da www.voceoperaia.it
LA VERA MADRE DI TUTTE LE BATTAGLIE
i possibili scenari della guerra contro l'Iraq
di Moreno Pasquinelli
L'Esercito iracheno -tenuto conto che apprezzabili capacità di combattimento ce l'ha solo la Guardia Repubblicana, le cui dotazioni non hanno fatto considerevoli passi avanti negli ultimi anni- non potrebbe reggere la forza d'urto delle divisioni che nordamericani e inglesi dispiegheranno in Iraq.
La sproporzione tra le forze armate locali e quelle imperialiste è colossale. Diventerà incommensurabile dopo la prima ondata di bombardamenti che, se non semineranno subito il panico tra le truppe nazionaliste, puntano non solo ad annientare ogni capacità contraerea, ma annichilire ad la catena di comando, distruggendo la rete comunicativa e spazzando via i centri strategici.
In queste condizioni una guerra campale sarebbe ancor più disatrosa di quanto poteva essere e in parte fu, dopo la ritirata dal Kuwait nel 1991. Diciamo in parte, dato che un vero confronto su larga scala tra le truppe di Hussein e quella di Bush, allora non ci fu, visto che l'avanzata delle truppe imperialiste avvenne solo dopo che Bagdad aveva ordinato una frettolosa ritirata.
Certo i soldati iracheni, anzitutto gli ufficiali e le truppe scelte, sono decisamente più motivati dei mercenari angloamericani. I primi combattono (quali che possano essere le malefatte da addebitare al regime baathista) a casa loro, per il loro paese, per la loro cultura, per il loro futuro. I secondi sanno di essere invasori in una terra ostile e a poco serviranno gli ipocriti alibi morali ostentati dal forsennato indottrinamemento dei loro comandi. In realtà la solidità e la loro determinazione al combattimento dipendono dalla convinzione della schiacciante superiorità aerea, tecnologica, di potenza di fuoco. In altre parole i soldati nordamericani e inglesi vanno a combattere con la convinzione che se non sarà una passeggiata, si tratterà comunque di un assalto incontenibile e la guerra sarà di brevissima durata.
I comandi USA conoscono perfettamente la fragilità "morale" della loro soldataglia a cui sopperiscono con la superiorità tecnologica, fornendola di marchingegni che solo essi possiedono. Ma essi sanno a maggior ragione che la schiacciante superiorità tecnologica è una fattore relativo, non assoluto. Essa, come la Somalia ha mostrato chiaramente, può farsi valere solo a certe condizioni, prima tra tutte l'esito vittorioso del primo assalto frontale, che per essere risolutivo, questa volta, deve essere terrestre e non solo aereo.
Essi si augurano, ovviamente, che l'Iraq, cada nella trappola, nella tentazione di condurre una grande battaglia campale. Se cosi accadesse, anche ove perdessero un numero rilevante di soldati, davvero gli imperialisti vincerebbero con una guerra lampo.
La sola possibilità che l'Esercito iracheno ha di evitare l'annientamento e di resistere, in una condizione di evidente inferiorità di mezzi, è quella di non ingaggiare lo scontro frontale con il nemico. Quale strategia dunque i comandi iracheni porranno in essere?
Quella di permettere una penetrazione profonda degli invasori in territorio iracheno, preparandosi ad attaccarli alle spalle, di fianco, di sopresa: conducendo dunque una guerra di guerriglia prolungata.
Può un Esercito regolare, per altro rigidamente gerarchizzato, condurre una guerra di guerriglia? A due sole condizioni: avere avviato al proprio interno una completa e radicale destrutturazione e godere di un ampio e profondo appoggio da parte della popolazione.
Non disponiamo di informazioni riguardo al primo punto. Segnaliamo solo che un simile processo di riconversione, dato che implica non solo diverse modalità di ingaggio e combattimento, ma una radicale ristrutturazione (orizzontalizzazione dei comandi, formazione di piccole unità armate, costruzione di una logistica adeguata ad una resistenza di lungo periodo, sistema di comunicazione reticolare, addestramento specifico, ecc), per avere speranze di tenuta deve essere stato approntato e sperimentato non qualche mese fa, ma qualche anno addietro.
Gli angloamericani devono essersi certo preparati ad una simile eventualità e certamente temono di impaludare le loro truppe in una guerra di guerriglia che sarebbe non certo come quelle cinese o vietnamita (una guerriglia rurale contadina in un ambiente protettivo), ma un mix tra la guerriglia urbana (stile Beirut e Grozny), quella detta "del deserto", praticata dal Fronte Polisario (piccole unità altamente mobili), e quella di montagna (come la curda, di cui gli iracheni hanno certo lunga esperienza). A voler essere fiscali sarebbe da aggiungere la "guerriglia delle paludi", conducibile nelle estreme zone meridionali dello Shat el-Arab (dove per altro c'è una lunga tradizione di resistenza e brigantaggio).
Se questo scenario si determinasse noi potremmo avere che il controllo-protettorato anglo-americano, sarebbe a macchia di leopardo, discontinuo territorialmente, con postazioni ed enclaves esposti ai contrattacchi iracheni. Potremmo cioè assistere ad una "liberazione" incompiuta (più ancora che per l'Afganistan), dove quartieri o intere città resteranno in mano ai resistenti. Questo è quello che chiamiamo impaludamento.
Il fattore Protettorato (quale che sia il Quisling che gli imperialisti metteranno al posto di governatore) non è di secondaria importanza: esso infatti simboleggerebbe l'estrema debolezza politica dell'operazione bellica imperialista, la sua fragilità strategica.
Non dimentichiamo infine che il popolo iracheno ha una lunga storia di insurrezioni popolari urbane e gli inglesi ne fecero pesanti le spese quando controllavano il paese prima di essere costretti alla fuga concedendo l'indipendenza.
Ma il secondo aspetto è di certo il più decisivo. Nessun esercito guerrigliero può resistere ad un nemico soverchiante senza un profondo appoggio popolare. Le unità guerrigliere hanno bisogno, tanto più in un ambiente urbano sotto controllo nemico, di mimetizzarsi tra la popolazione, di più luoghi che fungano da depositi di armi e munizioni, di covi e rifugi, di numerose basi d'appoggio, di potersi muovere da una zona ad un'altra, quindi della attiva disponibilità dei cittadini. Attiva perchè ogni unità guerrigliera che subisca perdite, deve potere rimpiazzare presto i caduti con reclute fresche prese tra la popolazione amica.
Godrà l'eventuale resistenza armata irachena, di questo appoggio? Non è facile dare una risposta. Nonostante le informazioni in nostro possesso e i numerosi viaggi compiuti in Iraq negli ultimi tre quattro anni. Tutto sta ad intendersi sul concetto di "appoggio popolare profondo". Concretamente: esistono ampi strati della popolazione che detestano il regime di Hussein. Ma ne esistono altrettanti che considerano questo regime, nonostante tutto, non solo il male minore, ma quanto di meglio possa esserci in Iraq. Potremmo dire che la società irachena è divisa in tre tronconi: quelli che sono contrari al regime (anzitutto tra la gioventù, tra le minoranze nazionali e gli sciiti, la gran parte dei quali si colloca nelle zone più basse della scala sociale), quelli che l'appoggiano senza esitazione, una zona grigia che considera Saddam il male minore. Non confondiamo questo terzo settore come se esso si ponesse in una posizione di equidistanza. La grande maggioranza degli iracheni è animata da un tenace nazionalismo e da una profonda ostilità verso gli yankee, e non meno per i vecchi colonialisti inglesi. Ma una guerra di guerriglia ha possibilità di tenuta, come dicevamo, solo se godrà di forme di appoggio attivo da parte di una consistente maggioranza della popolazione locale. Se invece la maggioranza restasse passiva, malgrado l'odio verso gli invasori, la resistenza non andrebbe lontano.
Non che i comandi "alleati" non tengano in considerazione questo aspetto. Al contrario, essi sanno di avere bisogno, per consolidare il Protettorato, se non dell'appoggio aperto, quantomeno della simpatia, non solo di parte della elite irachena, ma pure di strati popolari. E data l'importanza dell'appartenenza tribale, oltreché quella alle comunità religiose, determinante sarà come decideranno di schierarsi i grandi notabili oltre ai mullah. Di certo nell'ultimo periodo il regime ha compiuto sforzi notevoli nella direzione di accattivarsi l'appoggio, non solo degli sciiti (che come dicevamo incorporano gli strati più umili della società), ma delle grandi famiglie (una tribù può consistere di decine di migliaia di persone), sia arabi che curdi.
Ancora una volta, il fattore che decide tutto, non è la forza armata di per sé, ma il popolo, dal cui spostamento dipende l'esito finale, se non della guerra, della possibilità che gli aggressori si impaludino, come accadde, ad esempio, a Napoleone in Spagna.
Di non secondaria importanza sarà l'evoluzione dello scenario internazionale. Un eventuale impaludamento delle truppe anglo-americane, costringerebbe non solo i paesi arabi, ma pure Iran e Turchia, a prendere le distanze dagli imperialisti. Questi paesi, chi più e chi meno, contano sulla rapida vittoria degli aggressori e sul crollo subitaneo di Saddam Hussein. Ove questo non accadesse essi sarebbero costretti a ritirare il loro tacito o aperto sostegno a Bush. La tenuta della resistenza irachena, potrebbe stimolare non solo grandi e destabilizzanti mobilitazioni di massa nei paesi arabi e forze in Iran e Turchia, ma creare le premesse per la formazioni di brigate internazionali di appoggio alla resistenza. Mutatis mutandi, quello che accadde negli anni '80 per l'Afganistan. In questo quadro sarà importante vedere come si schiereranno le moschee e l'Islam politico.
E certo anche questo scenario la Casa Bianca deve aver preso in considerazione. E' facile desumere che gli anglo-americani risponderanno armando come Ascari questa o quella tribù, questo o quel gruppo iracheno, nella speranza che l'Iraq sia dilaniato dall'anarchia militare e dalla guerra civile.




Rispondi Citando