Cavaliere, meglio dimettersi
di Adriano Sofri

tratto da "la Repubblica" del 04/02/03

Dal detenuto eccellente di Pisa un consiglio controcorrente al premier

Gentile presidente Berlusconi, le dirò che cosa ho immaginato che lei potesse fare l´altro giorno, dopo la Cassazione. Lei poi ha fatto altre cose, più immaginabili. Non che me la senta di consigliare nessuno, e tantomeno lei. Forte è l´asimmetria fra le nostre situazioni: e non mi auguro affatto che venga superata dalla parte di sotto. Dunque: la vita pubblica italiana (anche la socievolezza privata) è messa sotto sequestro da un cumulo di circostanze, al centro del quale sta la rincorsa fra lei e la magistratura.
Già gravissima, questa situazione minaccia senz´altro di precipitare nella rovina istituzionale e nell´odio civile. Un passato ormai lungo e mal trattato - spazzato un po´ più in là, dagli uni o dagli altri - sgambetta il futuro. Così per la sua personale condizione. Al cui riguardo la legge detta Cirami era una gran sciocchezza, e ormai lo si è visto. Ora l´idea è di riprovarci con un qualche espediente d´immunità. Ma rischia d´esser una doppia sciocchezza. Intanto perché, ripescata a tempi scaduti, la misura evocherebbe ancora più l´interesse di parte e di persona, infiammerebbe opposizione politica e magistratura, avvilirebbe definitivamente l´aspirazione a una dialettica parlamentare. In secondo luogo, ma per lei non secondario, perché qualunque sospensione delle ostilità giudiziarie fino alla decadenza del suo governo la lascerebbe alle prese con i guai penali di qui a tre anni: salvo che lei pensi di farcela a tramutare la sua leadership elettiva in un vitalizio, sicurezza dalla quale la metterei in guardia. Al contrario, quando durante il suo governo i sondaggi cominciassero a risponderle male, come lo specchio alla matrigna di Biancaneve (prima o poi arriva uno più bello di noi), lei s´esporrebbe a una disfatta politica e giudiziaria spaventosa. Vincere tutto è la cosa più pericolosa, perché poi si perde tutto, a piazzale Loreto o in altri luoghi lividi. Ecco dunque che cosa lei avrebbe potuto fare l´altro giorno.
Avrebbe potuto dire che accoglieva serenamente, benché trovandola ingiusta, la decisione della Cassazione. Avrebbe potuto spiegare che la ricaduta in una sfida oltranzista fra il suo ruolo e l´imminente sentenza milanese rendeva moralmente contrastata e praticamente inceppata la sua attività di capo del governo. E che dunque, per rivendicare la sua personale difesa e il superiore interesse del governo, lei si dimetteva irrevocabilmente dalla presidenza del Consiglio e dalla carica parlamentare, per presentarsi dall´indomani nell´aula del tribunale milanese in veste di privato cittadino. Che le dispiaceva molto, e che le sarebbe anzi stato molto a cuore di continuare - diciamo la verità: di cominciare - a fare in piena libertà e indipendenza il capo del governo. Che le dispiaceva molto di provocare un´inaudita difficoltà all´istituzione e qualche grattacapo non trascurabile ai suoi amici di partito e di coalizione, ma che difficoltà istituzionale e grattacapi politici non pesavano quanto la riconquista d´una piena dignità personale. (Del resto ogni destino personale è legato con un nodo leggero: possiamo ammalarci, morire, innamorarci, non poterne più). Che si riservava di scegliere, una volta pronunciata la sentenza del processo Sme, se tornare con la sua nuova libertà alla vita politica, o farsi l´altra vita di cui le fosse caso mai venuta voglia.
In quest´immaginazione, lei avrebbe usato parole molto misurate, ma la cosa sarebbe stata grossa. Sono infatti almeno in questo d´accordo con lei, che è abbastanza insulso (o ipocrita) l´invito che le viene rivolto a tenere un tono moderato, di fronte alla specie di mosca cieca sull´orlo del burrone in cui ha finito per trovarsi. (Trovo ipocrita anche il rosario d´ammissioni sul suo diritto a non dimettersi dopo una condanna in primo grado: diritto è, ma lei andrebbe a fotografarsi con gli altri capi di governo con una gran palla al piede). Difficile pronunciare parole sobrie in mezzo a una rissa. Un po´ bisogna esagerare. Si tratta di scegliere: se esagerare con le parole -che scavano fossati sempre più profondi, e spalancano i conti, non li saldano - e attenersi a fatti piccoli, se non infimi: una rogatoria oggi, una Cirami domani... O misurare le parole, ed esagerare coi fatti. Esagerare davvero, però: non mettendo mano intempestivamente all´immunità governativa, o alle carriere separate. Esagerare davvero: facendo una cosa normale come presentarsi al banco degli imputati, con un quaderno e una matita. Una cosa così ovvia e semplice da uscire dal copione. Tutto il resto è copione. La sua cassetta sul popolo e i magistrati. La risposta dei magistrati. La leggina di qua. Il pentito di là. Il copione governa il nostro paese, e si fa chiamare bipolarismo; o con altri nomi anestetici - conflitto fra politica e magistratura eccetera. Dove il copione prende la mano agli attori si preparano tragedie - o si consumano, come nel ciclo di attentati e risposte militari in Israele e Palestina. Non si vince segnando il proprio punto, né tentando di far cappotto, nei voti o nelle piazze: e se si vince, è una vittoria agra e corta. Si vince davvero solo rompendo le righe, interrompendo la spirale, buttando via il copione e reinventando. Lei s´è comportato secondo il copione. È doloroso, vuole obiettare, tirarsi indietro mentre si decide della guerra e della pace del mondo? A chi lo dice.
Immaginiamo che lei si presentasse al processo milanese, spogliato d´ogni carica pubblica. Sarebbe finita, pare, entro Pasqua. Che cosa succederebbe se la condannassero? Avrebbe un appello, qualcuno ne godrebbe, ma con qualche imbarazzo, qualcuno sarebbe ancora più convinto d´uno spirito persecutorio e vendicativo contro di lei. Chi ne avesse voglia potrebbe studiarsi il processo e farsene un´idea meno estrinseca. Che cosa succederebbe se l´assolvessero? Qui la risposta è facile: in più, il confronto fra politica e magistratura avrebbe la sua occasione. Lei s´accontenta del potere d´oggi e della Hammamet di domani? Sarebbe libero lei, e libera l´Italia: liberi d´occuparsi delle cose che aspettano. E anche se fosse condannato, e perfino poi ricondannato, potrebbe considerare, per usare le sue parole, d´«andare fino in fondo». Ci sono cose che sembrano impensabili e insopportabili: fino a quando non s´accetti di pensarle, e di sopportarle. Bisogna credere che ne valga la pena. Una quantità di padroncini ritiene oggi di tenerla in ostaggio. Se le fosse piaciuto fare così, avrebbe ottenuto qualcosa di più che l´uscita dall´angolo in cui, con tanto di maggioranza popolare, si trova. Avrebbe ottenuto di sparigliare il gioco. Cioè di contribuire a qualcosa di cui l´Italia ha un bisogno vitale, una specie d´amnistia unilaterale delle intelligenze e dei cuori. Non mi meraviglio che non l´abbia fatto lei: non ci hanno nemmeno provato anche gli altri, che di lei si pensano meno impettiti.
Succederà, un giorno o l´altro. Chi lo sapesse fare, in Italia, si guadagnerebbe, perciò solo, un titolo di merito superiore a qualunque vittoria personale e di partito. Tanti saluti e auguri.


da www.libertaegiustizia.it