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  1. #11
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    Predefinito IL PROCESSO KAPPLER

    L'imputato


    Inquadrata la fucilazione delle Cave Ardeatine nella figura del reato previsto dall'articolo n°185 codice penale militare di guerra, rimane da esaminare quale sia stata soggettivamente la posizione degli attuali imputati in quella esecuzione.
    La difesa del Kappler ha sostenuto che, quand'anche si ritenesse l'illegittimità della rappresaglia o della repressione collettiva, dovrebbe assolversi quell'imputato per avere egli agito in adempimento di un dovere imposto da una norma giurìdica o, quanto meno da un ordine non sindacabile del superiore. In sostanza, l'assunto difensivo è il seguente: posto che l'ordine della fucilazione è stato emanato dal Fuehrer, quest'ordine, per la competenza legislativa, oltre che esecutiva, di cui quell'organo era investito nell'ordinamento costituzionale tedesco e per la preminenza, di esso sugli altri organi costituzionali, costituiva una vera e propria norma giuridica o, comunque, un ordine insindacabile.
    In merito va precisato che il Kappler non fu chiamato ad eseguire un ordine di Hitler, ma un ordine di Maeltzer, che aveva a sua base un ordine di quel Capo di Stato e di cui egli era a conoscenza. In sostanza, come si è osservato, dal momento che il generale Maeltzer ordinò al Kappler di fucilare le trecentoventi persone delle quali si era discusso e ciò sulla base di un ordine di Hitler che disponeva una rappresaglia effettuata nei confronti di dieci cittadini dei territori occupati, a fronte di ogni soldato tedesco ucciso o comunque colpito, non può affermarsi che l'ordine di quel generale relativo alla fucilazione di un determinato numero di persone avesse lo stesso contenuto dell'ordine del Fuehrer.
    Tuttavia, stante che l'ordine del Maeltzer prendeva le mosse da un ordine di Hitler e di ciò era a conoscenza l'imputato, la tesi difensiva merita di essere esaminata.
    Per le considerazioni già svolte, il Collegio ritiene che il problema prospettato dalla difesa vada posto relativamente alla fucilazone di trecentoventi persone, non alla fucilazone delle altre persone, la cui causale è scissa dall'ordine in esame.
    In merito alla tesi difensiva, il Collegio osserva come non sia esatto qualificare come norma giuridica un ordine proveniente da un determinato organo solo perché questo abbia anche competenza legislativa. Non è la competenza di un organo difatti, che determina la natura di un imperativo, ma il contenuto di questo. Pertanto quando l'imperativo si rivolge ad un caso particolare, come nel fatto in esame, qualunque sia la competenza dell'organo che l'ha posto, va escluso possa trattarsi di precetto legislativo, la cui caratteristica principale è l'astrattezza.




    La tesi sull'ordine del Fuehrer

    Infondata è pure l'altra tesi relativa alla insindacabilità dell'ordine del Fuehrer. Invero, pur non potendosi disconoscere la grande forza morale che l'ordine del Fuehrer aveva nell'organizzazione militare ed in modo speciale in quelle organizzazioni, come per esempio quella delle S.S., che erano maggiormente legate a quell'organo, va esclusa sotto il profilo una insindacabilità di quell'ordine. Anche la legislazione penale militare tedesca, difatti, alla stessa stregua dei moderni ordinamenti giurìdici, pone il principio per il quale l'inferiore che abbia commesso un fatto delittuoso per ordine del superiore risponde di quel fatto, tranne che abbia ritenuto di obbedire ad un ordine legittimo. Principio questo sostanzialmente uguale a quello dell'articolo n°40 del codice penale militare di pace, in base al quale va esaminato l'aspetto della colpevolezza.
    Quest'esame va fatto riportandosi ai princìpi che disciplinavano l'organizzazione delle S.S., della quale il Kappler faceva parte. A quest'uopo bisogna tenere presente che in quell'organizzazione vigeva una disciplina rigidissima e veniva osservata una prassi che aggravava maggiormente i princìpi di quella disciplina. Dal dibattimento è risultato che le denunzie ai Tribunali Militari delle S.S., per reati commessi dagli appartenenti a quest'organizzazione, non venivano trasmesse direttamente, ma tramite il capo di quell'organizzazione, Heinrich Himmler, il quale spesso in calce alle denunzie, spesso in quelle più gravi, esprimeva delle direttive, cui i giudici rigorosamente si attenevano.
    Questi elementi, i quali dimostrano il livello di degradazione cui avesse portato un sistema politico di accentuato statalismo, devono essere tenuti presenti in un'indagine sul dolo, qualunque sia stata l'attività delle S.S. in tempo di pace ed in tempo di guerra, dato che la relativa organizzazione faceva parte dell'ordinamento amministrativo tedesco.
    Ciò premesso, il Collegio ritiene che l'ordine di uccidere dieci italiani per ogni tedesco morto nell'attentato di Via Rasella, concretatesi, attraverso il generale Maeltzer, nell'ordine di uccidere trecentoventi persone in relazione a trentadue morti, pur essendo illegittimo in quanto quelle fucilazioni costituivano per le considerazioni esposte, degli omicidi, non può affermarsi con sicura coscienza che tale sia apparso al Kappler.
    Il modo dell'esecuzione, crudele verso le vittime, se queste stando ad attendere sul piazzale all'imboccatura della cava sentivano, frammiste con le detonazioni, le angosciose grida delle vittime che le avevano precedute e di esse quindi, nell'interno della cava, scorgevano al chiarore delle fiaccole i cadaveri sparsi o ammucchiati, costituisce un elemento obiettivo di prova circa la coscienza dell'illegittimità dell'ordine. Ma non è da escludere che queste modalità siano collegate, più che ad una volontà cosciente circa l'illegittimità dell'ordine, ad uno stato d'animo di solidarietà verso i tedeschi morti anch'essi a causa della polizia, sfociato, per odio contro gli italiani concittadini degli attentatori, in una crudeltà nell'esecuzione.
    Questa deduzione, l'abito mentale portato all'obbedienza pronta che l'imputato si era formato prestando servizio in un'organizzazione dalla disciplina rigidissima, il fatto che ordini aventi lo stesso contenuto in precedenza erano stati eseguiti nelle varie zone d'operazioni, la circostanza che un ordine del Capo dello Stato e Comandante Supremo delle forze armate, per la grande forza morale ad esso attinente, non può non diminuire, specie in un militare, quella libertà di giudizio necessaria per un esatto sindacato, sono elementi i quali fanno ritenere al Collegio non possa affermarsi con sicurezza che il Kappler abbia avuto coscienza e volontà di obbedire ad un ordine illegittimo.




    La fucilazione dei dieci ebrei

    Diversa, invece, è la posizione dell'imputato per la fucilazione di dieci ebrei da lui disposta, come si è visto, per avere appreso che era morto un altro soldato tedesco e senza che in merito avesse avuto alcun ordine. Per questa azione la sua responsabilità è piena sia dal lato oggettivo sia da quello soggettivo.
    Sotto il profilo oggettivo va escluso che si tratti di rappresaglia, in quanto, a prescindere da altre considerazioni, il soggetto che dispose la fucilazione delle dieci persone non aveva competenza ad ordinare rappresaglie. Queste, difatti, secondo l'ordinamento tedesco, alla stessa stregua di altri ordinamenti, possono essere disposte da comandanti di grande unità.
    In tanto si può parlare se per un'azione sussista o meno una causa giustificatrice dell'antigiuridicità in quanto il soggetto che commise tale azione sia lo stesso facultato dalla legge a comportarsi, in particolari situazioni ed entro determinati limiti, nella maniera attinente a tale causa.
    Per la stessa ragione va negato che la fucilazione delle dieci persone costituisca una rappresaglia fuori dei casi consentiti, punita a norma dell'articolo n°176 codice penale militare di guerra. Perché questa norma entri in funzione, difatti, fra l'altro, è necessario che il comandante, il quale abbia ordinato la rappresaglia fuori dei casi consentiti, sia competente a disporre un atto del genere.
    Va pure escluso che l'esecuzione in questione rientri nella repressione collettiva, in quanto, come si è detto parlando dell'esecuzione in generale a proposito di questo istituto, non si è verificata alcuna delle condizioni del procedimento della repressione collettiva.
    Come si è detto nell'inquadrare giuridicamente la fucilazione in genere delle Cave Ardeatine, questa esecuzione rientra nell'ipotesi delittuosa prevista dall'articolo 185 codice penale militare di guerra la cui concreta applicazione è stata oggetto di esame da parte del Collegio.
    Trattasi, difatti, anche in questa ipotesi di omicidi commessi in relazione all'attentato di Via Rasella, cioè per una causa non estranea alla guerra, senza necessità, come si è dimostrato nel discutere della fucilazione in genere, e senza giustificato motivo dal momento che va negata, come si è detto, la sussistenza delle cause giustificatrici inerenti alla rappresaglia ed alla repressione collettiva.
    L'imputato ordinò la fucilazione dei dieci ebrei in questione, come si è detto nella esposizione del fatto, sapendo di fare cosa che non rientrava nell'ordine ricevuto. Egli agì in maniera arbitraria sperando che le più alte gerarchle, attraverso quest'azione, avrebbero visto in lui l'uomo di pronta iniziativa, capace di colpire e di reprimere col massimo rigore. Non era questa la prima volta che Kappler agiva arbitrariamente ed illegalmente nell'intento di porre in rilievo la sua personalità come quella di chi, superiore ad ogni pregiudizio di carattere giuridico o morale, adotta pronte, energiche e spregiudicate misure. Anche per l'oro degli ebrei, come si è visto, egli agì con la stessa spregiudicatezza ed illegalità.




    Una questione di ambizione umana

    La causale dell'uno e dell'altro delitto è nella sfrenata ed aberrante ambizione dell'uomo. Egli è nazista tipico: il suo interrogatorio ed il suo comportamento mettono in rilievo un uomo permeato di quei princìpi nazisti, che nella guerra, dovevano necessariamente sfociare nella non considerazione della personalità dei nemici e nella spietata subordinazione di tutti gli interessi a quelli della Germania e delle forze armate tedesche. Su questo piano non c'è norma giuridica che possa frenare: il diritto esiste nei rapporti interni tedeschi; per le popolazioni nemiche c'è la legge della forza. È questo piano sul quale si muovono i nazisti in guerra. Il Kappler poi, che è intransigente, ambizioso e permeato fino all'esasperazione di nazismo, opera con grande libertà d'azione perché vuole essere un operatore di primo piano, non un semplice esecutore di ordini, e rompe gli inciampi che vecchi uomini della Wermacht, educati in base a princìpi meno spregiudicati, potrebbero eventualmente frapporre.
    Nella ricostruzione di un fatto delittuoso la personalità dell'imputato quale scaturisce dalle risultanze processuali costituisce l'elemento propulsore nella ricerca della verità. Ed è sulla base di questa personalità e di tutti quegli altri elementi obiettivi, scaturiti dal giudizio e messi in rilievo, che il Collegio trae la sicura convinzione che il prevenuto nella fucilazione delle dieci persone in questione agì avendo la coscienza e volontà di operare in maniera arbitraria, non in base ad un ordine ricevuto. Le dieci fucilazioni, pertanto, concretano dieci omicidi volontari i quali, essendo stati commessi in conseguenza di uno stesso disegno criminoso, devono farsi rientrare nella figura giuridica dell'omicidio continuato.




    Gli errori di Kappler

    La fucilazione delle altre cinque persone fu dovuta come si è detto nella esposizione dei fatti, ad un errore che, per l'occasione in cui si manifestò, dimostra come in Kappler e nei suoi collaboratori più vicini sia mancato il più elementare senso di umanità. Queste cinque persone, prelevate in più del numero stabilito fra i detenuti a disposizione dei tedeschi e portate alle Cave Ardeatine, furono fucilate perché il capitano Schutz ed il capitano Priebke, preposti alla direzione dell'esecuzione ed al controllo delle vittime, nella frenetica foga di effettuare l'esecuzione con la massima rapidità, non s'accorsero che esse erano estranee alle liste fatte in precedenza.
    Chiunque sia stato l'ufficiale od il sottufficiale che effettuò erroneamente il prelevamento delle persone in questione, è certo che la loro uccisione si riporta alle insufficienti ed inopportune direttive date dal Kappler per l'esecuzione ed alla straordinaria negligenza di quei due capitani, contro i quali in questa sede non si procede per essere stato il relativo procedimento stralciato in istruttoria. Il Kappler si preoccupò di raccomandare ai suoi inferiori di agire con la massima celerità nell'esecuzione, ma non si curò di controllare l'operato di quelli e di accertarsi che non si verificassero delle omissioni fatali, la cui possibilità non era difficile stante il ritmo acceleratissimo con cui i detenuti erano prelevati e fucilati.
    Vi è stata da parte di questo imputato un'omissione relativamente alle opportune misure per un'esecuzione in grande massa da eseguirsi in poche ore ed è a tale omissione che si riporta l'errore che condusse alla morte queste cinque persone.
    Essendo avvenuto che oltre le persone contro le quali era diretta l'offesa, siano state fucilate cinque persone per un errore nel controllo delle vittime, il Collegio ritiene che il fatto rientri nell'ipotesi delittuosa dell'articolo n°82, II° comma del codice penale. Invero, l'errore del controllo delle vittime può ben farsi rientrare in quella "causa" generica, che costituisce una delle condizioni di applicabilità della norma in esame quando siasi cagionata offesa, oltre che alla persona alla quale essa era diretta, anche a persona diversa.
    Oltre che ai dieci omicidi dei quali si è ampiamente discusso, il Kappler risponde, stante l'accennato rapporto di causalità, anche di questi cinque omicidi a norma dell'articolo n°82, II° comma del codice penale.


    Dal sito dell'Anfim, Associazione nazionale famiglie italiane martiri caduti per la libertà della patria

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  2. #12
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    Predefinito Le bugie di Priebke

    I segreti di Bariloche


    San Carlos de Bariloche, la pittoresca località turistica situata alle pendici delle Ande argentine che ha ispirato l'ambientazione del Bambi disneyano, era una cittadina che nascondeva uno sporco, piccolo segreto. Lungo le sue strade si allineano case in stile tirolese dipinte a colori vivaci con motivi raffiguranti fiori e animali, e allegri negozietti che vendono cioccolata di produzione propria. Le pietre di pavimentazione hanno retto il peso dei passi di alcuni fra i più famigerati latitanti nazisti. Il diabolico dottor Joseph Mengele, "l'Angelo della Morte" di Auschwitz, ha vissuto qui prima di morire in Brasile, nel 1979. Adolf Eichmann, il principale responsabile dello sterminio di milioni di ebrei europei, vi trascorreva rigeneranti periodi di vacanza. Era una piccola Germania, puntigliosamente ricostruita; un paradiso per uomini e donne fuggiti dalle ceneri del Reich Millenario, e dove, si dice, il compleanno di Hitler continua a venire festeggiato dietro porte ben chiuse, e uniformi della Gestapo pendono come nuove accanto agli scheletri in molti armadi.


    Priebke a Bariloche


    È a Bariloche che Erich Priebke si trasferì nel 1954, e dove divenne presto affettuosamente noto come "don Erico", l'affabile proprietario del Vienna Delicatessen, per alcuni un nome legato a molti dolci ricordi. "Una nostra amica diceva che teneva un ritratto di Hitler nel retro, ma aggiungeva che aveva i migliori affettati della città", racconta una donna tedesca che per anni ha abitato a Bariloche. Che i concittadini di Priebke fossero a conoscenza del suo passato è certo. Dozzine di abitanti di Bariloche hanno ammesso di aver letto un libro di memorie pubblicato molti anni addietro in cui le imprese di nazista dell'uomo del Vienna Delicatessen venivano menzionate di sfuggita.
    L'ex viceconsole onorario italiano a Bariloche, Carlo Bottazzi, era fra i molti appartenenti alla locale comunità italoargentina che pur conoscendo da anni i nefandi particolari del soggiorno romano di Priebke, non ne aveva mai informato le autorità italiane. Bottazzi, rispondendo alle critiche sollevate in seguito all'arresto di Priebke, sostenne di essere sempre stato persuaso del profondo pentimento del tedesco, suo amico da quarant'anni - aveva addirittura pianto sulla sua spalla - e di non essersi per questo mai risolto a denunciarlo. In ogni caso, sembra improbabile che informazioni raccolte dal rappresentante di Roma a Bariloche avrebbero portato molto lontano. Nel 1989, i cacciatori di nazisti Serge e Arno Klarsfield (padre e figlio) riferirono della presenza di Priebke in Argentina al ministero degli Esteri italiano, ma non ricevettero mai alcuna risposta.
    Lamentarsi nel dopo sentenza di queste pretese colpe morali non tiene tuttavia conto che ignorare quelli che Simon Wiesenthal ha definito "gli assassini che sono fra noi" è più una regola che un'eccezione. Una soffiata ricevuta dal Mossad quattro anni prima del drammatico rapimento di Eichmann, e che ne segnalava la presenza in un sobborgo di Buenos Aires, venne ignorata. Perfino quando l'informatore - un cieco profugo del nazismo - fornì l'indirizzo e con esso altri particolari credibili, gli israeliani si ostinarono in un atteggiamento singolarmente distaccato fino a quando esigenze politiche diedero il via a quella che in seguito sarebbe stata definita "una caccia senza quartiere". Lo stesso Centro Simon Wiesenthal, che aveva rivestito un ruolo importante in quanto fonte di informazioni per la troupe televisiva che mostrò al mondo intero le immagini della nuova residenza di Priebke, partecipò alle ricerche in misura minore di quanto generalmente si dica.


    Le prime ricerche




    L'improbabile cacciatore di nazisti che rintracciò Priebke nella sua abitazione di Bariloche - un appartamento su due piani a poca distanza dal Deutsche Klub, il centro della comunità tedesca - era un produttore di Hollywood dotato di un certo fiuto giornalistico. Il suo nome è Harry Phillips, e lavora su contratto come produttore-scrittore per il "magazine" televisivo della Abc Prime Time Live. La storia del suo scoop, che ancora aspetta di essere raccontata, gli garantisce con ogni probabilità una citazione nel Guinness dei primati come l'uomo che in un sol giorno smascherò due importanti nazisti.
    Nel 1993, saputo che il governo argentino si apprestava ad aprire gli archivi a lungo segreti concernenti l'ondata di immigrazione di nazisti nel periodo postbellico, Phillips e la sua collaboratrice (che in seguito ha ricevuto minacce di morte e preferisce non essere citata) partirono per Buenos Aires. Lì, si trovarono immersi nel solito mare di registrazioni di false identità quali "Gregor Helmut" e "Ricardo Klement", corrispondenti rispettivamente a Mengele ed Eichmann. Molto meno facilmente identificabile risultò un certo "Juan Maler" che, nondimeno - come Phillips scoprì al suo ritorno a Hollywood - era considerato un soggetto di un certo interesse dall'ufficio di Los Angeles del Centro Wiesenthal.
    Di recente, Maler era divenuto noto al Centro come il fornitore della fiumana di pubblicazioni filo e neonaziste che da Bariloche cominciavano a diffondersi in tutta Europa. Uno dei funzionari del Centro, Rick Eaton, era stato mandato sul luogo a indagare. A Bariloche, spacciandosi per un neonazista, Eaton riuscì a risalire al settantanovenne Maler. Fra le altre cose, scoprì che poco dopo la guerra l'uomo aveva lavorato a Roma con le medesime funzioni di un ex ufficiale nazista di nome Reinhard Kopps. Kopps aveva avuto un ruolo importante in quella che era nota - era infatti il nome in codice utilizzato dai servizi americani - come la Rat Line, da più parti ritenuto storicamente il canale di fuga utilizzato da migliaia di criminali per lasciare l'Italia con l'aiuto del Vaticano, dei servizi segreti inglesi e successivamente di quelli americani. Kopps aveva collaborato con il vescovo Alois Hudal nel fornire documenti falsi a innumerevoli fuggiaschi; a Eaton, Maler aveva raccontato di avere avuto un incarico in Vaticano, e più tardi il funzionano americano ebbe a dire: "Procurare documenti alla gente era il suo lavoro". Kopps, che seguì lui stesso la Rat Line nel 1947, era effettivamente Maler, ma la prova certa non c'era ancora, e Phillips si procurò dell'altro materiale sui nazisti ancora in vita che erano vissuti a Roma e che avrebbero potuto risiedere a Bariloche.
    "Una fonte dei servizi segreti della Marina [americana] di Tampa", mi raccontò in seguito, "passò al setaccio i documenti in archivio e scovò la pratica relativa a un "tedesco di una certa importanza", un certo Erich Priebke." La pratica conteneva più che altro materiale biografico, ma ciò che apparentemente gli conferiva "importanza" era il riferimento al soggetto come al "2-i-C" del "Centro interrogatori" della Gestapo di via Tasso, a Roma. Nel gergo dei servizi segreti, la sigla sta a significare "comandante in seconda".
    A dispetto di questa nuova scoperta, l'abbondanza del materiale raccolto su Kopps-Maler indusse Phillips a dare a questo caso la priorità.


    L'approccio

    Lui e la sua collaboratrice tornarono in Argentina con la speranza di ottenere un'intervista e, sotto gli occhi della telecamera, affrontare il ricercato con le informazioni relative alla sua vera identità. Priebke fu lasciato sullo sfondo, ma soltanto per poco. "Verso la metà del marzo 1994 eravamo a Bariloche", raccontò Phillips, "e stavamo preparando l'intervista a Kopps, quando d'impulso presi l'elenco telefonico cittadino ed eccolo lì: Erico Priebke."
    Fu la sua collaboratrice a telefonare. Era appena arrivata a Bariloche, raccontò, e pensava di stabilirvisi; qualcuno le aveva fatto il suo nome. Priebke, allora ottantunenne, cedette a due sue documentate debolezze: la sicurezza della propria impunità, sviluppata in cinquant'anni di latitanza vissuti con il suo vero nome, e il suono di una voce femminile. Invitò la donna ad andare a trovarlo nella casa che divideva con la moglie Alice Stòll, sposata quasi cinquantasei anni prima, e nella sua qualità di vecchio residente ed ex proprietario del Vienna Delicatessen, procedette a ragguagliare la "nuova arrivata" sulla piacevolezza della vita a San Carlos de Bariloche.
    Intanto, Phillips metteva Priebke sotto la sorveglianza di una telecamera nascosta, e a Washington lo staff del Prime Time Live cominciava a raccogliere tutte le informazioni reperibili sui suoi trascorsi di nazista. Quando il ricercatore di Washington apprese del suo coinvolgimento nell'eccidio delle Fosse Ardeatine, mi contattò in quanto unico autore di un libro in lingua inglese sull'argomento.
    Non avevo saputo più nulla dell'uomo Priebke - in contrapposizione al misterioso Priebke che compariva nei documenti da me consultati per la stesura del libro - da quando, decenni prima, avevo intervistato l'ex agente dell'Oss Peter Tompkins. Tompkins aveva operato come spia nella Roma occupata sotto le spoglie di un agiato fascista italiano. Priebke, capo del controspionaggio della Gestapo, gli stava addosso nella speranza di stanarlo. Si trovarono casualmente faccia a faccia la sera del sabato precedente il massacro, a una festa nell'elegante quartiere dei Parioli. Ma la copertura dell'americano non saltò. (Secondo Tompkins, Priebke era troppo occupato a palpeggiare il seno di una bella attrice italiana per prestare attenzione agli altri ospiti.) Non avrei potuto offrire alla troupe di Abc molto più di quel semplice aneddoto, insieme con la suggestiva ma laconica documentazione allora nota sulla parte avuta da Priebke nell'eccidio. In effetti, i loro ricercatori avevano scovato documenti inglesi, francesi, americani e israeliani che, benché frammentari, dipingevano Priebke come una figura ben più significativa di quanto fino ad allora supposto. Il mio contributo in quanto tale, si concluse la vigilia del giorno in cui la troupe di Phillips e il suo miglior giornalista, Sam Donaldson, si appostarono nelle strade di Bariloche con la speranza di sorprendere sia Kopps sia Priebke con la guardia abbassata.
    La mattina del 6 aprile 1994, la squadra era sul campo. I guai cominciarono subito. Nelle settimane precedenti, Phillips aveva notato che Priebke usciva di casa tutti i giorni sul presto e percorreva a piedi i due isolati che lo separavano dagli uffici dell'Associazione culturale tedesco-argentina, di cui era presidente, per rientrare, sempre a piedi, a mezzogiorno. Quel giorno, tuttavia, il tedesco arrivò in macchina e parcheggiò all'angolo dov'erano appostati due operatori. Phillips temette che Priebke risalisse in auto e si allontanasse prima che l'intervista potesse avere luogo.
    Nel frattempo Donaldson, uno dei più popolari cronisti americani, accostava Maler-Kopps. Questi abitava a due soli isolati di distanza da Priebke, e Donaldson lo sorprese in strada. Le telecamere entrarono in funzione.
    "Senor Maler", disse il giornalista avvicinandoglisi con un microfono in mano, "sono Sam Donaldson della stazione televisiva americana Abc News."
    "Si, ma che cosa vuole sapere?" replicò Maler diffidente, e in un inglese dal marcato accento tedesco. "Che cosa vuole sapere?"
    "Il suo nome è Reinhard Kopps?"
    Per un istante l'altro si irrigidì, poi cercò di sgattaiolar via. "Mi scusi, ma non ho tempo per certe sciocchezze."
    Donaldson non mollò la presa. I bravi giornalisti, così come i bravi psichiatri e i bravi poliziotti, sanno che solo una sottile membrana separa il più secco diniego dall'impulso di raccontare ogni cosa. Maler si ostinò a negare la propria identità, ma non se la diede a gambe. Dopo che gli fu mostrata una copia della sua tessera del Partito nazionalsocialista, e un'istantanea che Rick Eaton aveva furtivamente scattato nel suo soggiorno e raffigurante un giovane ufficiale nazista molto somigliante a lui da giovane, ebbe luogo lo strabiliante scambio di battute qui riportato:
    DONALDSON: Lei è Reinhard Kopps.
    MALER: No.
    DONALDSON: No?
    MALER: Io ero... quando è stato... nel '52, l'ambasciata tedesca mi dette questo nome, il nome di Maler.
    DONALDSON: E come si chiamava, prima?
    MALER: Kopps.
    L'aveva detto, addirittura in televisione e, si potrebbe pensare, non si sarebbe potuto sperare di più. Ma come accade nelle migliori performances catartiche via etere, la catarsi vera e propria sarebbe arrivata solo alla fine. Rispondendo con un inequivocabile "sì" a una domanda circa la sua collaborazione con il vescovo Hudal nella gestione della Rat Line, utilizzata per la fuga dei criminali nazisti in Argentina, Kopps introdusse Donaldson e la telecamera ai suoi più riposti segreti.
    "C'è un sacco di gente qui che è ancora nazista, un sacco, glielo dico io."
    "Chi sono?"
    Kopps si volse trascinando Donaldson con sé; dava le spalle alle telecamere ma parlava direttamente nel microfono del giornalista.
    KOPPS: Si chiama Priebke.
    DONALDSON: Priebke?
    KOPPS: Erich Priebke.


    Le prime dichiarazioni







    "Dio era dalla nostra parte", disse più tardi Phillips, riferendosi al timore che Priebke sfuggisse ai suoi uomini allontanandosi in macchina. A mezzogiorno in punto, vestito sportivamente con una camicia aperta sul collo e un berretto con visiera, l'uomo uscì dall'edificio che ospitava il centro culturale. Aveva in mano le chiavi della macchina e camminava con il passo deciso della persona in buona forma fisica, molto simile al nonnetto che effettivamente era, e chiedendosi forse che cosa avesse preparato Alice per pranzo.
    Donaldson, che lo aspettava al varco, fu lesto ad avvicinarlo. "Senior Priebke? Sam Donaldson della televisione americana."
    "Sì?" Era un sì seguito da un punto di domanda, e dava l'impressione che l'interpellato stesse soprattutto cercando di capire che cosa diavolo succedesse. Si era fermato davanti alla portiera dell'auto.
    "Potremmo parlarle un momento?"
    Gli veniva offerta una scelta. E scelse. "Sì", rispose. Si concludeva così il tempo di don Erico.
    Mentì, sostenendo di non aver sparato a nessuno nelle cave, negando che fra i morti figurassero anche bambini, sostenendo che le vittime non erano civili ma "terroristi", e ribadendo più volte il proprio profondo rammarico, nel tentativo di far apparire la sua partecipazione al massacro come un peccato giovanile. Ma ammise di avere vissuto a Roma, di essere stato membro della Gestapo, di essersi trovato sulla scena del crimine e, avendo avuto a disposizione quasi cinquant'anni per rifletterci sopra, offrì l'abbozzo di quella che sarebbe stata la sua linea di difesa al processo: attribuì la colpa ai "comunisti". "Un ordine era un ordine, ragazzo"; e: "Non commettemmo alcun crimine. Facemmo quello che ci era stato ordinato, e questo, sa, non è un crimine". In ultimo, rimproverò Donaldson per il suo atteggiamento troppo disinvolto, accusandolo di essergli piombato addosso senza preavviso. "Una persona educata non lo avrebbe fatto", commentò. "Lei non è un gentiluomo." Poi salì in macchina e partì. Gli restavano ancora quarantotto ore di libertà.

    Il processo

    Era l'8 maggio 1996, Primo piano di Viale delle Milizie Tribunale Militare.
    Prima di varcare la soglia della piccola aula gremita, dove si sarebbe svolto il processo ad Erich Priebke, mi fermai un istante, con la toga sotto un braccio mentre l'altro reggeva la borsa carica di ricordi strappati ai familiari delle vittime del carnefice delle Fosse Ardeatine.
    La confusione era tanta. Ai numerosi giornalisti, scrittori, fotografi, teleoperatori, che non mancano mai ai processi di grande richiamo, si aggiungevano "loro", i veri protagonisti, quelli che il processo lo avevano voluto a Roma: i Soci dell'ANFIM, i tanti familiari delle vittime, con lo sguardo di bambini nei volti resi adulti dal trascorrere del tempo in cui l'emozione aveva fuso lo stupore, la curiosità e l'orrore insieme. "BOIA! ASSASSINO!" E' l'urlo che, improvviso, fa tremare il piccolo edificio. Erich Priebke era emerso dall'ascensore, scortato dai Carabinieri. Dritto, malgrado gli anni, freddo, come il suo sguardo. Finalmente il giudizio, la resa dei conti!

    Viaggio in Argentina

    Non era stato facile ottenere l'estradizione dall'Argentina, averlo in Italia. All'opera della diplomazia e della politica, era stato necessario aggiungere quella del cuore e del dolore. Due rappresentanti dell'ANFIM, Marco Giustiniani e Giulia Spizzichino erano partiti per l'Argentina. Diciotto membri della famiglia della Spizzichino erano stati catturati ed uccisi dalla Gestapo e l'opera di sensibilizzazione dell'opinione pubblica, l'aveva vista protagonista col suo dolore attraverso apparizioni alla televisione, interventi nelle scuole, mobilitazioni delle associazioni umanitarie.
    In Argentina i rappresentanti dell'ANFIM ebbero il supporto morale e giuridico dell'Avv. Marcello Gentili, uomo, oltre che professionista, di grandi principi e profonda umanità. L'estradizione viene finalmente concessa.

    Udienza preliminare e rinvio a giudizio

    Il 21/11/95 Erich Priebke giunge in Italia per essere sottoposto a processo. Trattandosi di crimine di guerra, Erich Priebke doveva essere giudicato da un Tribunale Militare.
    L'ANFIM ed i suoi si affidano agli Avv.ti Marcello Gentili e Giancarlo Maniga di Milano e Sebastiano Di Lascio di Roma. Non tutti i soci erano convinti dell'opportunità di partecipare al giudizio con la costituzione di parte civile, alcuni temevano che si potesse pensare alla volontà di speculare economicamente sul fatto, sporcando così la dignità nella quale era sempre stato vissuto il dolore. Si decise per il si con una richiesta simbolica e morale dei danni.
    All'udienza preliminare, tenutasi il 7/12/95, la prima eccezione riguarda la possibilità, per le parti offese, di partecipare al giudizio mediante costituzione di parte civile. L'art. 270 del codice militare, infatti, non lo consente. E' quindi, essenziale rimuovere questo ostacolo. Il che avviene con l'intervento della Corte Costituzionale che cancella la proibizione contenuta nella legge militare ed apre le porte alla partecipazione al processo a tutti coloro che avevano subito un danno, morale e/o materiale dai fatti, dei quali l'imputato doveva rispondere. Il 28 marzo 96 viene fissata l'udienza preliminare che si conclude il 4/4/96 con il rinvio a giudizio dell'imputato.

    Inizia il processo a Erich Priebke

    Il giorno 8 Maggio inizia finalmente il processo. Questo si svolge nel vecchio e piccolo Tribunale Militare di V.le delle Milizie. Le ripetute richieste dei difensori di parte civile e dei rappresentanti della stampa di trattare la causa in un luogo più ampio che consentisse al processo di avere la pubblicità che la legge prescrive, vennero tutte respinte dal Tribunale presieduto dal Dott. Agostino Quistelli. A suo dire, per motivi di ordine pubblico. In realtà il Collegio giudicante si trovava, per la prima volta nella storia, a condurre un processo di tanta rilevanza, con imputazioni così gravi e con la partecipazione delle parti civili. Passare dalla cognizione di piccoli reati ad un processo per Omicidio pluriaggravato e continuato a danno di cittadini italiani era impegno che, evidentemente, faceva tremare il Tribunale. Fu questo, anche, il motivo per il quale non venne consentita la ripresa televisiva dell'intero processo. I teleoperatori vennero tenuti fuori dall'aula ove era collocata una sola telecamera gestita dai militari, con monitors per i giornalisti posti in una saletta di pochi metri quadrati, situata a poca distanza dall'aula. Si aveva l'impressione che il Collegio giudicante, e segnatamente il Presidente Quistelli, volesse smorzare l'interesse al processo mettendogli la sordina e limitando tutte le possibili forme di risonanza. In realtà da tutte le parti del mondo si guardava con estremo interesse e attenta curiosità al sipario che stava per alzarsi su un periodo nero della storia dell'umanità.

    Processo al nazismo

    Il nazismo e la sua ideologia razzista e mitomane, causa della seconda guerra mondiale, stavano per essere portati alla ribalta attraverso il giudizio che veniva celebrato a carico di un suo fedele discepolo che alla obbedienza alla disciplina nazista affidava tutta la sua difesa per giustificare una delle stragi più efferate, crudeli e vili del nazismo. Era presente la stampa di tutto il mondo, scrittori come Robert Katz, autore del più completo e documentato volume sull'Eccidio delle Ardeatine, il noto "Morte a Roma - Massacro delle Fosse Ardeatine" dal quale venne tratto il film "Rappresaglia". Nulla, tuttavia riuscì a convincere il Presidente Quistelli a dotare il processo di un ambiente più adeguato e più rispettoso delle parti, dei difensori, dei cittadini e della stampa. La volontà di minimizzare. Questo caratterizzava il comportamento del Presidente Quistelli, quasi che il processo fosse qualcosa di noioso che andava fatto ma sarebbe stato meglio evitare di farlo perché era inutile fare.

    I pre-giudizi del Giudice Quistelli

    Nel giugno 96 si apprese che lo stesso Quistelli aveva confidato al Generale dei CC Francesco Masetti che nel comportamento di Priebke si poteva ravvisare tutt'al più un omicidio colposo plurimo. Questo portò il P.M. Dott. Antonino Intelisano a presentare alla Corte d'Appello militare istanza di ricusazione del giudice. Si era al 17/6/96. Chi è chiamato a giudicare non può esprimere giudizi e, soprattutto, deve essere imparziale. La sentenza, infatti, deve essere emessa a conclusione del processo nel corso del quale vengono raccolte le prove documentali e testimoniali; sono queste prove, poi, la base sulla quale il giudice, deve fondare la decisione.
    Se questi esprime un giudizio sulla natura del reato prima ancora che il processo abbia avuto inizio, come è accaduto con il Dr.Quistelli, viene a mancare la certezza della imparzialità del giudizio e pertanto il Giudice può essere ricusato. Il Procuratore Militare Intelisano ricusò, pertanto il Presidente Quistelli ed a lui si associarono i difensori delle parti civili.
    La Corte d'Appello militare, tuttavia, con ordinanza del 3/7/96 giudicò ingiustificata la ricusazione ed il processo andò avanti fino alla sua conclusione che si ebbe con la sentenza del 1 Agosto 1996.

    La sentenza del 1 agosto 1996

    Il Tribunale pur riconoscendo la responsabilità dell'imputato, ritenne che allo stesso si dovessero applicare le attenuanti con il risultato che il reato doveva considerarsi prescritto ed Erich Priebke doveva essere scarcerato e poteva quindi ritornarsene alla sua vita tranquilla a Bariloche.
    La sentenza scosse Roma, l'Italia ed il mondo intero. Il crimine di guerra poteva dunque prescriversi!
    Le luci dell'Altare della Patria vennero spente in segno di lutto, una folla di gente, con in testa i rappresentanti dell'ANFIM si diresse alle Fosse Ardeatine a chiedere perdono ai Caduti perché al delitto era seguito l'atroce e ancor più feroce insulto della impunità del carnefice. La reazione del pubblico presente alla lettura della sentenza, non aveva consentito, però, che ne Priebke ne i componenti del Collegio giudicante riuscissero a lasciare il Tribunale. Nella notte, il colpo di scena. Poiché era pervenuta alcuni giorni prima al Ministero di Grazia e Giustizia la richiesta di estradizione di Priebke da parte della Germania, il Ministro Guardasigilli chiese che la Procura della Repubblica emettesse un ordine di custodia cautelare fino a quando non fosse stato deciso se concederla o meno. Questo impedì la scarcerazione e la conseguente, già programmata, fuga all'estero, di Erich Priebke.

    Il nuovo processo

    Con sentenza del 15 ottobre 1996, poi, la Corte di Cassazione decidendo sul ricorso proposto sia dal Procuratore Generale Militare che dalle parti civili, avverso l'ordinanza di rigetto della dichiarazione di ricusazione del Presidente Quistelli, adottata dalla Corte d'Appello Militare, la annullava e dichiarava l'inefficacia di tutti gli atti del giudizio concluso con la nota sentenza Quistelli del 1 Agosto 1996. Tutto ritornava quindi, al punto di partenza.
    Il Tribunale Militare, nella sua nuova composizione, con la sentenza del 4/12/96 d'ufficio, dichiarava il proprio difetto di giurisdizione, ritenendo competente a decidere sul caso il Tribunale ordinario. Questo con provvedimento del 31/12/96, ritenendosi a sua volta incompetente, trasmetteva gli atti alla Suprema Corte di Cassazione perché risolvesse il conflitto. La Corte adita con sentenza del 1O/2/97 dichiarò competente a giudicare il Tribunale Militare.

    Il Colonnello Karl Hass

    Nel frattempo era entrato in scena un altro protagonista della strage, il Colonnello Karl Hass, prima come testimone, e subito dopo, come imputato. Sia Erich Priebke che Karl Hass venivano giudicati nuovamente dal Tribunale Militare, questa volta presieduto dal Dott. Luigi Flamini che aveva come giudici a latere il Dott. Antonio Lepore ed il Maggiore A.M. Fabio Pesce. Il processo si svolge nell'aula bunker di Rebibbia situata sulla Tiburtina poco prima di Bagni di Tivoli. Erich Priebke è difeso dagli avv.ti Brubo Giosuè Naso e Carlo Taormina. La lontananza della sede del processo dal centro di Roma e la difficoltà nei trasporti penalizzavano i famigliari delle vittime e tutti coloro che intendevano assistervi.
    La sentenza emessa il 22/7/97 è di condanna ma ad una pena "mite" dieci anni e 8 mesi per Hass e 15 anni per Priebke. Dieci anni vengono condonati. Karl Hass viene liberato. Anche questa decisione suscita polemiche. Vi è stata, è vero, l'affermazione delle responsabilità di entrambi gli imputati, e vi è stata anche l'affermazione della imprescrittibilità del reato, ma l'entità della pena fa pensare ai carnefici come agli autori di un furto di galline. La sentenza venne impugnata sia dalla procura Militare che dagli imputati.

    Il giudizio conclusivo

    Il giudizio di appello si svolge al Foro Italico, sede più idonea perché sufficientemente capiente e vicina alla Città Giudiziaria di P.le Clodio. Hass rimane assente. Priebke compare alla prima udienza e poi alla fine per leggere una dichiarazione. La sentenza fu quella che tutti si aspettavano: ergastolo per entrambi gli imputati. La Cassazione, alla quale sia il Priebke che Hass ricorsero, confermò la sentenza. Finalmente cala il sipario: i Martiri delle Cave Ardeatine si acquietano nei loro sacelli. Viene scritta la parola "fine" al processo che li aveva riportati in vita. L'ergastolo costituisce la giustizia, seppur tardiva punizione per la mostruosità dell'eccidio, la ferocia dell'esecuzione e la disumanità della strage.

    Le bugie di Priebke

    Il processo aveva in evidenza un Priebke oltre che glaciale, anche bugiardo. All'udienza preliminare del 3/4/96 aveva dichiarato tra l'altro:
    1 "Non ero a conoscenza che Kappler aveva aggiunto alla lista altre 1O persone";
    2 "Soltanto nel 1994 ho saputo che le vittime erano 335";
    3 "Non ero a conoscenza delle lista degli ebrei".
    E, da ultimo, il colmo della improntitudine che suona irridente oltraggio all'intelligenza ed alla memoria degli italiani: "Non sapevo che a Via Tasso si applicassero delle torture".
    Il boia Priebke, il torturatore più freddo e spietato della Gestapo, il terrore dei partigiani e di quanti lottavano per liberare l'Italia dal Nazi-fascismo, vuole far credere che non sapeva "che a Via Tasso si applicassero delle torture". Questi è l'uomo che è stato giudicato solo dopo cinquant'anni! Coerente nel male fino alla fine. Non un segno di cedimento morale, di resipiscenza di riesame. Per lui la guerra non è ancora finita. Era e rimane il Capitano della Gestapo Erich Priebke, il torturatore.
    Gli anni trascorsi, invocati da tanti come un motivo per non punire ("è un povero vecchio" - si sentiva dire) costituiscono, invece, la conferma della malvagità dell'uomo, che non solo non ha pietà ma nemmeno rispetto per le sue vittime.
    E quando parliamo di vittime, tuttavia, non ci riferiamo solo a colore che il 24 Marzo 1944 hanno lasciato la vita, ma anche chi è stato costretto ad affrontarla senza l'aiuto del padre, in solitudine, tristezza e miseria. Vittima è chi ancora, dopo anni, si sveglia la notte nel terrore, come il Povero Paladini; vittima è chi sussulta ancora se viene bussato con violenza alla porta o sente, nella notte, dei passi in strada.

    Giustizia è stata fatta

    Le vittime hanno chiesto giustizia e, finalmente gli uomini hanno risposto. Giustizia non vendetta. E Giustizia è stata. Si spengono, così, le luci di un passato rivissuto con sofferenza e raccapriccio, di fronte al quale nulla ha potuto il tempo, se non ricordarci che abbiamo il dovere di non dimenticare, non per vendetta che fugge il cuore dei giusti, ma per quell'opera di educazione ai principi immortali di umanità e pietà, che non possono essere immolati a nessuna ideologia, fede politica o guerra. Porto con me di questo processo la partecipazione umana, la sofferenza inespressa, il pudore estremo con cui nelle necessità di ricordare il passato i parenti delle vittime hanno vissuto la sofferenza.
    Ricordo la serena dignità dei testimoni. Le pause troppo lunghe che nascondevano lo sforzo per vincere un'emozione lacerante. Ricordo il loro calore che dava orza ai nostri interventi, gli sguardi smarriti nelle situazioni di incertezza e quelli di orgoglio ogni volta che la nostra accusa colpiva con efficacia. Questo processo ha creato per me un legame indissolubile con i familiari che vi hanno partecipato: un filo conduttore misterioso mi ha portato ad intercettare, quasi atto di pirateria, i loro sentimenti. Io li ho vissuti con loro, come loro. Conservo e conserverò sempre, con gioia ed orgoglio, nel cuore, il mistero di questa comunione di spirito e di sentire che rimane uno dei capitoli più belli della mia vita. Non solo professionale

  3. #13
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    Predefinito MariaRita, MariaRita quante cose sai far tu!...

    originally posted by prof.ssa MariaRita:

    ... così come sono state ignorate e dimenticate, in un armadio del ministero della difesa , per oltre 50 anni, le denunce di stragi sanguinose compiute dai nazifascisti, come quella di S. Anna di Stazzema...

    ... riguardo a Perlasca mi chiedo come mai, visto che si trattava di un uomo di destra, a nessuno dei giornalisti del Movimento Sociale sia venuto in mente di raccontare la sua vicenda mentre invece preferivano coltivare l'odio e spargere falsità sulla resistenza. Ti ricordo che la vicenda è stata scritta da un giornalista dell'estrema sinistra e pubblicato da una casa editrice a cui solitamente esponenti della sinistra fanno riferimento. Vicenda che è stata descritta con il massimo dell'obiettività. Se era per voi di Perlasca non si sarebbe sentito mai niente, anzi, molti di voi sono indaffarati tuttora a fare del negazionismo sulle atrocità naziste...


    Devo confessare che per me è un autentico piacere constatare come, ogni qual volta il sottoscritto svela uno dei tanti orrori [nella fattispecie corredandolo, giusto perchè così fa più effetto, di relativa foto] compiuti dai cosiddetti 'eroi della resistenza', orrori che suonano come un insulto alla verginità [ideologica s'intende... ] della stimatissima prof.ssa MariaRita, questa, manifestando in maniera assai inelegante la sua sensibilità a ciò, si lanci puntualmente in inevttive ed improperi rivolti al sottoscritto.

    Nella fattispecie, gentile prof.ssa, è doveroso ricordare innanzi tutto che l'argomento di discussione da me proposto è la figura di Giorgio Perlasca e quindi non è opportuno ritirare fuori l'episodio di Sant'Anna di Stazzema, sul quale la scorsa estate ho dato ampie e convincenti risposte nella discussione

    http://www.politicaonline.net/forum/...threadid=20152

    che i lettori interessati possono tranquillamente andare a rivedere.

    In secondo luogo, tornando alla figura di Giorgio Perlasca, al sottoscritto risulta che la in vero incredibile vicenda che lo vide protagonista sia stata riportata alla luce negli anni '80 non già per iniziativa di un giornalista 'di sinistra' bensì per merito di alcune donne ebree ungheresi, ragazzine all’epoca delle persecuzioni, che attraverso il giornale della comunità ebraica di Budapest avevano cercato notizie di un diplomatico spagnolo di nome Jorge Perlasca. E' grazie a loro quindi che la vicenda è riemersa, i giornali, le televisioni e i libri son venuti dopo.

    Per concludere, dal momento che si nota una certa 'ansietà' da parte della prof.ssa MariaRita al pensiero della mia intenzione di inaugurare il discorso relativo alla scoperta di numerose 'verità' [assai poco piacevoli e molto imbarazzanti per i nostri 'eroi della resistenza'] rimaste sempre nascoste sull'episodio di via Rasella, mi premurerò di sollevare MariaRita da tale stato ansioso procedendo senza indugio all'inaugurazione del relativo 3d.

    con infinita cordialità!...


    --------------

    Nobis ardua

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  4. #14
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    Predefinito

    E' vergognoso che uno come Fecia neghi tutte le stragi dei nazisti. Fai +++ e basta.

    In quanto a Perlasca, fu Deaglio a rendere pubblica la storia. Il MSI si vede che si vergognava, forse... chissa' perche'. Ora i suoi eredi hanno cambiato "padrone" e agitano il manganello globale. Gli arabi saranno i nuovi ebrei e noi i nuovi nazisti.

    Ma questa volta non ce ne stiamo in silenzio. MAI piu' avevamo detto 60 anni fa e io resto fedele a quello.

  5. #15
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    Predefinito dove si annida il vero antisemitismo?...

    cari amici
    non curando più di tanto l'immancabile intervento del solito mo+++de, del cui 'sentire' ce ne fottiamo tranquillamente nonchè serenamente, vediamo un poco di illustrare una curiosa polemica sorta in coda all'episodio di Cernobbio.

    Ai fedeli lettori non sono certo sfuggiti gli ironici commenti, pubblicati ieri dal sottoscritto sulla rubrica satirica L'arroganza, peculiare virtù di ogni [ex]comunista, dei cui Libero ha gratificato le geniali conclusioni cui il tenente [Furio] Colombo è pervenuto su L'Unità, il quotidiano comunista di cui è direttore, riguardo gli autori, peraltro ignoti, dello sfregio della stele dedicata a Giorgio Perlasca. Ebbene oggi, sempre si Libero il figlio di Perlasca risponde in maniera assai convincente alle argomentazioni del tenente [Furio] Colombo...

    non perdetevi una sola riga, mi raccomando!...


    I colpevoli dell’atto vandalico sono ignoti. Assurdo prendersela con la legge Bossi-Fini per motivi di polemica

    Il figlio di Perlasca contro L’Unità. I veri antisemiti stanno a sinistra

    ‘… ridicolo dire che la stele di mio padre è stata profanata per colpa della destra. Il rinascente odio verso gli ebrei ha radici a sinistra…’

    di Dimitri Buffa

    Roma – ‘… la profanazione della stele messa in onore di mio padre è sicuramente un atto di odio antisemita. Ma non mi sta tanto bene si faccia un’equazione del tipo di quelle fatte da L’Unità , per cui la profanazione è certamente fascista e magari è stata fatta da persone che si sentono incoraggiate dalla Bossi-Fini. Questa forzatura è ridicola e non tiene conto della vera radice del risorgente antisemitismo, e cioè la posizione della sinistra italiana ed europea, pregiudizialmente anti-israeliana e filo-palestinese…’. Così dice Franco Perlasca, figlio di Giorgio, l’eroe che salvò migliaia di ebrei ungheresi fingendosi console spagnolo e la cui storia è diventata un bellissimo film televisivo.
    L’antefatto. Martedì il direttore de L’Unità Furio Colombo pubblica un vibrante editoriale per deprecare l’atto vandalico, ma non resiste alla tentazione di piegare la cosa alla causa dell’antifascismo militante e più in generale all’attacco contro il governo Berlusconi. Qualche frase:

    ‘… da fascisti hanno voluto dire che un simile sgarro non è ammesso [cioè il fatto che Perlasca abbia salvato migliaia di ebrei durante la guerra… n.d.r.]… il loro messaggio è chiaro: chi è fascista è fascista. E chi è fascista è razzista. E il primo nemico del fascista è l’ebreo… Perlasca è uno che ha salvato ebrei dallo sterminio, dunque è un nemico…’

    E Perlasca junior che ne pensa dell’analisi e delle certezze di Colombo?…

    ‘… il richiamo al razzismo, a suo dire fomentato dalla legge Bossi-Fini, è semplicemente una caduta di stile per piegare un editoriale a certe esigenze politiche e non vale la pena di fare ulteriori commenti. Per quello che riguarda la frase che il fascista è nemico dell’ebreo sono pronto a sottoscriverla, avvertendo però che questa rappresenta al massimo il cinque per cento del fenomeno del risorgente antisemitismo in Italia e in Europa. Manca il restante novantacinque per cento del fenomeno, cioè l’antisemitismo fomentato dalla pregiudiziale anti-Israele, che buona parte della sinistra predica tutti i giorni e di cui si possono sentire gli echi anche negli articoli dei suoi principali quotidiani, Liberazione, Manifesto e L’Unità stessa… da Colombo mi sarei aspettato un’analisi anche su questo novantacinque per cento, ma non voglio fargliene una colpa… sono sicuro che affronterà l’argomento in un editoriale ad hoc…’

    Ma quale antisemitismo è oggi più pericoloso, quello di destra o quello di sinistra?…

    ‘… diciamo che l’antisemitismo è uno solo ed è sempre pericolosissimo. Certo però che più che le scritte negli stadi, riconducibili a ragazzi con la testa vuota, violenti e disadattati che sempre esisteranno, profonda e subdola mi pare la campagna di boicottaggio dei prodotti israeliani promossa dal sinistrissimo e progressista Forum Palestina, o quel politically correct per cui le università inglesi e americane di sinistra non assumono oppure cacciano via studenti e ricercatori israeliani…’

    Insomma i no-global travestiti da kamikaze non è che siano poi così diversi da Forza Nuova o dai fascisti?…

    ‘… diciamo che oggi questi fenomeni eterogenei hanno la matrice comune dell’odio anti-israeliano e dell’ammirazione per la guerriglia terroristica palestinese. Se poi è solo un pretesto per tirar fuori a buon mercato l’antisemita che è nei singoli individui, di destra o sinistra che siano, lo lascio alla vostra riflessione…’



    --------------

    Nobis ardua

    Comandante CC Carlo Fecia di Cossato

  6. #16
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    Perlasca dice il falso. Il movimento no-global combatte l'antisemitismo e il razzismo. Il movimento no global NON ammira i kamikaze, ne denuncia pubblicamente e inequivocabilmente la violenza e criminalita' e promuove azioni di pace e dialogo tra israeliani e palestinesi. In piu' fa azioni di pace diretta, quali l'impedire l'ulteriore disperazione dei palestinesi, ad esempio ai check point o nelle occupazioni durante il coprifuoco.

    Dimitri Buffa, leggi i suoi post sulle mailing list, e poi fatti un'opinione. Libero e' da sempre che cerca di equiparare chi contesta e fa proposte alternative col terrorismo.

    Vorrei ricordare che quando la redazione di Liberazione fu assaltata da 200 persone in modo poco pacifico, la risposta fu di dialogo con la comunita' romana, ci fu un incontro con i rappresentanti della comunita' ebraica.

    ---

    L'urlo di Bertinotti: "Noi siamo ebrei"

    Il "subcomandante" Fausto chiude i lavori del V congresso di Rifondazione rigettando le accuse di anti-semitismo. E sullo sciopero del 16 aprile: "Una cosa che viene da lontano e può arrivare lontano".

    Il documento conclusivo: così costruiamo l'alternativa, a sinistra

    ROMA - ''Noi sentiamo come un'infamia l'accusa di antisemitismo, perchè noi ci sentiamo ebrei, come ci sentiamo neri, come ci sentiamo immigrati, come ci sentiamo omosessuali, come ci sentiamo lesbiche. Noi siamo ebrei!''. Quando Bertinotti (poi confermato segretario di Rifondazione Comunista con 105 voti su 130) pronuncia queste parole, urlando, nella giornata conclusiva del V congresso del suo partito, tutta la platea del congresso scatta in piedi e gli tributa un minuto di applausi. ''Noi sentiamo la sorte di ogni comunità oppressa come nostra - continua noi non esisteremmo senza tre grandi ebrei tedeschi: Marx, Freud e Einstein''.

    Il passaggio dedicato alla questione mediorientale dal segretario comunista è anche durissimo nei confronti del centro sinistra: ''I signori della guerra che avevano parlato di interventismo democratico -ricordate, la guerra del centrosinistra nei Balcani- intervennero e bombardarono la gente inerme di Belgrado per difendere i diritti delle popolazioni del Kosovo. Ma per difendere la popolazione di Ramallah, neanche una forza di interposizione. Per proteggere le ragioni sacrosante del popolo palestinese, l'Unione Europea non è neanche in grado di dire queste semplici parole: 'Israele è legata all'Ue da trattati che la rendono nazione associata. Se Israele non smette di bombardare i Territori e di occuparli, l'Europa sospende questi trattati'''.

    ''Noi non cambiamo idea - tuona Bertinotti- non siamo mai per la guerra, ma dobbiamo dire a quelli che furono per l'intervento nei Balcani che oggi tradiscono persino le parole che hanno detto: sono più servi di ieri. Cosa avete da dire voi -ha proseguito Bertinotti tra gli applausi- che ci spiegavate che la guerra per colpire Bin Laden, che certo non poteva non fare morti innocenti, mirava a colpire un focolaio di terrorismo fondamentalista. Ora c'è un focolaio che si chiama Palestina: lì dovevate intervenire. Avete fatto la guerra come la risposta piu' sciagurata all'11 settembre e oggi siete corresponsabili della devastazione del popolo palestinese''.

    Ma l’attesa replica del segretario di Rifondazione comunista al V congresso del partito - quello della svolta bertinottiana che si è lasciata alle spalle Stalin, Lenin e Gramsci e si è aperta ai movimenti - trova in realtà l’incipit nello sciopero generale del 16 aprile.

    Sarà, dice Fausto Bertinotti, dal palco di Rimini "un giorno di rivincita con la pretesa di rioccupare il futuro. Lo sciopero del 16 può essere per noi un'altra tappa del nuovo mondo che vogliamo costruire. Il 16 sarà lo sciopero generalizzato di tutto il mondo del lavoro in risposta a questa globalizzazione, verra' spezzata la solitudine degli operai: voi che i questi anni avete resistito non siete più soli perchè nuove forze sono entrate nello scontro".

    Poche parole e il leader del "nuovo" Prc che ora si riconosce solo nel nome di Marx, infiamma gli animi del popolo comunista con uno dei temi più cari. Lo sciopero generale "ancora una volta e basterebbe contare gli anni dall'ultimo che lo ha preceduto e non basterebbero le dita di una mano dall'ultimo di otto ore. Uno sciopero - dice - che viene da lontano e può arrivare lontano. Noi samo ambiziosi e cominciamo a impegnarci per farlo riuscire, affinchè sia generale davero, sciopero generalizzato, sociale, dei diritti". E ribadisce come senza il “movimento” lo sciopero generale non ci sarebbe. Lo dice chiaro e tondo non lesinando critiche al sindacato che è stato "irresponsabile" come lo è stato "almeno negli ultimi 10 anni. La pace sindacale -dice con forza Bertinotti- è stata una tregua sindacale subita".

    "Qualcuno pensa - dice il segretario di Prc - che si interrompe il conflitto sociale se si critica la Cgil e i sindacati, ma io credo che bisogna passare per le critiche al sindacato per riscoprire i motivi veri del conflitto, un sindacato che è stato responsabile nell'ultimo decennio di una pace sindacale subita, di una tregua sindacale subita". E critica aspramente il metodo della concertazione e la definisce "un periodo buio". "Quando la Cgil compie un arretramento noi lo chiamiamo sciopericchio e diciamo che non ci sarebbe stato il 23 marzo e non ci sarebbe stato lo sciopero generale senza Genova ed il Movimento che ha fertilizzato il terreno".

    E pone poi sul piatto e all'attenzione dei partiti del centrosinistra la proposta di un pacchetto concentrato di referendum e, in particoare, sulla estensione dell'art. 18 può esserci un primo elemento di unificazione. Dalla tribuna congressuale il leader di Prc dice che si può lavorare per un pacchetto che intervenga da un lato sullo "stato di diritto leso dalle leggi sulle rogatorie e dal conflitto di interessi e dall'altro sui diritti della società da conquistare a partire dai diritti dei lavoratori a quelli ambientali e vi proponiamo come primo elemento di unificazione l'estensione dell'art. 18 a tutti i lavoratori italiani".

    Rifondazione comunista propone anche una rivoluzione culturale per la politica italiana: "Vogliamo uscire - dice Bertinotti - dallo schema insopportabile del commento al commento, dal sapere cosa devi dire di quello che hanno detto Mastella e poi Fassino e poi Rutelli e così via di tg in tg, in una politica che diventa inascoltabile e non solo invisibile agli italiani. Ci volete ripotare lì, non ci andiamo. Abbiamo fatto troppa fatica per uscirne". In serata sarà riconfermato segretario di Prc. Un passaggio scontato. Come la svolta di Rimini non mette in discussione nome e simbolo di Rifondazone comunista: "Hic manebimus optime - dice Bertinotti - qui stiamo benissimo".


    (7 APRILE 2002; ORE 120; aggiornato ore 21.45)

    Da il nuovo.it

    ---

    Ricordo le svastiche disegnate sulle serrande dei commercianti che sponsorizzava la Festa di Liberazione a Roma.

    Noi eravamo con la comunita' ebraica al processo Priebke, non voi, non Perlasca figlio, non AN.

  7. #17
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    Perlasca dice il falso. Il movimento no-global combatte l'antisemitismo e il razzismo. Il movimento no global NON ammira i kamikaze, ne denuncia pubblicamente e inequivocabilmente la violenza e criminalita' e promuove azioni di pace e dialogo tra israeliani e palestinesi. In piu' fa azioni di pace diretta, quali l'impedire l'ulteriore disperazione dei palestinesi, ad esempio ai check point o nelle occupazioni durante il coprifuoco.

    Dimitri Buffa, leggi i suoi post sulle mailing list, e poi fatti un'opinione. Libero e' da sempre che cerca di equiparare chi contesta e fa proposte alternative col terrorismo.

    Vorrei ricordare che quando la redazione di Liberazione fu assaltata da 200 persone in modo poco pacifico, la risposta fu di dialogo con la comunita' romana, ci fu un incontro con i rappresentanti della comunita' ebraica.

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    L'urlo di Bertinotti: "Noi siamo ebrei"

    Il "subcomandante" Fausto chiude i lavori del V congresso di Rifondazione rigettando le accuse di anti-semitismo. E sullo sciopero del 16 aprile: "Una cosa che viene da lontano e può arrivare lontano".

    Il documento conclusivo: così costruiamo l'alternativa, a sinistra

    ROMA - ''Noi sentiamo come un'infamia l'accusa di antisemitismo, perchè noi ci sentiamo ebrei, come ci sentiamo neri, come ci sentiamo immigrati, come ci sentiamo omosessuali, come ci sentiamo lesbiche. Noi siamo ebrei!''. Quando Bertinotti (poi confermato segretario di Rifondazione Comunista con 105 voti su 130) pronuncia queste parole, urlando, nella giornata conclusiva del V congresso del suo partito, tutta la platea del congresso scatta in piedi e gli tributa un minuto di applausi. ''Noi sentiamo la sorte di ogni comunità oppressa come nostra - continua noi non esisteremmo senza tre grandi ebrei tedeschi: Marx, Freud e Einstein''.

    Il passaggio dedicato alla questione mediorientale dal segretario comunista è anche durissimo nei confronti del centro sinistra: ''I signori della guerra che avevano parlato di interventismo democratico -ricordate, la guerra del centrosinistra nei Balcani- intervennero e bombardarono la gente inerme di Belgrado per difendere i diritti delle popolazioni del Kosovo. Ma per difendere la popolazione di Ramallah, neanche una forza di interposizione. Per proteggere le ragioni sacrosante del popolo palestinese, l'Unione Europea non è neanche in grado di dire queste semplici parole: 'Israele è legata all'Ue da trattati che la rendono nazione associata. Se Israele non smette di bombardare i Territori e di occuparli, l'Europa sospende questi trattati'''.

    ''Noi non cambiamo idea - tuona Bertinotti- non siamo mai per la guerra, ma dobbiamo dire a quelli che furono per l'intervento nei Balcani che oggi tradiscono persino le parole che hanno detto: sono più servi di ieri. Cosa avete da dire voi -ha proseguito Bertinotti tra gli applausi- che ci spiegavate che la guerra per colpire Bin Laden, che certo non poteva non fare morti innocenti, mirava a colpire un focolaio di terrorismo fondamentalista. Ora c'è un focolaio che si chiama Palestina: lì dovevate intervenire. Avete fatto la guerra come la risposta piu' sciagurata all'11 settembre e oggi siete corresponsabili della devastazione del popolo palestinese''.

    Ma l’attesa replica del segretario di Rifondazione comunista al V congresso del partito - quello della svolta bertinottiana che si è lasciata alle spalle Stalin, Lenin e Gramsci e si è aperta ai movimenti - trova in realtà l’incipit nello sciopero generale del 16 aprile.

    Sarà, dice Fausto Bertinotti, dal palco di Rimini "un giorno di rivincita con la pretesa di rioccupare il futuro. Lo sciopero del 16 può essere per noi un'altra tappa del nuovo mondo che vogliamo costruire. Il 16 sarà lo sciopero generalizzato di tutto il mondo del lavoro in risposta a questa globalizzazione, verra' spezzata la solitudine degli operai: voi che i questi anni avete resistito non siete più soli perchè nuove forze sono entrate nello scontro".

    Poche parole e il leader del "nuovo" Prc che ora si riconosce solo nel nome di Marx, infiamma gli animi del popolo comunista con uno dei temi più cari. Lo sciopero generale "ancora una volta e basterebbe contare gli anni dall'ultimo che lo ha preceduto e non basterebbero le dita di una mano dall'ultimo di otto ore. Uno sciopero - dice - che viene da lontano e può arrivare lontano. Noi samo ambiziosi e cominciamo a impegnarci per farlo riuscire, affinchè sia generale davero, sciopero generalizzato, sociale, dei diritti". E ribadisce come senza il “movimento” lo sciopero generale non ci sarebbe. Lo dice chiaro e tondo non lesinando critiche al sindacato che è stato "irresponsabile" come lo è stato "almeno negli ultimi 10 anni. La pace sindacale -dice con forza Bertinotti- è stata una tregua sindacale subita".

    "Qualcuno pensa - dice il segretario di Prc - che si interrompe il conflitto sociale se si critica la Cgil e i sindacati, ma io credo che bisogna passare per le critiche al sindacato per riscoprire i motivi veri del conflitto, un sindacato che è stato responsabile nell'ultimo decennio di una pace sindacale subita, di una tregua sindacale subita". E critica aspramente il metodo della concertazione e la definisce "un periodo buio". "Quando la Cgil compie un arretramento noi lo chiamiamo sciopericchio e diciamo che non ci sarebbe stato il 23 marzo e non ci sarebbe stato lo sciopero generale senza Genova ed il Movimento che ha fertilizzato il terreno".

    E pone poi sul piatto e all'attenzione dei partiti del centrosinistra la proposta di un pacchetto concentrato di referendum e, in particoare, sulla estensione dell'art. 18 può esserci un primo elemento di unificazione. Dalla tribuna congressuale il leader di Prc dice che si può lavorare per un pacchetto che intervenga da un lato sullo "stato di diritto leso dalle leggi sulle rogatorie e dal conflitto di interessi e dall'altro sui diritti della società da conquistare a partire dai diritti dei lavoratori a quelli ambientali e vi proponiamo come primo elemento di unificazione l'estensione dell'art. 18 a tutti i lavoratori italiani".

    Rifondazione comunista propone anche una rivoluzione culturale per la politica italiana: "Vogliamo uscire - dice Bertinotti - dallo schema insopportabile del commento al commento, dal sapere cosa devi dire di quello che hanno detto Mastella e poi Fassino e poi Rutelli e così via di tg in tg, in una politica che diventa inascoltabile e non solo invisibile agli italiani. Ci volete ripotare lì, non ci andiamo. Abbiamo fatto troppa fatica per uscirne". In serata sarà riconfermato segretario di Prc. Un passaggio scontato. Come la svolta di Rimini non mette in discussione nome e simbolo di Rifondazone comunista: "Hic manebimus optime - dice Bertinotti - qui stiamo benissimo".


    (7 APRILE 2002; ORE 120; aggiornato ore 21.45)

    Da il nuovo.it

    ---

    Ricordo le svastiche disegnate sulle serrande dei commercianti che sponsorizzava la Festa di Liberazione a Roma.

    Noi eravamo con la comunita' ebraica al processo Priebke, non voi, non Perlasca figlio, non AN.

  8. #18
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    Originally posted by yurj
    E' vergognoso che uno come Fecia neghi tutte le stragi dei nazisti. Fai +++ e basta.

    In quanto a Perlasca, fu Deaglio a rendere pubblica la storia. Il MSI si vede che si vergognava, forse... chissa' perche'. Ora i suoi eredi hanno cambiato "padrone" e agitano il manganello globale. Gli arabi saranno i nuovi ebrei e noi i nuovi nazisti.

    Ma questa volta non ce ne stiamo in silenzio. MAI piu' avevamo detto 60 anni fa e io resto fedele a quello.
    A tutt'oggi i "veri" fascisti, non quelli sbiancati a Fiuggi, si vergognano di Perlasca, un "fascista" che salvò migliaia di ebrei. Quelli "sbiancati" rivendicano il salvataggio degli ebrei come un loro atto eroico, dimenticandosi che i fascisti e i nazisti, con le leggi razziali, sterminarono milioni di ebrei. Gente come Perlasca (e tanti altri come lui che aprirono gli occhi "prima" di Fiuggi) non devono essere neanche nominati dai fascisti come Fecia, che ne lordano la memoria.

    Certo che è colpevole aver dimenticato i vari Perlasca per tanti anni, ma è sintomatico che proprio un uomo di sinistra abbia decisamente contribuito a farli conoscere a tutti.

    E i fascisti abbiano il buon gusto (che a loro è sempre mancato) di tacere e di smetterla di fare gli avvoltoi. Quelli come Perlasca, di sicuro non erano fascisti "dentro".

  9. #19
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    Predefinito assoltamente impareggiabile!...

    Certo che per inserire in sole 12 righe un numero almeno quadruplo di demenzialità da ricovero come fa Dariuccio bisogna essere proprio affetti da sclerosi cerebrale congenita galoppante!...

    Proviamo ad elencarle:

    1) ... a tutt'oggi i 'veri' fascisti, non quelli sbiancati a Fiuggi, si vergognano di Perlasca...

    Il ******* del tenente [Furio] Colombo a quanto pare è malattia assai contagiosa... come idiozzia questa sta alla pari con il ragionamento da lui pronunciato e che fa: ... chi è fascista è fascista e per questo chi è fascista è razzista...

    2) ... quelli sbiancati rivendicano il salvataggio degli ebrei come un loro atto eroico...

    Chi abbia cercato di togliere a Parlasca i suoi meriti sacrosanti è un mistero assoluto... boh!...

    3) ... dimenticando che fascisti e nazisti, con le leggi razziali, sterminarono milioni di ebrei...

    Incredibile!... veniamo così a sapere che per sterminare milioni di ebrei fascisti e nazisti non hanno usato le camere a gas e i forni crematori, ma si sono limitati ad emanare una leggina da due soldi...

    4) ... gente come Perlasca... non devono essere neanche nominati dai fascisti come Fecia, che ne lordano la memoria...

    Quando e come il sottoscritto abbia 'lordato' la memoria di Giorgio Perlasca è un mistero difficile da chiarire... è evidente la eventualità che il punto 4) altro non sia se non l'esternazione di un ***** è da considerare come praticamente certa...

    5) ... certo che è colpevole aver dimenticato i vari Perlasca per tanti anni...

    Se prima di dire tale cumulo di **** buon Dariuccio si fosse letto quanto è scritto all'inizio del 3d, avrebbe riscontrato che Perlasca si è rivolto alla stato italiano per avere aiuto in una situazione di grave difficoltà già nell'aprile del 1970, mentre la sua 'riabilitazione' è venuta solo dopo che egli è morto, oltre vent'anni dopo... sempre valido in buon vecchio detto: prima di parlare assicurarsi che il cervello [se ne si è dotati beninteso] sia collegato!...

    6) ... i fascisti abbiano il buon gusto [che a loro è sempre mancato] di tacere...

    ... e i ***** il buon gusto di farsi ***** , a spese della mutua naturalmente...

    stammi bene amico!...


    --------------

    Nobis ardua

    Comandante CC Carlo Fecia di Cossato

  10. #20
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    Giorgio Perlasca non è per nulla scomodo... è proprio comodo se perfino Fecia riesce a sedercisi sopra

 

 
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