Un’iniziativa così simbolicamente rilevante come la «riunificazione» di Gorizia e Nova Gorica sembra davvero archiviare una delle pagine più dolorose della storia italiana del ’900: la perdita, dopo la seconda guerra mondiale, di una parte del territorio nazionale a vantaggio della Jugoslavia e il connesso esodo di centinaia di migliaia di istriani e dalmati. Si tratta di una vicenda tanto più dolorosa per questi ultimi poiché non ha mai suscitato un adeguato interesse nell’opinione pubblica. Bene ha fatto dunque ieri il segretario dei Democratici di sinistra Fassino a ricordare la necessità di dare finalmente a quelle vicende il «giusto posto nella storia d’Italia». In realtà ciò significa anzitutto ricordare (benché per la verità l’onorevole Fassino ieri non lo abbia detto) che fu proprio la sinistra comunista a comminare l’ostracismo ai danni degli esuli. Claudio Magris ha rievocato qualche anno fa sul «Corriere» quel che avvenne a Bologna nel 1947 quando i ferrovieri comunisti impedirono «a quella gente raminga di scendere dal treno e di mangiare e bere qualcosa», minacciando altrimenti di «bloccare con uno sciopero il più importante nodo ferroviario d’Italia». Analoghe manifestazioni si ebbero ad Ancona, dove i profughi erano potuti sbarcare solo tra due file di poliziotti, e a Venezia, dove i lavoratori portuali si erano rifiutati di scaricare i loro bagagli. Quelle migliaia di esuli erano italiani che si sentivano profondamente legati al loro Paese: il giorno di ferragosto del 1946, nell’Arena romana di Pola, in migliaia avevano cantato il coro del Nabucco, come collettivo e simbolico addio a una città che presto non sarebbe stata più la loro. Ma la base del Partito comunista considerava i profughi né più né meno che fascisti, non potendo spiegarsi altrimenti come mai rinunciassero alla fortuna che era capitata loro in conseguenza del trattato di pace, quella di poter vivere in un Paese socialista.