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    Lightbulb Classi dirigenti e classi dominanti, élite e oligarchie

    da Classi dirigenti e classi dominanti, élite e oligarchie | FATTI D'EUROPA

    Classi dirigenti e classi dominanti, élite e oligarchie



    da Il Giornale (del 21 settembre 2009):


    Le oligarchie che hanno potere ma non consenso

    di Marcello Veneziani [nella foto in alto]

    È vero, la lotta politica in Italia non è tra governo e opposizione, o addirittura tra destra e sinistra: ma è tra oligarchie e consenso popolare. Non chiamatele élite, per favore, e nemmeno poteri forti. I poteri impotenti, i poteri deboli non sono poteri, e le élite sono il fior fiore di un Paese, sono la classe dirigente, non la classe dominante. Perché quando parlate del ceto politico usate l’espressione negativa di Casta, non senza ragione, per alludere ai suoi privilegi e ai suoi favori, e quando parlate di un’altra oligarchia, quella degli affari più contorno di stampa e propaganda, la definite addirittura aristocrazia? È un’altra casta, con i suoi privilegi, i suoi interessi che divergono da quelli del Paese, i suoi valori che sono dissonanti dal sentire comune, le sue pretese di egemonia che non passano dal vaglio del popolo sovrano. Capisco l’irritazione dei grandi giornali, altoparlanti della casta suddetta, per le parole dure di Brunetta [1]. Capisco pure l’accusa di demagogia e di populismo. Non sbagliano del tutto, mi rendo conto. Ma ci sono due tipi di populismi: uno vuole fuoruscire dalla democrazia, dal voto e dalla libertà, sognando scorciatoie autoritarie e un altro, al contrario, si attacca al voto popolare, alla democrazia e alla libertà per reagire al potere delle oligarchie. In Italia il populismo è nato in reazione all’alleanza tra le caste: quella derivata dal comunismo e dalla sinistra radical, quella imperante nel potere editoriale, culturale e multimediale, e quella di un capitalismo assistito e furbo che da sempre privatizza i profitti e socializza le perdite, evade e taglieggia lo Stato, rileva, magari a prezzi stracciati, imprese e gruppi editoriali, e disegna l’Italia a immagine e somiglianza dei propri interessi. Per dirla col linguaggio del secolo scorso, l’oligarchia che oggi attacca il governo Berlusconi nasce dall’intreccio tra destra economica e sinistra ideologica, di cui molti grandi giornali sono garanti e punti di incontro: perché in quei giornali, ad una proprietà che risponde a quegli assetti di potere corrisponde la guida del giornale nelle mani di un ceto professionale venuto in gran parte da sinistra, dal Sessantotto e dal radicalismo. Quella triplice alleanza, oligarchie economico-finanziarie, intellettuali-mediatiche, politico-manovali, più appendici sindacali e avanguardie giudiziarie, fu a un passo dal conquistare il potere con il crollo di Craxi, della Dc e della Prima Repubblica: poi arrivò un certo Berlusconi e il ’94 sfumò la presa del potere politico ma rimase quella del potere diffuso. Al punto che Berlusconi andò al governo, mandato dal popolo, ma non andò al potere. Che pochi mesi dopo, grazie anche ad alcuni errori del centrodestra, lo sfrattò da Palazzo Chigi con tanto di avviso giudiziario. Quella guerra è proseguita sottotraccia lungo tutto questo tempo, con periodiche emersioni allo scoperto di questa ostilità. Che in tempi di bonaccia sono a livello culturale o civile, e non mancano ambasciatori di frontiera che tentano di stabilire concordati; in tempi di bufera si palesano a livello politico e persino elettorale, con plateali pronunciamenti, come quello celebre di Mieli sul Corriere della sera. A volte trovano autorevoli complicità nei vertici della Confindustria, della Banca d’Italia e di molte banche ora irritate dalle posizioni di Tremonti dalla parte degli italiani contro le speculazioni dei medesimi istituti. Certo, non è una storia solo italiana se già un sociologo americano venuto da sinistra e poi approdato a posizioni populiste, Cristopher Lasch, scrisse nei primi anni Novanta La ribellione delle élite.
    Ma da noi la guerra c’è, si combatte ogni giorno, il terreno più vistoso è la stampa e, in generale, la cultura del Paese. Si è acutizzata quest’estate, e non a caso parlammo proprio sul Giornale della caduta degli dei, riferendoci alle suddette oligarchie. A voler individuare il blocco sociale di riferimento delle oligarchie dovremmo dire che non sono più i mitici proletari e gli operai, ma, per esempio, gli insegnanti, più sparsi borghesi, residui sindacali e superstiti dinosauri militanti. Unico intoppo, quella che Flaiano chiamava la trascurabile maggioranza degli italiani, il consenso popolare a questo governo.
    Il fine è trasparente: modificare, correggere, fino a sovvertire, l’esito di libere elezioni e del consenso popolare. Si lanciano campagne mediatiche con studiata puntualità e, nei momenti di vuoto, si recitano dei mantra: l’ultimo è Il Declino, un rosario che oligarchie, politici di sinistra e stampa recitano ogni giorno fino a farlo diventare luogo comune, convinzione diffusa. È cominciato il declino di Berlusconi e della sua band, ripetono tutti con tono oracolare. Ci sono segni elettorali, popolari, parlamentari, governativi di questo declino? No, vaghi segni climatici, presagi e maledizioni, passaparola e riti parapsicologici, un po’ come facevano gli aruspici nell’antica Roma e gli jettatori nella vecchia Napoli [2].
    Al governo in carica, tuttavia, non tocca solo denunciare la manovra e non è il caso di abbassare il tono della denuncia in modo greve. Bisogna porsi il problema in chiave politica e culturale. Traduco: bisogna rendere trasparente il conflitto, visibile a occhio nudo e circoscritto ad una sfera politica; non escludendo, laddove è possibile, raggiungere tregue e punti di intesa nell’interesse reciproco e generale. Il problema culturale è invece: si può governare un Paese contro le oligarchie dominanti, o piuttosto non è necessario tentare una strategia di conquista civile e culturale delle posizioni chiave, o quantomeno una presenza bilanciata, che apra alle plurali culture del Paese? Un leader e un popolo non bastano, ci vuole anche una classe dirigente adeguata, ci vogliono élite. Cosa distingue un’élite da un’oligarchia, ovvero una classe dirigente da una classe dominante, come diceva Gramsci? Le classi dirigenti e le élite sono il potere di pochi nell’interesse di molti, le classi dominanti e le oligarchie sono il potere di pochi nell’interesse di pochi. In termini culturali si tratta di compiere il salto di qualità dal populismo al comunitarismo, ovvero da una politica istintiva ed emozionale ad una sensibilità consapevole e una cultura del legame sociale e popolare. Ma torniamo alla realtà fresca di giornata: nel presente si tratta di scegliere tra un leader arcitaliano nei vizi e nelle virtù, che rappresenta il popolo, e le oligarchie, che rappresentano se stesse. Liberamente e criticamente preferiamo la prima soluzione.


    Le oligarchie che hanno potere ma non consenso - Interni - ilGiornale.it del 21-09-2009

    -----------------------------------------------------------------------------------------------

    Note:

    [1] Brunetta: ''No a dialogo con certa Chiesa e la mala sinistra vada a morire ammazzata'', Adnkronos del 19 settembre 2009 (via forum Politica in Rete)

    [2] A Roma gli aruspici ci sono ancora. Dall'articolo Cei: "In arrivo nuovi assetti politici". "Senza il Sud l'Italia è più povera", La Repubblica del 18 settembre 2009 (via forum Politica in Rete):

    ASSISI - "Stiamo attraversando una crisi dai molteplici risvolti" dai quali emergeranno "nuovi assetti e inedite prospettive che matureranno in questi mesi e in questi anni". E' quanto ha detto questo pomeriggio monsignor Mariano Crociata, segretario generale della Cei, intervenendo al seminario nazionale su Carità, Verità, Sviluppo integrale, organizzato in questi giorni ad Assisi dal network di associazioni cattoliche "Retinopera", sulla scorta della terza enciclica del Papa, "Caritas in Veritate".

    In questo frangente, ha aggiunto il prelato, sul versante della carità, della verità e dello sviluppo integrale "i cattolici sono chiamati a intervenire con particolare urgenza". C'è la necessità, ha aggiunto, di sviluppare lo "statuto di cittadinanza" del cristianesimo "nella vita e nella cultura contemporanea", grazie a "uomini retti" che provengono dal "vasto e complesso mondo cattolico", il cui "contributo" è "importante e atteso per il bene comune nel passaggio significativo e incerto di questi anni".

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  2. #2
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    Predefinito Rif: Classi dirigenti e classi dominanti, élite e oligarchie

    Un arcitaliano è qualcosa di pericoloso.
    Un frutto d'allevamento.
    Un esperimento di lunga data.
    Un coltivatore di piccole appetitose viltà.
    Non si potrebbe allevarlo di nuovo?
    Un altro esperimento senza la tara velenosa?
    L'arcitaliano è totalmente fasullo.
    Costruito a tavolino.
    Decostruiamolo.
    Come viene viene: sarà sempre meglio di questo.
    Scopri l'animale che c'è in te. E' la tua parte migliore.

  3. #3
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    Predefinito Rif: Classi dirigenti e classi dominanti, élite e oligarchie

    Bhe, è comunque ovvio che chi ha il potere e lo ha sempre avuto non accolga favorevolmente un cambiamento che lo ridimensiona. Dovrebbe essere davvero uno spirito illuminato per avere tanta e tale ampiezza di vedute da poter concepire un bene comune superiore anche quando mette in discussione le sue posizioni di rendita.
    E questa è storia: è sempre accaduto così e sempre accadrà. la differenza fra oggi ed allora è che la cosa si giocava con delle belle e salutari guerre che, tagliando la testa allo sconfitto mettevano fine a tanti dubbi.
    Oggi, in democrazia, hanno possibilità di determinare il potere anche coloro che potenti non sono e, non subendo il taglio della testa, quelli che si sentono usurpati potranno sempre decidere di rialzarla.

    Rimane una questione, ovvero quella che: si sa che è così e chi mette in discussione delle situazioni di privilegio consolidate è ovvie che avrà contro questa gente. Un politico avveduto conoscerà i propri limiti e le proprie capacità e in base a quelle agirà.

    Sperando che non accada come sempre accaduto, ovvero che nessuno tocca i privilegiati.
    Il sonno della ragione genera mostri.


    Divergevano due strade in un bosco, ed io...io presi la meno battuta, e di qui tutta la differenza è venuta.

  4. #4
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    Predefinito Rif: Classi dirigenti e classi dominanti, élite e oligarchie

    Citazione Originariamente Scritto da L'Europeo Visualizza Messaggio
    da Classi dirigenti e classi dominanti, élite e oligarchie | FATTI D'EUROPA

    Classi dirigenti e classi dominanti, élite e oligarchie



    da Il Giornale (del 21 settembre 2009):


    Le oligarchie che hanno potere ma non consenso

    di Marcello Veneziani [nella foto in alto]

    È vero, la lotta politica in Italia non è tra governo e opposizione, o addirittura tra destra e sinistra: ma è tra oligarchie e consenso popolare. Non chiamatele élite, per favore, e nemmeno poteri forti. I poteri impotenti, i poteri deboli non sono poteri, e le élite sono il fior fiore di un Paese, sono la classe dirigente, non la classe dominante. Perché quando parlate del ceto politico usate l’espressione negativa di Casta, non senza ragione, per alludere ai suoi privilegi e ai suoi favori, e quando parlate di un’altra oligarchia, quella degli affari più contorno di stampa e propaganda, la definite addirittura aristocrazia? È un’altra casta, con i suoi privilegi, i suoi interessi che divergono da quelli del Paese, i suoi valori che sono dissonanti dal sentire comune, le sue pretese di egemonia che non passano dal vaglio del popolo sovrano. Capisco l’irritazione dei grandi giornali, altoparlanti della casta suddetta, per le parole dure di Brunetta [1]. Capisco pure l’accusa di demagogia e di populismo. Non sbagliano del tutto, mi rendo conto. Ma ci sono due tipi di populismi: uno vuole fuoruscire dalla democrazia, dal voto e dalla libertà, sognando scorciatoie autoritarie e un altro, al contrario, si attacca al voto popolare, alla democrazia e alla libertà per reagire al potere delle oligarchie. In Italia il populismo è nato in reazione all’alleanza tra le caste: quella derivata dal comunismo e dalla sinistra radical, quella imperante nel potere editoriale, culturale e multimediale, e quella di un capitalismo assistito e furbo che da sempre privatizza i profitti e socializza le perdite, evade e taglieggia lo Stato, rileva, magari a prezzi stracciati, imprese e gruppi editoriali, e disegna l’Italia a immagine e somiglianza dei propri interessi. Per dirla col linguaggio del secolo scorso, l’oligarchia che oggi attacca il governo Berlusconi nasce dall’intreccio tra destra economica e sinistra ideologica, di cui molti grandi giornali sono garanti e punti di incontro: perché in quei giornali, ad una proprietà che risponde a quegli assetti di potere corrisponde la guida del giornale nelle mani di un ceto professionale venuto in gran parte da sinistra, dal Sessantotto e dal radicalismo. Quella triplice alleanza, oligarchie economico-finanziarie, intellettuali-mediatiche, politico-manovali, più appendici sindacali e avanguardie giudiziarie, fu a un passo dal conquistare il potere con il crollo di Craxi, della Dc e della Prima Repubblica: poi arrivò un certo Berlusconi e il ’94 sfumò la presa del potere politico ma rimase quella del potere diffuso. Al punto che Berlusconi andò al governo, mandato dal popolo, ma non andò al potere. Che pochi mesi dopo, grazie anche ad alcuni errori del centrodestra, lo sfrattò da Palazzo Chigi con tanto di avviso giudiziario. Quella guerra è proseguita sottotraccia lungo tutto questo tempo, con periodiche emersioni allo scoperto di questa ostilità. Che in tempi di bonaccia sono a livello culturale o civile, e non mancano ambasciatori di frontiera che tentano di stabilire concordati; in tempi di bufera si palesano a livello politico e persino elettorale, con plateali pronunciamenti, come quello celebre di Mieli sul Corriere della sera. A volte trovano autorevoli complicità nei vertici della Confindustria, della Banca d’Italia e di molte banche ora irritate dalle posizioni di Tremonti dalla parte degli italiani contro le speculazioni dei medesimi istituti. Certo, non è una storia solo italiana se già un sociologo americano venuto da sinistra e poi approdato a posizioni populiste, Cristopher Lasch, scrisse nei primi anni Novanta La ribellione delle élite.
    Ma da noi la guerra c’è, si combatte ogni giorno, il terreno più vistoso è la stampa e, in generale, la cultura del Paese. Si è acutizzata quest’estate, e non a caso parlammo proprio sul Giornale della caduta degli dei, riferendoci alle suddette oligarchie. A voler individuare il blocco sociale di riferimento delle oligarchie dovremmo dire che non sono più i mitici proletari e gli operai, ma, per esempio, gli insegnanti, più sparsi borghesi, residui sindacali e superstiti dinosauri militanti. Unico intoppo, quella che Flaiano chiamava la trascurabile maggioranza degli italiani, il consenso popolare a questo governo.
    Il fine è trasparente: modificare, correggere, fino a sovvertire, l’esito di libere elezioni e del consenso popolare. Si lanciano campagne mediatiche con studiata puntualità e, nei momenti di vuoto, si recitano dei mantra: l’ultimo è Il Declino, un rosario che oligarchie, politici di sinistra e stampa recitano ogni giorno fino a farlo diventare luogo comune, convinzione diffusa. È cominciato il declino di Berlusconi e della sua band, ripetono tutti con tono oracolare. Ci sono segni elettorali, popolari, parlamentari, governativi di questo declino? No, vaghi segni climatici, presagi e maledizioni, passaparola e riti parapsicologici, un po’ come facevano gli aruspici nell’antica Roma e gli jettatori nella vecchia Napoli [2].
    Al governo in carica, tuttavia, non tocca solo denunciare la manovra e non è il caso di abbassare il tono della denuncia in modo greve. Bisogna porsi il problema in chiave politica e culturale. Traduco: bisogna rendere trasparente il conflitto, visibile a occhio nudo e circoscritto ad una sfera politica; non escludendo, laddove è possibile, raggiungere tregue e punti di intesa nell’interesse reciproco e generale. Il problema culturale è invece: si può governare un Paese contro le oligarchie dominanti, o piuttosto non è necessario tentare una strategia di conquista civile e culturale delle posizioni chiave, o quantomeno una presenza bilanciata, che apra alle plurali culture del Paese? Un leader e un popolo non bastano, ci vuole anche una classe dirigente adeguata, ci vogliono élite. Cosa distingue un’élite da un’oligarchia, ovvero una classe dirigente da una classe dominante, come diceva Gramsci? Le classi dirigenti e le élite sono il potere di pochi nell’interesse di molti, le classi dominanti e le oligarchie sono il potere di pochi nell’interesse di pochi. In termini culturali si tratta di compiere il salto di qualità dal populismo al comunitarismo, ovvero da una politica istintiva ed emozionale ad una sensibilità consapevole e una cultura del legame sociale e popolare. Ma torniamo alla realtà fresca di giornata: nel presente si tratta di scegliere tra un leader arcitaliano nei vizi e nelle virtù, che rappresenta il popolo, e le oligarchie, che rappresentano se stesse. Liberamente e criticamente preferiamo la prima soluzione.


    Le oligarchie che hanno potere ma non consenso - Interni - ilGiornale.it del 21-09-2009

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    Note:

    [1] Brunetta: ''No a dialogo con certa Chiesa e la mala sinistra vada a morire ammazzata'', Adnkronos del 19 settembre 2009 (via forum Politica in Rete)

    [2] A Roma gli aruspici ci sono ancora. Dall'articolo Cei: "In arrivo nuovi assetti politici". "Senza il Sud l'Italia è più povera", La Repubblica del 18 settembre 2009 (via forum Politica in Rete):

    ASSISI - "Stiamo attraversando una crisi dai molteplici risvolti" dai quali emergeranno "nuovi assetti e inedite prospettive che matureranno in questi mesi e in questi anni". E' quanto ha detto questo pomeriggio monsignor Mariano Crociata, segretario generale della Cei, intervenendo al seminario nazionale su Carità, Verità, Sviluppo integrale, organizzato in questi giorni ad Assisi dal network di associazioni cattoliche "Retinopera", sulla scorta della terza enciclica del Papa, "Caritas in Veritate".

    In questo frangente, ha aggiunto il prelato, sul versante della carità, della verità e dello sviluppo integrale "i cattolici sono chiamati a intervenire con particolare urgenza". C'è la necessità, ha aggiunto, di sviluppare lo "statuto di cittadinanza" del cristianesimo "nella vita e nella cultura contemporanea", grazie a "uomini retti" che provengono dal "vasto e complesso mondo cattolico", il cui "contributo" è "importante e atteso per il bene comune nel passaggio significativo e incerto di questi anni".
    gia le oligarchie come quelle di mediobanca dove c'è anche Marina Berlusconi?

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    Predefinito Rif: Classi dirigenti e classi dominanti, élite e oligarchie

    Quando sento un esponente della Casta lanciare un certo tipo di invettive, non posso fare a meno di pensare a Bakunin che incitava alla rivoluzione e aveva il maggiordomo in casa...
    Ultima modifica di Il viaggiatore notturno; 21-09-09 alle 19:33
    Se uno è stronzo, nu' je posso dì stupidino - si crea delle illusioni - je devi dì stronzo!

    Gianfranco Funari

  6. #6
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    Predefinito Rif: Classi dirigenti e classi dominanti, élite e oligarchie

    Con tutto il rispetto per Veneziani, ma preferisco questa di analisi.

    La ribellione delle élite. Il tradimento della democrazia - Lasch Christopher - Libro - IBS
    "We intend to destroy all dogmatic verbal systems."
    William S. Burroughs

  7. #7
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    Predefinito Rif: Classi dirigenti e classi dominanti, élite e oligarchie

    Citazione Originariamente Scritto da THE MATRIX Visualizza Messaggio
    Bhe, è comunque ovvio che chi ha il potere e lo ha sempre avuto non accolga favorevolmente un cambiamento che lo ridimensiona. Dovrebbe essere davvero uno spirito illuminato per avere tanta e tale ampiezza di vedute da poter concepire un bene comune superiore anche quando mette in discussione le sue posizioni di rendita.
    E questa è storia: è sempre accaduto così e sempre accadrà. la differenza fra oggi ed allora è che la cosa si giocava con delle belle e salutari guerre che, tagliando la testa allo sconfitto mettevano fine a tanti dubbi.
    Oggi, in democrazia, hanno possibilità di determinare il potere anche coloro che potenti non sono e, non subendo il taglio della testa, quelli che si sentono usurpati potranno sempre decidere di rialzarla.

    Rimane una questione, ovvero quella che: si sa che è così e chi mette in discussione delle situazioni di privilegio consolidate è ovvie che avrà contro questa gente. Un politico avveduto conoscerà i propri limiti e le proprie capacità e in base a quelle agirà.

    Sperando che non accada come sempre accaduto, ovvero che nessuno tocca i privilegiati.
    Questo è un gioco particolarmente rischioso.
    I potenti si sono scelti una massa di manovra inaffidabile e famelica.
    Al momento giusto chiameranno i pretoriani, come da consolidata tradizione.

  8. #8
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    Predefinito Rif: Classi dirigenti e classi dominanti, élite e oligarchie

    Citazione Originariamente Scritto da assurbanipal Visualizza Messaggio
    Questo è un gioco particolarmente rischioso.
    I potenti si sono scelti una massa di manovra inaffidabile e famelica.
    Al momento giusto chiameranno i pretoriani, come da consolidata tradizione.
    Può essere, ma che ci si può fare? Per intanto gli equilibri si sono spostati, ci saranno quelli che vogliono farli tornare come prima se possibile. O almeno farli tornare in modo che li comprendano. Giochi ad altri livelli nei quali noi nulla si può.
    Rimane sempre la questione che se è legittimo cercare di influenzare la politica anche pesantemente, e la legge italiana lo consente visto che non è affatto detto che sia il partito di maggioranza a governare e potrebbe tranquillamente finire all'opposizione come suggerito da casini, è analogamente legittimo che il partito di maggioranza difenda le proprie prerogative.
    Ma, sai come si dice: quando il gioco si fa duro .....
    E se c'è uno che ha gli strumenti per sostenere anche il gioco più duro questo è proprio Berlusconi, ammesso che ne abbia le capacità.

    Detto ciò, per la prima volta dal dopoguerra abbiamo un governo formato da partiti che non sono gli eredi dei partiti della prima repubblica e ai cui vertici ci sono degli outsider. ovvio quindi che l'establishment storico reagisca.
    Di fatto Casini e l'UDC avevano rappresentato una continuità e la loro azione è stata di contenimento e di opposizione a qualsiasi intervento che non fosse conservativo. Messo fuori Casini oggi c'è Fini a giocare quel ruolo, ma con molto meno attrattiva e con molte meno chance di Casini.
    Il sonno della ragione genera mostri.


    Divergevano due strade in un bosco, ed io...io presi la meno battuta, e di qui tutta la differenza è venuta.

 

 

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