazione di funzioni precise ad esse attribuite, ma nel
    rispetto di certi valori che, a quanto gli autori affermano, sono per
    l'appunto quelli che la sinistra, e più in specifico la sinistra libertaria,
    ha ritenuto e ritiene sempre fondamentali.

    L'aspirazione di questo modello è la seguente: "Noi cerchiamo di definire
    un'economia che distribuisca obblighi e benefici del lavoro sociale; che
    assicuri il coinvolgimento dei membri nelle decisioni, in proporzione degli
    effetti che queste hanno su di loro; che sviluppi il potenziale umano in
    vista della creatività, della cooperazione e dell'empatia; e che utilizzi in
    modo efficiente le risorse umane e naturali nel mondo che abitiamo: un mondo
    ecologico in cui s'incrociano reti complesse di effetti privati e pubblici.
    In una parola: noi auspichiamo un'economia equa ed efficiente che promuova
    l'autogestione, la solidarietà e la diversità".1

    In definitiva, l'Ecopar propone un modello economico da cui sono banditi
    tanto il mercato quanto la pianificazione centralizzata (in quanto
    istituzioni che regolano l'allocazione, la produzione e il consumo), ma
    anche la gerarchia del lavoro e il profitto. In una simile economia,
    consigli di consumatori e di produttori coordinano le proprie attività
    all'interno di istituzioni che promuovano l'incarnazione e il rispetto dei
    valori preconizzati. Per arrivarci, l'Ecopar si basa anche sulla proprietà
    pubblica dei mezzi di produzione e su una procedura di pianificazione
    decentrata, democratica e partecipativa, attraverso la quale produttori e
    consumatori fanno proposte di attività e le rivedono fino alla
    determinazione di un piano che viene dimostrato essere al tempo stesso equo
    ed efficiente.

    Antecedenti teorici

    La dimostrazione fornita dagli autori è stata così convincente che i
    dibattiti e le discussioni attorno all'Ecopar hanno avuto come tema la sua
    desiderabilità più che la sua fattibilità. Ritornerò in seguito su qualcuna
    di queste discussioni. Tuttavia pochissime analisi sono state dedicate alle
    fonti teoriche di questo modello economico, e anche i suoi creatori non
    hanno sostanzialmente affrontato la questione dei precedenti teorici
    dell'Ecopar. E' auspicabile che questa lacuna sia colmata, in particolare
    perché mi pare molto probabile che una migliore contestualizzazione storica
    e teorica potrà solo contribuire significativamente a una valutazione più
    precisa delle poste in gioco e degli eventuali meriti dell'Ecopar.

    Da parte mia, penso che un lavoro di questo genere chiarirà come l'anarchia
    costituisca la principale fonte teorica dell'economia partecipativa.

    In epigrafe alla loro opera indubbiamente più ambiziosa sul piano teorico,2
    gli autori hanno posto questa osservazione di Noam Chomsky:

    "Voglio credere che gli esseri umani abbiano un istinto di libertà, che
    auspichino davvero di avere il controllo dei loro affari; che non vogliano
    essere maltrattati, oppressi, comandati e così via; e che aspirino
    soprattutto nell'impegnarsi in attività che abbiano senso, come nel lavoro
    costruttivo che siano in grado di controllare, o almeno controllare insieme
    ad altri. Non conosco nessun modo di provarlo. Si tratta essenzialmente di
    una speranza posta in ciò che siamo, una speranza nel nome della quale si
    può pensare che se le strutture sociali si trasformano in modo adeguato,
    questi aspetti della natura umana avranno la possibilità di manifestarsi".

    Questa speranza è indubbiamente quella che hanno nutrito gli anarchici e che
    pervade l'economia partecipativa. L'ispirazione libertaria dell'Ecopar è
    diffusa (nel senso che impregna tutto il modello) e anche esplicita, perché
    alcune delle sue caratteristiche fondamentali sono direttamente riprese
    dalla tradizione anarchica. Su questi due piani, resta da fare un bilancio.
    Ma chi entra in contatto con l'Ecopar non può fare a meno di notare la sua
    parentela intellettuale profonda con ciò che Albert chiama "i valori e lo
    spirito di Pètr Kropotkine".3

    E' antiautoritaria; attenta a realizzare l'equità delle condizioni e a non
    far dipendere le eventuali ineguaglianze se non da variabili che non
    dominino gli individui; propugnatrice di una concezione della libertà come
    conquista sociale e storica; opposta tanto al mercato quanto alla
    pianificazione centralizzata. Nell'Ecopar si scopre anche l'influenza del
    Kropotkin del Mutuo appoggio: un fattore di evoluzione che si contrapponeva
    al riduzionismo biologico dei neodarwiniani sociali, facendo entrare in
    gioco un altro determinismo biologico, quello dell'aiuto reciproco e della
    cooperazione. Albert e Hahnel scrivono:

    "Finora, la maggior parte degli economisti di professione sono stati
    d'accordo sul fatto che sia la natura umana sia la tecnologia contemporanea
    vietino a priori delle alternative egualitarie e partecipative. Essi hanno
    generalmente sostenuto che una produzione efficiente deve essere gerarchica,
    che solo un consumo ineguale può fondare una motivazione efficiente e che
    l'allocazione può essere realizzata solo dal mercato o dalla pianificazione
    centralizzata, e mai da procedure partecipative".4 L'Ecopar è uno sforzo
    sostenuto per dimostrare che tali affermazioni sono concretamente
    contestabili e moralmente inaccettabili.

    Un'altra influenza libertaria rivendicata è quella di Michail Bakunin, cui
    gli autori si ispirano nella loro critica alle economie a pianificazione
    centrale. Si ricorderà l'importante dibattito che contrappose Karl Marx al
    "Russo" in seno alla Prima internazionale, al termine della quale Bakunin
    prediceva la terrificante ascesa di una "burocrazia rossa" nei regimi
    comunisti autoritari. Albert e Hahnel sviluppano questa analisi nel loro
    esame delle economie a pianificazione centrale, criticate perché al servizio
    di coloro che chiamano i "coordinatori": intellettuali, esperti, tecnocrati,
    pianificatori e altri lavoratori intellettuali che monopolizzano
    l'informazione e l'autorità nei momenti decisionali. Classe intermedia nel
    capitalismo, questi coordinatori hanno costituito la classe dominante nelle
    economie del blocco dei paesi dell'Est.

    Se l'eredità libertaria dell'Ecopar è innegabile e lucidamente assunta,
    sotto altri aspetti il lavoro di Hahnele Albert è sostanzialmente una
    rottura con questa tradizione libertaria. Ad essa, sostanzialmente,
    rimproverano il fatto di non avere fornito risposte precise, credibili e
    praticabili di fronte ai numerosi e indubbiamente reali problemi posti dal
    funzionamento di un'economia: allocazione delle risorse, produzione,
    consumo. Le proposte anarchiche nel campo dell'economia, a loro parere, sono
    quindi rimaste soprattutto affermazioni critiche e negative: insomma, si sa
    benissimo quel che gli anarchici rifiutano in materia d'istituzioni
    economiche (le ineguaglianze di condizione, di reddito, di circostanza; la
    proprietà privata dei mezzi di produzione; la schiavitù salariale e così
    via); ma molto meno quello che preconizzano e i modi per giungere a
    istituzioni che sfuggano a quelle critiche e incorporino i valori libertari.
    Non è questo il luogo per esaminare in modo dettagliato questa valutazione
    degli apporti della tradizione libertaria nel campo dell'economia e di
    deciderne la validità. Ricordiamo semplicemente che soprattutto sul versante
    dei Consigli (idea che si può trovare esposta e difesa, per esempio, nella
    tradizione dei soviet, del socialismo ghildista, ma anche in Rosa Luxemburg
    e ancor più in Anton Pannekoek) l'Ecopar troverà la propria ispirazione per
    la concettualizzazione delle sue istiturioni economiche.

    Un'ultima osservazione sulle fonti dell'Ecopar: dopo aver conosciuto i
    valori decantati dall'Ecopar, il lettore, forse, penserà subito anche al
    socialismo utopico del diciannovesimo secolo, a quello di Charles Fourier,
    per esempio. Hahnel e Albert, dal canto loro, hanno rivendicato una
    filiazione con le idee di Edward Bellamy (1850-1898), così poco noto da
    indurmi a spendervi qualche parola. Bellamy ha pubblicato, nel 1888, un
    romanzo intitolato Looking Backward, 2000-1887, il cui titolo, del resto, ha
    ispirato quello dell'opera che presenta l'Ecopar al grande pubblico.6

    In questo romanzo, che ebbe a suo tempo un immenso successo, Bellamy
    immagina gli Stati Uniti nell'anno 2000. Il paese vive in un regime
    socialista in cui l'industria è messa al servizio dei bisogni umani e in cui
    l'attività economica si realizza all'interno di istituzioni che favoriscono
    l'equità, la fraternità, l'aiuto reciproco e la cooperazione. Critica
    virulenta del capitalismo e dei suoi devastanti effetti, dell'economia di
    mercato e dei suoi cantori, il libro esce mentre sono ancora vive le piaghe
    della crisi dello Haymarket di Chicago e partecipa di ciò che sarà uno degli
    ultimi momenti forti delle lotte operaie libertarie nell'America del Nord.

    Una soluzione intellettualmente credibile e fattibile in pratica

    Queste idee di Hahnel e Albert sono state sviluppate all'inizio in due testi
    usciti nel 1991. Dopo questa data gli autori hanno abbondantemente
    presentato il loro modello a diversi pubblici e con diversi mezzi: articoli,
    colloqui, conferenze, corsi, gruppi di lavoro e di discussione, in
    particolare su Internet. Lo hanno anche difeso contro le diverse obiezioni
    di cui è stato oggetto; hanno, infine, realizzato o contribuito a realizzare
    diversi tentativi d'impiantare i principi e le procedure dell'Ecopar in
    alcuni luoghi di lavoro che hanno cercato di funzionare secondo i princìpi e
    i valori di questo modello.

    L'economia partecipativa vuole essere quindi intellettualmente credibile e
    praticamente percorribile, senza cadere in nessuna delle trappole della
    semplice e troppo facile denuncia moralizzatrice, a cui, come si può
    concedere agli autori, la sinistra soccombe troppo spesso nelle sue analisi
    e nelle sue proposte economiche. A questo proposito citerò ancora Albert:
    "Sul piano economico, a sinistra, si arrivano a dire cose come questa: la
    gente, nella mia società, consumaveramente troppo, ed è orribile per questa
    o quella ragione; bisogna quindi abolire il consumo. Oppure: la gente della
    mia società lavora, bisogna abolire il lavoro. Invece di riconoscere che c'è
    un certo numero di funzioni che una società deve compiere. Il problema
    allora è sapere come farlo rispettando certi valori desiderabili. Molti
    ecologisti dicono: la General Motors è grande; quindi tutto ciò che è grande
    è negativo; bisogna pensare in piccolo. Ma questa non è un'analisi: è una
    reazione. E falso, anche da un punto di vista ecologico. La gente sente
    queste cose e se la ride, dicendo che si andrà a finire in una società in
    cui non ci sarà abbastanza da mangiare. Con ragione. Bisogna fare di
    meglio".7

    Sarebbe presuntuoso pretendere di render conto in poche pagine di tutti gli
    annessi e connessi di una simile proposta. Questo articolo, quindi, si
    propone più modestamente di presentare in maniera concisa alcune delle
    caratteristiche più importanti del modello, e poi di fornire le informazioni
    che permettano di approfondire a chi vorrà saperne di più. Dopo aver
    tracciato sommaria del modello economico, ricordo alcune delle principali
    critiche rivolte agli autori e gli argomenti con cui essi hanno risposto a
    questi attacchi. Alla fine vengono proposte una bibliografia e una
    internetgrafia, nella speranza che possano guidare i primi passi di chi ha
    desiderio di approfondire.

    Efficienza, equità, autogestione, solidarietà, diversità

    Quali criteri di valutazione conviene usare per giudicare le istituzioni
    economiche? Prima di proporre il loro modello, Albert e Hahnel hanno
    dedicato un importante lavoro per rispondere a questa domanda.8 Al termine
    delle loro analisi, propongono un modello che definiscono di preferenze
    endogene", che sfocia in una sostanziale riformulazione dei criteri
    valutativi abitualmente presi in considerazione per giudicare le economie.
    Per giungere rapidamente all'essenziale, ricordiamo che essi accettano
    l'optimum di Vilfredo Pareto come criterio dell'efficienza economica, ma che
    lo collegano a una concezione dei soggetti concepiti come agenti coscienti,
    le cui preferenze e caratteristiche sono suscettibili di svilupparsi e
    precisarsi con il tempo. Questa definizione dell'efficienza è il primo
    criterio considerato.

    Il secondo è l'equità. Anche la maggior parte degli economisti accetta
    questo criterio, e l'Ecopar è immediatamente d'accordo sul fatto che si
    tratta di una caratteristica desiderabile di un'economia.9 Ma Albert e
    Hahnel ricordano anche quattro formule distributive concorrenti,
    corrispondenti a quattro scuole di pensiero concorrenti, e che propongono
    altrettante definizioni di ciò che costituisce l'equità:

    *

    Formula distributiva 1: pagamento secondo il contributo della persona e
    secondo le proprietà da essa possedute.

    *

    Formula distributiva 2: pagamento secondo il contributo personale.

    *

    Formula distributiva 3: pagamento secondo lo sforzo.

    *

    Formula distributiva 4: pagamento secondo il bisogno.



    La maggior parte degli economisti, com'è noto, adotta le formule 1 o 2. Gli
    anarchici, invece, hanno molte volte espresso la loro preferenza per la
    formula 4. Pur riconoscendo che bisogna tendere verso di essa, l'Ecopar opta
    per la massima 3 e si costruisce quindi hic et nunc, a partire dall'idea di
    remunerazione secondo lo sforzo.

    Il terzo criterio di valutazione è l'autogestione. A questa sono dedicate
    lunghe analisi. Anche in questo caso, per arrivare rapidamente
    all'essenziale, diciamo semplicemente che gli autori sfociano in una
    definizione dell'autogestione intesa come il fatto per cui la voce di
    ciascuno ha un impatto su una decisione in proporzione a quanto sarà toccato
    da questa decisione. Albert e Hahnel considerano questa definizione
    dell'autogestione come uno degli apporti più originali, innovativi e gravidi
    di conseguenze dell'Ecopar.

    Il quarto criterio di valutazione è la solidarietà, intesa come la
    considerazione uguale del benessere degli altri.

    Il quinto e ultimo criterio di valutazione è la diversità, intesa come
    varietà degli output.

    Armati di questi criteri, chiediamoci che cosa si può pensare delle
    istituzioni che ci si presentano. Più precisamente, cercheremo di
    determinare in quale misura delle istituzioni di allocazione, così come
    delle istituzioni di produzione e di consumo, permettono, oppure no, di
    avvicinarci a quei valori desiderabili che abbiamo posto. Al nostro esame si
    offrono due istituzioni allocative: il mercato e la pianificazione.

    Né mercato, né pianificazione centralizzata

    La critica del mercato occupa una parte importante del lavoro preliminare
    compiuto dagli autori. Al termine, concludono che il mercato, lungi
    dall'essere quell'istituzione socialmente neutra ed efficiente di cui
    talvolta si vantano i pregi, erode inesorabilmente la solidarietà, valorizza
    la competizione, non informa adeguatamente sui costi e i benefici sociali
    delle scelte individuali (in particolare per via delle esternalità),
    presuppone la gerarchia del lavoro e alloca male le risorse disponibili. Per
    riassumere più semplicemente la posizione a cui arrivano gli autori, ecco
    quel che mi dichiarava Albert nel corso di un recente colloquio: "Il
    mercato, anche a sinistra, non è praticamente più oggetto di critiche, fino
    a tal punto la propaganda è riuscita a convincere tutti e ciascuno dei suoi
    benefici. Io penso che il mercato sia una delle peggiori creazioni
    dell'umanità. Il mercato è qualcosa la cui struttura e la cui dinamica
    determina la creazione di una lunga serie di mali, che vanno
    dall'alienazione ad atteggiamenti e comportamenti antisociali, passando per
    una distribuzione ingiusta della ricchezza. Sono quindi un abolizionista dei
    mercati, anche se so che non spariranno domani, ma lo sono allo stesso modo
    in cui sono un abolizionista del razzismo". La pianificazione centrale, come
    istituzione di allocazione, non passa molto meglio l'esame dei nostri cinque
    criteri di valutazione. Si riconosce generalmente che un sistema di
    allocazione attraverso la pianificazione, per essere efficiente, deve
    soddisfare un certo numero di vincoli preliminari. In particolare, i
    decisori devono conoscere e padroneggiare l'informazione necessaria per
    effettuare i calcoli che permettono l'elaborazione del piano e per poter
    imporre gli incentivi che assicureranno l'adempimento dei rispettivi compiti
    da parte degli agenti economici. La maggior parte degli economisti
    contemporanei rifiuta di ritenere possibili questi vincoli preliminari ed è
    d'accordo con Ludwig von Mises e i neoclassici: l'impossibilità di
    ammetterli in teoria segnala l'impossibilità pratica delle economie a
    pianificazione centrale. Albert e Hahnel dimostrano a loro volta che anche
    se si concedono queste improbabili premesse, economie di questo genere
    saranno sempre inaccettabili dal punto di vista dei criteri di valutazione
    che essi propongono. Se il mercato distrugge sistematicamente la
    solidarietà, la pianificazione centrale distrugge sistematicamente
    l'autogestione, impedisce la determinazione da parte di ciascuno di
    preferenze personali che tengano conto in modo ragionevole delle conseguenze
    sociali delle proprie scelte. Insomma, la pianificazione centrale promuove
    l'ascesa di una classe di coordinatori, oltre a generare risultati molto
    miseri.

    Se quest'analisi è giusta, né il mercato né la pianificazione centralizzata
    possono produrre risultati conformi ai criteri di valutazione proposti.
    Bisogna quindi inventare una nuova procedura di allocazione: è ciò che si
    propone appunto l'Ecopar.

    Produzione, proprietà e consumo

    Com'è, a questo punto, la situazione delle istituzioni di consumo e di
    produzione? Anche ora conviene giudicarle alla luce di criteri di
    valutazione, per decidere se quelle esistenti possano essere adatte a
    un'economia partecipativa.

    La proprietà privata è il primo candidato al titolo di istituzione della
    produzione. Nella sua accezione liberale, la libertà d'impresa e il diritto
    di godere senza vincoli dei frutti della propria attività sono considerati
    congiuntamente come fondamentali, anzi naturali, almeno nelle versioni
    naturaliste del liberalismo. Questa libertà economica sarebbe inoltre al
    centro delle libertà politiche. I criteri di valutazione che abbiamo
    ricordato ci indicano già che l'Ecopar, optando per una definizione della
    libertà economica intesa come autogestione, rifiuta la proprietà privata dei
    mezzi di produzione, in quanto mina al tempo stesso l'autogestione, la
    solidarietà e l'equità, nella misura in cui non remunera secondo lo sforzo e
    adotta piuttosto la prima formula distributiva.

    Infine, in nome dell'equità e della solidarietà, un'economia partecipativa
    rifiuterà ogni organizzazione gerarchica del lavoro, anche se fosse
    instaurata all'interno dei luoghi di produzione detenuti collettivamente.
    Resta da provare che la produzione possa rimanere efficiente pur essendo non
    gerarchica. Ci torneremo sopra.

    Concludiamo con un esame delle istituzioni di consumo. Le economie esistenti
    dedicano loro pochissime analisi e l'accettazione di caratteristiche
    gerarchiche nella produzione porta con sé l'accettazione di un consumo
    diseguale. Un'economia partecipativa proporrà quindi delle istituzioni e
    delle relazioni di consumo non gerarchiche, che permettano una
    partecipazione equa alla produzione.

    Il problema della produzione, così come si presenta in un'economia
    partecipativa, consiste essenzialmente nell'assicurare una democrazia
    partecipativa nei luoghi di lavoro: una democrazia attraverso la quale siano
    escluse le relazioni gerarchiche e rispettati i criteri di valutazione
    sostenuti da una simile economia, garantendo anche che ciascuno sarà in
    grado di avere una parte reale e significativa nel prendere le decisioni.

    Sono un'altra volta costretto ad andare velocemente all'essenziale, per
    arrivare direttamente, al di là dell'argomentazione che vi conduce, all'idea
    di balanced job complex, concetto che propongo di rendere con "sistema
    equilibrato di compiti". Si tratta di una delle maggiori innovazioni
    dell'Ecopar.

    Sistema equilibrato di compiti

    La proposta in fondo è molto semplice. All'interno dei luoghi di produzione
    di una Ecopar, nessuno, propriamente parlando, occupa un posto, almeno nel
    senso in cuiè inteso di solito questo termine. Ciascuno si occupa piuttosto
    di un insieme di compiti, che dal punto di vista dei vantaggi, degli
    inconvenienti e anche dell'impatto sulla capacità del suo titolare di
    prendere parte alle decisioni del consiglio dei lavoratori, è paragonabile a
    qualsiasi altro insieme equilibrato di compiti all'interno di quel luogo di
    lavoro. Inoltre, tutti i compiti che esistono in seno a una società che
    funzioni secondo l'Ecopar saranno globalmente equilibrati e succederà anche,
    per fare ciò, che dei lavoratori debbano svolgere dei compiti all'esterno
    del loro luogo di lavoro.

    I creatori dell'Ecopar dedicano molto spazio, energia e ingegnosità per
    difendere questa idea, per dimostrare che non è solo auspicabile in teoria,
    ma anche possibile ed efficiente in pratica per equilibrare in tal modo i
    compiti di produzione svolti in seno a un'economia. Più precisamente, il
    loro repertorio di argomentazioni tende a dimostrare che questa maniera di
    fare è efficiente, equa egarantisce il rispetto dei valori preconizzati: a
    cominciare, ovviamente, dall'autogestione, di cui è una condizione
    necessaria. Due argomenti sono per lo più invocati contro questa pratica.
    Vorrei ricordarli a questo punto per far vedere come vi rispondono i
    propugnatori dell'Ecopar. 10

    Secondo un primo argomento, se è plausibile pensare, come del resto incita a
    fare un'imponente letteratura, che il fatto di permettere ai lavoratori di
    avere una parola da dire sui loro compiti accresca l'efficienza del lavoro e
    la sua desiderabilità agli occhi di chi lo compie, la proposta di costruire
    degli insiemi equilibrati di compiti va molto al di là e trascura due
    elementi capitali del problema: la rarità del talento e il costo sociale
    della formazione. La proposta, quindi, sarebbe inefficiente. Questo
    argomento è spesso chiamato quello del "chirurgo che cambia le lenzuola dei
    letti dell'ospedale": all'inizio è apparso sotto questa forma.

    Certo, il talento richiesto per diventare chirurgo è senz'altro raro e il
    costo sociale di questa formazione elevato. C'è quindi senz'altro una
    perdita di efficienza nel richiedere al chirurgo di fare qualcos'altro oltre
    alle operazioni chirurgiche. Tuttavia, è anche vero che la maggior parte
    della gente possiede talenti socialmente utili, il cui sviluppo implica un
    costo sociale. Un'economia efficiente utilizzerà e svilupperà questi talenti
    in maniera tale che il costo sociale dell'assolvimento dei compiti
    abitudinari e meno interessanti dipenderà poco da chi li realizza. Quindi
    dalle premesse poste, il fatto che un chirurgo cambi le lenzuola non
    presenta un costo sociale globale proibitivo.

    Un altro argomento usato correntemente contro i sistemi equilibrati di
    compiti sostiene che la partecipazione promossa attraverso questa procedura
    si eserciterà a scapito delle conoscenze specializzate e della ruolo
    preponderante che necessariamente le compete nel prendere decisioni, in
    particolare se i temi dibattuti sono complessi. In effetti, l'Ecopar non
    nega affatto il ruolo delle conoscenze specializzate; ma se queste sono
    preziose per determinare le conseguenze delle scelte che possono essere
    fatte, non ha voce in capitolo quando si tratta di determinare quali
    conseguenze sono preferite e preferibili. Se l'efficienza presuppone che
    degli esperti vengano consultati sulla determinazione delle conseguenze
    prevedibili delle scelte (in particolare quando queste sono difficili da
    determinare) essa esige anche che coloro che dovranno subirle facciano
    conoscere le loro preferenze.

    Decisioni decentrate

    Che cosa produrranno questi luoghi di lavoro sarà determinato dalle
    richieste formulate da consigli di consumo. Ogni individuo (famiglia o
    unità) appartiene a unconsiglio di consumo di quartiere; ognuno di questi
    consigli appartiene a sua volta a una delle tante federazioni, che sono
    riunite in strutture sempre più inglobanti e ampie, fino al consiglio
    nazionale.

    Il livello di consumo di ciascuno sarà determinato dalla terza formula
    distributiva, ossia la remunerazione secondo lo sforzo, che è valutato dai
    compagni di lavoro.

    Così, il meccanismo di allocazione consiste in una pianificazione
    partecipativa decentrata. Consigli di lavoratori e consigli di consumo fanno
    delle proposte e le rivedono nel quadro di questo processo, che è stato
    oggetto di un lavoro considerevole da parte dei creatori dell'Ecopar, che
    sono giunti a costruirne un modello formale. In questo, fanno uso in
    particolare di procedure iterative, propongono regole di convergenza e
    mostrano che strumenti di comunicazione come i prezzi, la misura del lavoro,
    e anche informazioni qualitative, possono essere utilizzate per arrivare a
    un piano efficiente e democratico. Albert e Hahnel ritengono infatti che la
    "specificazione di questa procedura costituisca [il loro] contributo più
    importante allo sviluppo di una concezione e di una pratica economica
    libertaria ed egualitaria".11

    Queste proposte sono state recepite, com'è immaginabile, in modo diverso.
    Pensiamo che sia venuto il momento di esaminare alcune delle critiche che
    sono state loro rivolte.

    Alcune critiche e qualche risposta

    Parecchie critiche seguite alla pubblicazione delle opere di Hahnel e Albert
    hanno rinunciato a sostenere che un'economia libertaria e partecipativa sia
    tecnicamente impossibile, per tentare piuttosto di dimostrare che una tale
    economia non è desiderabile. Fra i numerosi argomenti tirati in ballo, ne
    esaminerò tre.12

    Secondo il primo, l'Ecopar tiene troppo poco in considerazione la libertà.
    Queste critiche riconoscono che, in una Ecopar, ognuno sarebbe libero di
    appartenere a un consiglio di lavoratori di sua scelta, che lo accetterà,
    oppure di formare un consiglio con chi desidera. Tuttavia pensano che
    l'Ecopar sacrifichi troppo la libertà personale per dei fini meno
    importanti. Questo argomento ha ricevuto una formulazione esemplare ad opera
    di un economista socialista molto noto, Tom Weisskopf, propugnatore di un
    socialismo di mercato. Secondo lui, l'Ecopar e quel socialismo di mercato,
    ambedue realizzabili, si contrapporrebbero in fondo per una ragione di
    ordine etico e filosofico. Il primo modello permetterebbe il raggiungimento
    di valori sostenuti tradizionalmente dalla sinistra (equità, democrazia,
    solidarietà), mentre il secondo incarnerebbe valori "libertari" più
    recentemente apparsi come altamente desiderabili: libertà di scelta, vita
    privata, sviluppo dei talenti e attitudini personali. Pur ricordando che
    l'Ecopar comprende strutture che permettono di preservare la vita privata e
    che promuove un concetto sostanziale di libertà individuale, mi sembra che
    si debba accettare di situare la discussione laddove la situa Weisskopf,
    ossia su un piano filosofico ed etico: l'Ecopar concepisce senz'altro la
    libertà come un concetto eminentemente sociale e pone dei vincoli alla
    libertà individuale che consegue dai valori che essa sostiene. Un
    "libertario" deplorerà che nell'Ecopar sia impossibile assumere qualcuno,
    come avrebbe deplorato che si sia messa fine alla possibilità di un essere
    umano di possederne un altro, attentando così alla libertà del proprietario
    di schiavi. Ma la difficoltà e il problema sollevati da Weisskopf esistono
    realmente e meritano di essere profondamente meditati e dibattuti.

    Pat Devine ha sostenuto invece che l'Ecopar presuppone che si dedichi un
    tempo eccessivo alle riunioni. A questo argomento è molto più facile
    controbattere. Infatti, basta far notare che, nelle nostre economie, il
    tempo dedicato a riunioni (essenzialmente da parte delle élite) è già così
    notevole che L'Ecopar può solo diminuirlo: semmai lo distribuirà in maniera
    più equa, garantendo che ciascuno prenda parte alle decisioni che lo
    riguardano.

    Un ultimo argomento sostiene che l'Ecopar non sia in grado di motivare
    adeguatamente gli attori del sistema. Bisogna senz'altro ammettere che
    l'Ecopar, adottando il criterio distributivo di una remunerazione secondo lo
    sforzo, esclude fin da subito l'essenziale degli incentivi materiali ai
    quali siamo abituati e cerca di massimizzare il potenziale motivante degli
    incentivi non materiali. Detto questo, si può pensare che dei compiti
    immaginati da coloro che li eseguono saranno più gradevoli dei ruoli
    definiti da un processo gerarchico, e che il fatto di sapere che ciascuno
    contribuisce in maniera equa alla produzione inciterà a compiere più
    volentieri i compiti meno gradevoli di un sistema equilibrato di compiti,
    poiché ciascuno compirà, salvo le variazioni del caso, una somma simile di
    compiti meno gradevoli. Inoltre, la valutazione dello sforzo consentito
    effettuata dai pari costituisce sicuramente un incentivo materiale, poiché
    determina il livello di consumo a cui ciascuno ha diritto. Ma resta vero che
    l'Ecopar valorizza degli incentivi ai quali finora si è accordato soltanto
    uno scarso valore: il rispetto e la stima altrui, il riconoscimento sociale.
    La scommessa dell'Ecopar, secondo me ragionevole, è che questi incentivi
    saranno ancor più efficaci della ricerca del profitto.

    Pensare che "un altro mondo è possibile"

    Alec Nove, un economista progressista americano contemporaneo, formulava
    negli anni Ottanta la conclusione a cui, lui come altri, era arrivato: "In
    una economia industriale complessa, le interrelazioni fra le diverse
    componenti non possono, per definizione, essere fondate se non su contratti
    liberamente negoziati, oppure su un sistema costrittivo di direttive
    provenienti da uffici di pianificazione. Non c'è una terza via."

    La prima opzione, come si sarà immaginato, è quella del mercato; la seconda,
    quella della pianificazione centrale. È così che il riconoscimento del
    fallimento della pianificazione centrale ha condotto tanti teorici a pensare
    che il mercato sia ormai l'unica istituzione economica possibile, e che i
    progressisti debbano accontentarsi di socializzarlo oppure di correggerne i
    difetti più stridenti, per esempio attraverso la proprietà pubblica delle
    imprese. Si può affermare che l'ambizione dell'Ecopar sta tutta nel
    dimostrare l'esistenza di una terza via, e che questa è proprio la strada
    intuita, in particolare, dagli anarchici. L'Ecopar si sforza quindi di
    dimostrare di essere un'alternativa credibile e praticamente realizzabile,
    specialmente rispondendo alle difficili domande che i predecessori
    lasciavano senza risposta: come si arriva alle decisioni da prendere? Come
    possono, delle procedure democratiche, produrre un piano coerente ed
    efficiente? Come vengono motivati i produttori? E via di seguito...

    Naturalmente, non è certo che le risposte dell'Ecopar siano quelle giuste
    sul piano teorico, né che siano valide sul piano pratico. Ma per lo meno
    delle risposte ci sono. Queste risposte sollevano a loro volta numerose
    domande e numerose poste in gioco, filosofiche, politiche, sociologiche,
    antropologiche. Uno dei grandi meriti dell'imponente lavoro compiuto da
    Albert e Hahnel è, a mio parere, quello dipermettere di porle, e spesso in
    maniera nuova. L'Ecopar contribuisce così a pensare che un altro mondo è
    possibile, e questo nel momento in cui il fatalismo conformista corrente ci
    presenta ingannevolmente l'ordine delle cose umane come se fosse necessario.

    Infine, l'Ecopar ci aiuta a precisare ciò per cui lottiamo e a formulare
    delle risposte alla domanda che viene inevitabilmente posta a coloro che
    lottano: "Ma allora, a favore di cosa siete, voi?".

    Queste risposte sono plausibili? Anche a questo riguardo c'è molto di cui
    discutere. Questo articolo avrebbe raggiunto lo scopo che si prefiggeva se
    il mio lettore, o la mia lettrice, avesse ora il desiderio, se non di
    prendere parte a questo dibattito, almeno a interessarsene.

    Note:

    1 ALBERT, M. et HAHNEL, R., The Political Economy of Participatory
    Economics, Princeton: Princeton University Press, 1991, p.7 (torna al testo)

    2 ALBERT, M. et HAHNEL, R., "Participatory Planning", Science and Society
    Spring 1992.(torna al testo)

    FNOTE <3>Corrispondenza con l'autore di questo articolo.(torna al testo)

    4>"Ogni gerarchia richiede di essere legittimata. O, un posto di lavoro,
    nella nostra società, è né più né meno una dittatura totalitaria. Il lavoro
    è amministrato dall'alto, da poche persone, le altre, in basso, non hanno
    voce in capitolo. Non vi è alcuna democrazia. Niente altro che una rigida
    gerarchia di poteri, che è anche una gerarchia di circostanze sociali, di
    redditi, di prestigio e così via. Penso che non si possa fornire nessuna
    giustificazione, che non esista una giustificazione per preservare i
    vantaggi di coloro che sono in alto. Ma bisogna anche notare come la
    sinistra aderisca a questa idea solo a parole - il fatto è che le
    organizzazioni di sinistra sono essere stesse spesso gerarchiche e
    autoritarie." BAILLARGEON, Normand, "Michael Albert: l'autre économie", Le
    Devoir, Montréal, 16 juin 1997, page B 1.
    http://www.smartnet.ca/users/vigile/...onMAlbert.html
    (torna al testo)

    5 ALBERT, M. et HAHNEL, R., op.cit, 1991, p.4(torna al testo)

    6 ALBERT, M. et HAHNEL, R., LooKing Forward: Participatory Economics for the
    Twenty-First Century, Boston: South End Press, 1991.(torna al testo)

    7 . Normand Baillargeon, ibid.(torna al testo)

    8 ALBERT, M. et HAHNEL, R., Quiet Revolution in Welfare Economics,
    Princeton, NJ: Princeton University Press, 1990; Normand Baillargeon,
    ibid.(torna al testo)

    9 ALBERT, M. et HAHNEL, R., op.cit.,1990.(torna al testo)

    10 . Seguirò qui l'esposizione di ALBERT, M. et HAHNEL, R., op.cit., 1991,
    p.8 sq.(torna al testo)

    11 Seguirò qui l'esposizione di questa questione offerta da Robin Hahnel in
    "The ABC of Political Economy", che verrà pubblicato nel 1999 dalla South
    End Press, Boston.(torna al testo)

    12 Seguirò qui la discussione proposta da ALBERT, M. et HAHNEL, R.,
    "Socialism As It Was Always Meant To Be", Review of Radical Political
    Economics, Vol. 24; No. 3 & 4, 1992.(torna al testo)

    Bibliografia

    A. Alcuni lavori de Michael Albert et Robin Hahnel B. ALBERT, M. et HAHNEL,
    R. Unorthodox Marxism, Boston: South End Press, 1978.

    ALBERT, M. et HAHNEL, R., Marxism and Socialist Theory, Boston: South End
    Press, 1981.

    ALBERT, M. et HAHNEL, R., Quiet Revolution in Welfare Economics, Princeton,
    NJ: Princeton University Press, 1990.

    ALBERT, M. et HAHNEL, R., Looking Forward: Participatory Economics for the
    Twenty-First Century, Boston: South End Press, 1991.

    ALBERT, M. et HAHNEL, R., The Political Economy of Participatory Economics,
    Princeton: Princeton University Press, 1991.

    ALBERT, M. et HAHNEL, R., "Socialism As It Was Always Meant To Be", Review
    of Radical Political Economics, Vol. 24; No. 3 & 4, 1992.

    ALBERT, M. et HAHNEL, R., "Participatory Planning", Science and Society
    Spring 1992.

    HAHNEL, R. The ABC of Political Economy, Manuscrit inédit, 1998.

    B. Discussioni critiche di Ecopar

    BAILLARGEON, Normand, "Michael Albert: l'autre économie", Le Devoir,
    Montréal, 16 juin 1997, page B 1.
    http://www.smartnet.ca/users/vigile/...onMAlbert.html

    BOWLES, Sam, "What Markets Can and Cannot Do", Challenge, July/August 1991.

    DEVINE, Pat, Democracy and Economic Planning , Boulder: Westview Press,
    1988.

    DEVINE, Pat, "Markets Socialism or Participatory Planning?" , Review of
    Radical Political Economics, Vol. 24; No. 3 & 4, 1992.

    FOLBRE, Nancy, Contribution to "A Roundtable on Participatory Economics", Z
    Magazine, July/August, 1991.

    HAGAR, Mark, Contribution to "A Roundtable on Participatory Economics", Z
    Magazine, July/August, 1991.

    MANDEL, William M, "Socialism: Feasibility and Reality" in Science and
    Society, Vol. 57, No. 3, Fall 1993

    NOVE, Alec, The Economics of Feasible Socialism Revisited, London:
    Harper-Collins Academic, 1990.

    SCHWEICKART, David, "Socialism, Democracy, Market, and Planning: Putting the
    Pieces Together", Review of Radical Political Economics, Vol. 24; No. 3 & 4,
    1992.

    SCHWEICKART, David, Against Capitalism, Cambridge: Cambridge University
    Press, 1993.

    WEISSKOPF, Thomas, "Toward a Socialism for the Future in the Wake of the
    Demise of the Socialism of the Past", Review of Radical Political Economics,
    Vol. 24; No. 3 & 4, 1992.

    Documento originale
    Une proposition libertaire: L'économie participative
    Traduzione di Alberto Panaro

    Baillargeon è docente di filosofia dell'educazione all'Università del Quebec
    di Montréal.


    --

    (http://www.zmag.org/Italy/baillargeon-ecopar.htm)

  8. #88
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    Mio Dio, 600 righe per ripetere i soliti deliri........

  9. #89
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    Originally posted by yurj
    Lo metto anche sul forum libertario, spero sia delle risposte alle domande che fai:
    ...
    Per leggerlo ci vuole una serata.
    Appena ho tempo ci provo e commento. Promesso.

  10. #90
    Estremista della libertà
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    Originally posted by Il Condor
    Mio Dio, 600 righe per ripetere i soliti deliri........
    L'hai letto?
    In attesa che faccia altrettanto potresti farmi un riassuntino?

 

 
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