Dal Corriere di oggi:
Gabriella Castiglione: «Ero felice. Poi le minacce e l’ordigno che ha fermato la mia vita»
«Sogni distrutti dal racket a 25 anni»
La denuncia da Reggio Calabria: mi sono indebitata per un negozio, una bomba l’ha cancellato
REGGIO CALABRIA - Gabriella ha 25 anni: sino a tre settimane fa era una ragazza felice, perché aveva realizzato il sogno della sua vita. Il piccolo negozio d’abbigliamento, aperto nel centralissimo viale Amendola, a due passi dal Museo di Reggio Calabria, dove sono custoditi i Bronzi di Riace, prometteva una vita di lavoro e soddisfazioni. Poi gli avvertimenti, i segnali di un racket al quale non si è voluta piegare. E il 13 gennaio la bomba: un ordigno potentissimo, sufficiente - hanno detto gli artificieri - a buttare giù la Torre di Pisa. Del suo negozio ora sono rimaste solo le macerie: centomila euro di danni. Tutto distrutto, salvo i debiti che adesso pesano anche sul suo futuro. «Io non so perché l’hanno fatto - spiega Gabriella, seconda di tre figli, papà ispettore di polizia, madre insegnante -. Un mese prima dell’attentato ho ricevuto sei-sette telefonate minacciose; una voce maschile mi ripeteva: "Stai attenta". Ho pensato a qualche scherzo e non ho dato eccessivo peso a quelle telefonate. Ero così tranquilla che non ho riferito nulla neanche a mio padre».
Giovane, bionda, bella, ma anche molto ingenua Gabriella. E’ cresciuta secondo valori che non possono accettare il linguaggio delle cosche. E che le hanno fatto ignorare i messaggi delle cosche, quelle minacce che le segnalando che qualcosa stava per succedere, se non si assoggettava al potere dei clan.
Un giorno scopre che le portiere della sua fiammante Mercedes classe A erano state danneggiate con un punteruolo. «Mi sono detta: sarà stata l’invidia di qualcuno che non accettava l’idea di vedermi seduta su un’auto nuova, tutta mia. Anche in quel caso ho lasciato correre. Avevo altri pensieri: stavo trascorrendo un periodo bellissimo, gli affari andavano molto bene, avevo già in mente di ampliare il locale». Si ferma nel racconto Gabriella, prende fiato e maschera l’emozione passato intrecciando le mani. «Sono disperata - afferma poi con un filo di voce - perché il negozio non era coperto dall’assicurazione. Anziché pagare la polizza altissima ho preferito investire tutto nel nuovo campionario. La mia vita si è fermata».
Non prova nessun rancore questa giovane commerciante, né odio per coloro che hanno scritto la parola fine ad un sogno iniziato quattro anni fa, grazie soprattutto all’aiuto dei genitori. «Lavoravo come commessa in un grande magazzino al centro di Reggio Calabria. Guadagnavo 400 mila lire al mese. Una miseria. Mi sono licenziata. E’ stata una scelta difficile, facilitata solo dal conforto dei miei familiari».
Non c’è tempo né spazio per la rassegnazione. Ieri Gabriella ha portato la sua testimonianza in un convegno dove è esplosa la protesta degli esercenti reggini, che si sentono abbandonati in una città dove tutti sono nel mirino: edifici pubblici, istituzioni ma soprattutto gli imprenditori. E ha ripetuto il suo appello: «Non ci abbandonate al nostro destino». La sua voce tremula aumenta d’intensità quando inizia a parlare della legge 44 del 1999, una norma scritta per tutelare le vittime del racket.
«E’ giusto che questa legge sia modificata - sostiene Gabriella - i tempi del risarcimento sono lunghi e laboriosi. Che cosa significa poi che noi vittime dobbiamo dimostrare la dolosità dell’attentato? Io non immagino chi possa aver voluto la mia rovina, non è stato certo uno spasimante respinto. So soltanto che a 25 anni mi ritrovo senza un futuro e con un mare di debiti sopra le spalle. Meno male che ho un diploma di ragioniera. E poi c’è sempre il lavoro di commessa a 400 mila lire al mese. Lavorerò tutta una vita, ma alla fine pagherò i debiti».
Carlo Macrì
E' il Sud che cambia...![]()




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