La solitudine che aveva imparato sulle vette lo accompagnò anche al momento della morte
Guido Rossa, alpinista e operaio
Domenico Gallo
Un ricordo del sindacalista genovese ucciso dalle Br il 24 gennaio 1979
La Genova istituzionale ricorda Guido Rossa con una statua eretta in centro, dietro a piazza De Ferrari, davanti a un bar che, durante gli anni Settanta, era il ritrovo dei fascisti. L'artista lo ha scolpito nudo, con la bandiera in mano. Quando sosto davanti a questa statua spesso mi domando quanto quest'uomo, il cui nome è noto a tutti, sia per lo più uno sconosciuto, anche per quelli che sinceramente lo hanno pianto. Di lui si conoscono la fine e alcuni episodi che l'hanno preceduta, poi il nulla. Guardo la statua e penso che Guido Rossa, un alpinista severo e coraggioso, non si sarebbe mai messo nudo davanti agli altri. Non era il suo stile. E a ogni commemorazione di quel tragico 24 gennaio 1979, vedo quanto non si porti vero rispetto a quest'uomo, che, alla fine, è stato ridotto a un eroe di guerra e cinicamente utilizzato come tale.
Furono in molti a dichiarare che Guido Rossa fu lasciato solo. Vide un suo compagno di fabbrica distribuire dei volantini delle Br e lo denunciò. Dopo, non chiese aiuto, semplicemente sapeva che doveva andare avanti. A Finale Ligure, uno dei più bei complessi europei dell'arrampicata, sulla parete nord della Rocca di Perti, sale una via che porta il nome dei suoi primi salitori: "Avanzini - Rossa".
Essendo una delle poche via di 5° grado della Rocca, chiesi informazioni sullo stato della chiodatura ad alcuni alpinisti, questi mi indicarono Guido Rossa. Mi avvicinai e gli chiesi se la salita era ben chiodata. Guido Rossa mi guardò e rimase in silenzio qualche secondo, poi mi rispose «No, ma non sei obbligato a farla». Non mi rimase simpatico, ma in seguito dovetti pensare frequentemente a quelle parole, e queste assunsero per me un significato profondo. Un significato che, senza nessuna pretesa di verità, legai indissolubilmente alle vicende pubbliche della sua morte.
Guido Rossa era un alpinista molto dotato. Enrico Camanni, uno dei più attendibili storici dell'alpinismo italiano, nel suo bell'articolo "Guido Rossa, un alpinista che scese tra gli uomini" (Alp 84, 1992), sostiene che sia stato «il più forte alpinista torinese del dopoguerra». Dopo un periodo giovanile, in cui la scoperta della dimensione vertiginosa della montagna si mescola a un'esuberante contestazione del tradizionale ambiente alpinistico, si distingue per la facilità con cui affronta le vie classiche dell'arco alpino. A 17 anni scala le due vie di Comici alle Torri di Lavaredo: la parete nord della Cima Grande e lo Spigolo Giallo, poi la cresta sud dell'Aguille Noire e la Ratti-Vitali alla parete ovest. Più avanti negli anni Guido Rossa affronterà in solitaria la sud della Noire e raggiungerà la cima nel tempo record di 6 ore. Si tratta di salite di montagna che, ancora oggi, nonostante l'intensificarsi delle chiodature e l'evoluzione della tecnica alpinistica, sono sfide complesse che pretendono tecnica, resistenza e coraggio. Nel 1963, a 29 anni, partecipa a una spedizione in Nepal, una tragica esperienza in cui perde due compagni nel tentativo di ascesa a un settemila, il Langtang Lirung.
Certo la sua vita, con la maturità, è destinata a cambiare, ma la montagna, nonostante l'amore per la famiglia, la passione per la fotografia, l'impegno sociale e politico, rimane una costante della sua vita. Il suo curriculum di alpinista è veramente di tutto rispetto, sale la Cassin alla nord-est del Badile, la Bonatti alla est del Grand Capuccin, la Tissi alla Torre Venezia, la Vinatzer e la Soldà sulla sud della Marmolada, la Steger al Catinaccio e numerose altre.
Lionel Terray, uno dei più grandi alpinisti francesi del dopoguerra, scrive un libro che è diventato un classico delle riflessioni sull'alpinismo, un libro che s'intitola I conquistatori dell'inutile. Questo concetto di inutilità dell'impresa alpinistica, non deve essere confuso con il gesto sprezzante dell'ideologia dannunziana, con la manifestazione pubblica della superiorità fisica. L'inutile è la comprensione dei limiti stessi dell'alpinismo, della transitorietà della conquista, di quel senso di fine e di inizio che si provano dopo una grande impresa. La salita di una montagna, anche la più difficile, non appaga definitivamente l'alpinista, non è conclusiva. La ricerca continua, verso nuovi itinerari neppure ancora immaginabili. Quando una cordata sale una montagna, il senso di solitudine è totale. Le ore trascorrono in silenzio, intervallate da pochi e diradate grida, singole parole, per lo più. L'alpinista è sempre solo con la parete, nessuno vede la sua paura, nessuno può aiutarlo, nessuno può ammirare la forza e l'eleganza con cui risolve i passaggi e trova una strada tra le asperità della roccia. Questa solitudine è la caratteristica fondante dell'alpinista e lo abitua a vivere esperienze anche estreme senza potersi appoggiare ad altri che a se stesso. Talvolta ogni via di fuga è vietata dalle caratteristiche morfologiche della montagna, e allora l'alpinista sa che deve salire verso la vetta, anche se le difficoltà aumentano, le forze diminuiscono e la pericolosità oggettiva si inasprisce.
Guido Rossa, che venne ucciso sotto casa all'età di 44 anni, aveva vissuto queste sensazioni, affrontato i rischi impliciti dell'alpinismo di alto livello, e, credo, visse gli ultimi mesi della sua vita, quando era stato lasciato solo e la minaccia diventava palpabile, come un'ultima difficile scalata. Lo immagino come un primo di cordata che affronta un tratto sconosciuto, una placca compatta in cui non è possibile piantare un chiodo, e sale, e il tratto di corda che lo separa dalla sosta e sempre più lungo, e la possibile caduta, metro dopo metro, si ingigantisce.
Le pagine di cronaca che descrivono i suoi ultimi giorni raccontano di un uomo che non si era pentito della sua scelta, che non esternava. Forse si aspettava che fossero gli altri a cercarlo, che decidessero di essergli vicini, che gli corrispondessero quel sentimento che certamente in montagna aveva provato. Un sentimento importante, ma che non era tutto. Guido Rossa ammoniva che un alpinismo esclusivamente rivolto a se stesso può far dimenticare «di essere abitanti di un mondo colmo di soprusi e d'ingiustizie, dove un abitante su tre vive in uno stato di fame cronica, due su tre sono sottoalimentati e dove su sessanta milioni di morti all'anno quaranta milioni muoiono per fame! Per questo penso, anche noi dobbiamo finalmente scendere giù in mezzo agli uomini e lottare con loro. (…) Si dovrebbe sottrarre l'uomo all'apparato che soddisfacendone i bisogni ne perpetua la servitù: la libertà diventerebbe l'ambiente naturale di un organismo non più capace di adattarsi alle prestazioni competitive richieste dal benessere, né di tollerare l'aggressività, la bruttezza del modo di vita imposto dalle società capitaliste». Se un progetto politico disperato e miope non l'avesse ucciso, forse oggi Guido Rossa sarebbe a Porto Alegre.
Lionel Terray, nel luglio del 1961, scriveva. «Se veramente nessuna pietra, nessun seracco, nessun crepaccio sta attendendomi da qualche parte del mondo per fermare la mia corsa, verrà il giorno in cui, vecchio e stanco, saprò trovare la pace tra gli animali e i fiori. Il cerchio si chiuderà e io diventerò il semplice pastore che sognavo di diventare da bambino». Lionel Terray morirà in montana nel 1965, all'età di 44 anni, come Guido Rossa.




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