E' stato presentato durante il FSE 2002 a Firenze

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PER UN MONDO MIGLIORE

Affinché Porto Alegre non segni la partenza di un viaggio nel nulla

Di Paolo Barnard *

* Paolo Barnard è giornalista della testata Rai ‘Report’. E’ autore di inchieste, fra cui I
Globalizzatori - Un Debito senza Fondo - Little Pharma Big Pharma, e della pubblicazione Due
pesi due misure, riconoscere il terrorismo dello Stato d’Israele.
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SINOSSI
Questo documento riconosce la vitale importanza dell’esistenza oggi di un
Movimento, identificato nelle rappresentanze riunitesi a Porto Alegre e a
Firenze, ma anche altrove nel mondo, capace di proporre modelli alternativi
di esistenza e di sviluppo umano. Tuttavia, l’autore di questo scritto vede
il suddetto Movimento ricalcare alcune delle modalità di azione che hanno
portato altre esperienze, come il Pacifismo o la lotta al Neoliberismo, a
un sostanziale fallimento. Le righe che seguono vorrebbero essere un
contributo affinché le falle che si stanno aprendo nel grande vascello
salpato da Porto Alegre non portino al naufragio di un’altra grande, quanto
vitale, speranza.
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Nel 1869 nasceva il Mahatma Gandhi. Sono passati più di centotrent’anni di
Pacifismo attivo, attraversati da figure straordinarie come Bertrand
Russell o Martin Luther King, e da noi Aldo Capitini o Lorenzo Milani e
gli altri che li hanno seguiti.
Oggi il Pacifismo si fraziona in mille gruppi, decine di migliaia di
aderenti, infinite iniziative, che singolarmente hanno prodotto piccoli
miracoli. Ma complessivamente il fallimento è devastante. Non si sono
fermate le guerre, le invasioni, non si è bloccata una singola guerra
sporca, e oggi il ricorso alle armi ha carattere di pandemia. Ma peggio, la
spesa militare mondiale sta rapidamente riguadagnando salute: ha toccato
nel 2001 gli 839 miliardi di dollari e dopo l’11 di settembre 2001 è
destinata ad aumentare vertiginosamente. Fra gli aumenti di spesa maggiori,
oltre a quello degli USA (48 miliardi di dollari previsti per l’anno
fiscale 2003) c’è quello dell’Africa, nonostante tutti gli appelli al
contrario. Negli ultimi dieci anni, a dispetto degli sforzi pacifisti,
tutte le principali industrie belliche hanno aumentato le vendite, fra cui
si segnalano: Lockheed Martin da 16,7 a 18,6 miliardi di dollari – Boeing
da 6,7 a 16,9 – BAE Systems da 11,8 a 14,4 – Raytheon da 7,2 a 10,1 –
Thales da 4,0 a 5,6. (1)
E ancora peggio: oggi le guerre scoppiano con una facilità agghiacciante,
perché si fanno e basta, che si tratti della Palestina, dell’Afghanistan,
dell’Iraq o della Costa D’Avorio non importa. Mentre scrivo, infuriano da
24 a 62 diverse guerre nel mondo, a seconda della definizione che si dà di
conflitto. L’11 di Settembre 2001 ha segnato la fine dei residui di
speranza, sicuramente per decenni a venire, nelle lotte ai conflitti
armati, nella battaglia contro la tortura politica, e nelle campagne per il
disarmo.
E’ imperativo a questo punto essere onesti con sé stessi: complessivamente,
il Pacifismo ha fallito.
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Nel 1818 nasceva Marx. Sono passati quasi 200 anni di critica moderna al
capitalismo, alla sperequazione della ricchezza, allo sfruttamento del
lavoro e dell’ambiente, e una parte del mondo ne ha certamente beneficiato.
Ma nel 1975 Milton Friedman, Friederich Von Hayek e le fondazioni e/o
lobbies che li finanziavano hanno pensato bene di iniziare a smontare pezzo
per pezzo centocinquant’anni di progressi e ci hanno scodellato il
Neoliberismo. E’ l’ideologia del libero regno del mercato sulla società
degli umani, che trovò subito una certa (anche se limitata) opposizione. Ma
anche questa ha fallito e dopo ventisette anni di contestazioni il
Neoliberismo ha vinto. Oggi, come mai prima, i lavoratori di tutto il mondo
sono ostaggi di una bolla speculativa che sposta un trilione e mezzo di
dollari al giorno (3 milioni di miliardi di lire) cancellando centinaia di
migliaia di posti di lavoro in qualunque Paese le capiti a tiro, e che si
fa beffe della volenterosa ma esile Tobin Tax. (2) Oggi una manciata di
istituti finanziari internazionali possiede 14 trilioni di dollari (28
milioni di miliardi di lire), più del doppio di quanto l’intero pianeta
vende e acquista in un anno, e non esiste più governo che li possa
fronteggiare. (3) Dopo decenni di mobilitazioni contro la fame nel mondo
ancora abbiamo 30 milioni di morti per fame all’anno – il debito dei Paesi
poveri è cresciuto dal ’96 a oggi di 400 miliardi di dollari mentre la loro
fetta di commercio estero si è ridotta del 40% - ogni 15 secondi un bambino
muore per mancanza di servizi igienici - dal Summit di Rio a oggi il numero
di poveri è solo cresciuto, e dopo il Summit sullo Sviluppo Sostenibile di
Johannesburg, alla faccia di trent’anni di opposizione, il Neoliberismo ci
ha riscodellato: 1) no alla punibilità delle corporazioni per danni
all’ambiente, 2) solo impegni volontari delle multinazionali per il
rispetto dell’ambiente e dei diritti dei lavoratori, 3) ulteriore spinta al
nucleare e al petrolio nell’accordo finale, 4) nessun target fissato per le
energie rinnovabili, neppure quell’1% proposto in un ultimo disperato
tentativo dalla UE, 5) nessun aumento degli aiuti al Sud del mondo e
nessuna nuova cancellazione dei loro debiti. (4) (5)
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L’evidenza del fallimento su larga scala dell’opposizione al Neoliberismo è
schiacciante, e la sua marcia inarrestabile è accompagnata dal tripudio dei
nostri consumi. Infatti durante gli stessi ventisette anni di opposizione
al mercato senza freni i nostri consumi sono raddoppiati: con una mano
abbiamo tentato di frenarlo mentre con l’altra lo abbiamo ingrassato a
dismisura.(6)
Tutto ciò è realmente accaduto purtroppo, a dispetto di una colossale mole
mondiale di manifestazioni, marce, sit-in, contestazioni, iniziative
culturali, pubblicazioni, reportage televisivi, occupazioni, disobbedienze
civili, e tant’altro. E’ imperativa qui una riflessione radicale sui nostri
metodi di lotta, cui accennerò più sotto.
A questo punto, immagino che a molti lettori il pensiero corra spontaneo al
Nuovo Movimento, e cioè al variegato popolo di Porto Alegre e del Forum
Sociale Europeo, che è visto oggi come una grande svolta inedita, dove
riporre la speranza. E questa speranza riempie l’animo dei suoi sostenitori
con l’effetto inebriante di un miraggio, e il miraggio diviene certezza: il
mondo si può cambiare, un Altro Mondo è in Costruzione.
Sarebbe bello se fosse così, ma la mia sensazione è che anche Porto Alegre
sia destinato a un assai probabile fallimento, e per ragioni precise, che
formano il contenuto di questo scritto.
Prima di continuare, preciso, a scanso di fraintendimenti, che il Forum
Sociale Mondiale e le sue mille derivazioni sono fenomeni di una importanza
straordinaria, oserei dire imprescindibili per il nostro futuro, ma proprio
per questo vanno tutelati con grande attenzione critica.
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Una premessa.
Per cominciare, sottolineo che la presente realtà spazza via gli
entusiasmi, i buonismi, gli slanci egualitari, gli ottimismi e,
permettetemi, gran parte dei piani di riscatto mondiale lanciati da Porto
Alegre, se solo la si vuole vedere con occhi aperti.
Cosa stiamo cambiando? Forse il nostro mondo ricco e iniquo? Ma
guardiamolo: siamo una colossale struttura socio-economica che ha cementato
da millenni le sue abitudini nel vivere e nel dominare, ma che è
soprattutto caratterizzata da un tremendo conservatorismo, che abbraccia
tutte le sfere del nostro vivere, dai macro sistemi alle abitudini
quotidiane dell’individuo, fin nei dettagli più sciocchi, e tutto questo
forma il più formidabile muro di resistenza al cambiamento - combattiamo
perennemente una guerra apocalittica (sia in termini morali che per numero
di vittime innocenti) per l’accesso alle risorse che pretendiamo da secoli
– le nostre economie, anche le più forti, sono sempre sull’orlo del
tracollo con la spada della recessione che ci pende sul capo (vedi oggi
Germania o Giappone) - la povertà è in aumento anche da noi ricchi (come
negli Usa o in GB o in Italia) – la nostra disoccupazione è una cancrena
mai sconfitta e sempre in crescita – l’accaparramento dell’ energia che
ogni giorno pretendiamo viene ormai fatto di routine a colpi di missili
Cruise – e la nostra gara per stare a galla nel club dei Paesi ricchi
richiede una assoluta spietatezza col resto del pianeta, perché il nostro
standard di vita non è negoziabile. Sono in guerra fra loro i nostri
ipermercati a colpi di offerte speciali, i nostri sindacati, i nostri
industriali, è guerra cercare un affitto decente, ottenere una TAC in tempi
utili a non morire, o ripagare i nostri mutui. In altre parole, noi
occidentali siamo 800 milioni di persone sempre più impaurite che difendono
con unghie e denti ciò che hanno ottenuto col sangue di miliardi di
poveracci, i cui fantasmi e i cui discendenti sempre più ci tolgono il
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respiro. Il fatto è, ed è noto, che se si pretende uno standard di vita
all’occidentale su questo pianeta non ce n’è per tutti, e noi ricchi, che
lo abbiamo capito da un pezzo, abbiamo già scelto: soccombano gli altri, e
non si discute.
E il Movimento cambierà ciò? Finora quello che il Movimento ha fatto è di
lanciare un’utopia. Questa utopia è condivisa, nel senso di ‘messa in
atto’, sul pianeta terra forse da qualche centinaia di migliaia di persone
(che sappiamo esserci), ma per ciò che riguarda il consenso e soprattutto i
comportamenti degli altri miliardi di abitanti, non sappiamo nulla, ma
soprattutto loro non sanno quasi nulla o addirittura nulla di noi: l’Altro
Mondo in Costruzione non è noto né condiviso dal 99,99% dell’umanità. Porto
Alegre è ancora un'inezia della storia, non ce lo dimentichiamo mai, il cui
potere rappresentativo è ancor meno definibile. La domanda è: chi
esattamente rappresenta questo movimento?
Alla vigilia del G8 di Genova un comunicato di un Social Forum italiano
recitava: "..noi ci facciamo carico delle istanze degli sfruttati e dei
poveri della terra..". Ma di quali istanze si parla? I poveri della terra
troppo spesso non hanno i mezzi né la ‘cultura’ per pensarle. Chiunque
abbia fatto esperienza diretta nelle piantagioni di caffè della Tanzania,
nelle raffinerie della Nigeria o fra i lustrascarpe di Santo Domingo sa che
le parole sindacato, sicurezza sociale o sfruttamento occidentale lasciano
i volti di chi ti ascolta indifferenti. E' la violenza profonda di secoli
di indicibile miseria che muove le loro mani e che guida i loro desideri:
mangiare, accaparrarsi tutto quello che si può, e domani, se possibile, di
più. Punto.
Per noi le multinazionali del petrolio sono mostri, nelle baracche di
Luanda o di Jakarta l'illusione è che la Total e la Exxon Mobil magari un
giorno gli porteranno la luce elettrica, o chissà, forse anche il gas. A
Luanda o a Jakarta pochissimi le contestano (quei pochi li conosciamo bene
e sono degli eroi), e i dati ce lo confermano: la richiesta di energia
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crescerà del 40% nei prossimi 15 anni e i tre quarti di quella richiesta
verrà dal Terzo Mondo. Vorranno soprattutto petrolio: nel 1972 le nazioni
ricche consumarono il 75% del petrolio prodotto, quelle povere il 25%. Nel
2010, e cioè fra poco, le percentuali saranno 50% a 50%. Dal 1970 al 2010
gli Usa avranno registrato un aumento di consumo di petrolio del 42%; nello
stesso periodo l'aumento di consumi per Cina e India sarà stato
rispettivamente del 567% e 510%. (7) Da notare che a Johannesburg (WSSD del
settembre 2002) sono stati proprio i delegati dei Paesi poveri ad
appoggiare Usa, Giappone e OPEC nella soppressione dell’accordo per le
energie rinnovabili; a Johannesburg i poveri chiedevano a gran voce
“tecnologie per combustibili fossili”. (8)
I poveri vogliono energia, ne hanno una sete infinita e ne hanno diritto
oggi, e non fra trent’anni quando, forse, sarà disponibile l’idrogeno.
La nostra sostenibilità e le energie alternative sono belle cose, ma se un
giorno, come sarebbe giusto, finalmente toccasse a loro poter volare per
andare in ferie o accendere il forno a microonde o innaffiare il giardino o
avere l'airbag nell'auto, mi chiedo se Porto Alegre, che oggi vorrebbe
rappresentarli, sarà in grado di condurli sulla strada della moderazione
dei consumi (e della non violenza nel difenderli). Dopo secoli di
privazioni? Improbabile.
Ma le ragioni del fallimento annunciato di Porto Alegre stanno soprattutto
altrove, e sono identiche a quelle che hanno contribuito a far naufragare
sia il Pacifismo che la critica al Neoliberismo. Eccole.
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L’ “Impero” lavora per noi. Noi lo finanziamo. L’ “Impero” siamo noi.
Dal volume ‘Un Altro mondo in Costruzione’: “La disubbidienza sociale deve
essere riprodotta, magari in mille forme diverse. . . contro la violenza
dell’Impero, di chi comanda.” Luca Casarini

Prima ragione. L’Impero siamo noi. Abbiamo sempre identificato i nemici da
combattere - il capitalismo selvaggio, la politica ad esso asservita, il
complesso militare industriale, le multinazionali, l’Organizzazione
Mondiale del Commercio (WTO), il Fondo Monetario Internazionale (FMI), la
Banca Mondiale (BM), il G8 ecc.- all’esterno di noi stessi, e gli puntiamo
in dito contro mentre gli addossiamo la responsabilità per le ingiustizie
del mondo. Questo è non solo semplicistico, ma soprattutto falso. Queste
entità infatti siamo noi, poiché rappresentano noi, servono noi,
garantiscono il nostro standard di vita, quello di tutti noi, e cioè degli
800 milioni di consumatori-elettori del Primo Mondo, a cominciare dal caffè
che beviamo la mattina. E chi le comanda siamo sempre noi, col consenso che
garantiamo loro anche se poi scendiamo in strada a contestarle.
Cito l’autorevole opinione di Joseph Stiglitz, l’ex capo economista della
Banca Mondiale, secondo cui il vituperato Fondo Monetario Internazionale è
sempre stato il braccio armato delle nostre banche di investimento nel
Terzo Mondo. Gli fa eco Noam Chomsky: “Il FMI ha sempre garantito che gli
investimenti occidentali ad alto rischio nel Terzo Mondo fruttassero alti
profitti”. (9) Ma quei profitti sono stati intascati soprattutto da noi, i
milioni di cittadini/aziende/gruppi occidentali che sono la vera anima
delle banche d’investimento. Quei profitti, in altre parole, hanno nutrito
la nostra economia, dalla quale noi, seppure in diversa misura, abbiamo
tutti attinto, che nessuno si escluda.
Ed è altresì noto come il FMI abbia lavorato sodo per garantirci le cose
anche più semplici. Chiunque di noi abbia mai bevuto un caffè o indossato
10
una maglia di cotone non può chiamarsi fuori. E’ il Fondo Monetario che per
decenni ha incoraggiato i Paesi poveri a intensificare l’agricoltura da
export, di cui caffè e cotone sono due esempi, col miraggio di alti ricavi
in moneta forte per le loro casse statali. Questo ha portato quei Paesi a
sottrarre terre all’agricoltura di sussistenza (quella che produce cibo
quotidiano) per piantarvi le cosiddette ‘commodities’ (caffè, cotone, semi
oleaginosi ecc..). Risultato: i mercati sono stati inondati da questi
prodotti, il loro prezzo è crollato, i Paesi poveri non hanno incassato
quel che gli era stato promesso, e sulle nostre tavole o nei nostri negozi
appaiono caffè e cotone a prezzi contenuti (nonostante il lucro dei vari
intermediari e la speculazione delle Borse occidentali). Un esempio
recentissimo è quello del cotone: super produzione mondiale nell’anno
2001/02 con crollo del 35% dei prezzi sui mercati, e guai grossi per i
Paesi africani produttori. (10)

Dunque il Fondo Monetario siamo anche noi, tutti noi.

E lo stesso vale per il WTO. Un esempio fra tanti: chiediamoci perché
nell’ultima Conferenza Ministeriale a Doha sia il WTO che l’Unione Europea
hanno concesso quasi nulla sull’Agreement on Agriculture (Accordo
sull’Agricoltura). I Paesi in via di Sviluppo chiedevano che quell’accordo
fosse modificato al fine di obbligare noi ricchi a smantellare il sistema
di ‘Protezione’ (il Protezionismo) che offriamo alla nostra agricoltura (un
miliardo di dollari al giorno di sussidi), poiché esso è causa di orrenda
povertà fra i contadini del Sud del mondo. La risposta non va cercata nei
corridoi del WTO a Ginevra o della UE a Bruxelles, bensì fra i banchi
frutta dei nostri ipermercati e soprattutto fra i nostri agricoltori, che
dal 1962 in Europa sopravvivono grazie a questo sistema. I nostri, noi,
ancora noi.
A Doha l’ Italia ha fatto muro perché i mercati tessili non fossero più di
tanto liberalizzati, e questo per proteggere i nostri lavoratori del
settore che godono delle nostre protezioni doganali, le quali però
11
penalizzano drammaticamente gli sforzi di tanti artigiani esportatori dei
Paesi poveri. O noi o loro, e il WTO ha scelto noi.

Anche noi siamo il WTO. (11)

Sono questi due esempi del famigerato Protezionismo commerciale con cui i
governi dei Paesi ricchi sostengono i propri mercati. Il nostro
Protezionismo (per esempio, ogni anno 50 miliardi di dollari di sussidi per
i combustibili fossili che consumiamo e, ripeto, 360 miliardi di dollari di
sussidi per la nostra agricoltura) costa al Sud il doppio di quanto
ricevono in aiuti. Con una mano gli diamo un pezzo di pane mentre con
l’altra gliene togliamo due, e questo per ‘proteggere’ in nostri mercati,
che sono i nostri posti di lavoro che sono la nostra economia. Noi, sempre
noi.
I governi dei G8 sono giganti coi piedi d’argilla, arroganti all’apparenza,
ma dentro tremebondi all’idea di perdere i consensi dei loro elettori, cioè
noi. Sanno bene, i Bush, Blair, Aznar, Chirac, Berlusconi ecc., che
dovranno continuare a garantirci: il consumo del 45% di tutta la carne e
pesce del globo – del 58% dell’energia disponibile – del 74% delle risorse
telefoniche – dell’84% di tutta la carta – dell’87% dei mezzi di trasporto
esistenti e l’86% dei beni di consumo in generale. (12) In un mondo che sta
esaurendo le risorse il loro compito è duro, perché noi queste cose le
diamo per scontate ogni giorno, tutti noi, compresi quelli, come me, che
poi lottano contro il Neoliberismo. Le diamo per scontate ogni giorno, a
scapito di miliardi di poveri, eppure sappiamo bene (quasi tutti, ma non
tutti) che per garantircele i nostri governi non si fanno scrupolo di
sganciare qua e là qualche bomba cluster o missile Cruise. Scrive in
proposito George Monbiot, uno dei più rispettati intellettuali
‘antagonisti’ del mondo: “Il nostro governo (britannico, ndr) sembra aver
calcolato che l’unico modo di ottenere l’energia per permettere agli uomini
e alle donne inglesi di rimanere sulle loro auto è di assecondare gli Stati
Uniti a qualunque costo.”

12
Il G8, e la miseria creata nel Sud dalle sue politiche economiche e dalle
sue guerre tese all’approvvigionamento di quanto ho scritto sopra, siamo
noi.
E qui, per essere più specifico, cito l’esempio dell’India attingendo dalle
ricerche di Vandana Shiva. La popolazione di questo Paese ha pagato i
seguenti prezzi per l’applicazione dei nostri dettami economici: 1) sono
stati sprecati 1,37 miliardi di rupie nel tentativo di lanciare
un’industria nazionale della floricoltura da esportazione (che ne ha
guadagnati solo 0,32) – 2) è stata ridotta la sicurezza alimentare
nazionale del 70% - 3) i laghi per l’allevamento intensivo di gamberetti da
esportazione hanno distrutto aree 200 volte più vaste, a causa della
salinizzazione e dell’inquinamento dei terreni; conseguenza ne è che per
ogni posto di lavoro creato in quel settore, 15 famiglie hanno perso il
sostentamento – 4) nel caso degli allevamenti di bestiame da export, per
ogni dollaro guadagnato dall’India ne sono stati persi 15, pagati dai
contadini che non hanno più il letame da usare come concime e come
combustibile domestico (poiché le vacche vengono macellate dopo pochi
mesi), che devono essere rimpiazzati da concimi chimici e combustibili
fossili importati. Ora, chi li acquista quei fiori, quei gamberetti, quella
carne, pagati in India a prezzi bassissimi? Soprattutto noi occidentali, è
la risposta fin troppo ovvia. (13)


Ma la cosa più eclatante è che nonostante il Neoliberismo (“l’Impero”) non
garantiscano a tutti noi occidentali lo stesso livello di agio e nonostante
le nefandezze che esso combina per nostro conto, noi (che nessuno si
escluda) lo ‘finanziamo’ da cinquant’anni ogni volta che acquistiamo
plastica, carta, detersivi, caffè, computer, telefonini, ogni volta che
usiamo un bancomat, che andiamo in vacanza, che cerchiamo lavoro, o che
investiamo i nostri risparmi, oppure ogni volta che facciamo il pieno al
motorino per andare a una manifestazione.
Alcune prove di ciò che ho appena scritto.
13
Si è già detto che il Neoliberismo, con il suo bagaglio di distruzioni
umane, ambientali, e militari, e con i suoi portabandiera come il FMI o il
WTO, ci è stato letteralmente imposto (e sovente da noi ben accolto) da
fondazioni e lobbies. Esse hanno stanziato migliaia di miliardi con cui si
sono letteralmente comprate il consenso nelle sfere politiche di tutto il
mondo, con cui hanno allevato schiere di economisti che hanno piazzato nei
posti chiave del potere accademico o politico, lanciando così una
inarrestabile globalizzazione dei mercati con tanto di regole ferree che la
cementano nelle nostre vite, regole volute da loro, addirittura a volte
scritte da loro, e il cui strascico si chiama povertà, devastazione
ambientale e talvolta guerre. (14) (15) Queste lobbies, che sovrastano
persino i nostri governi, hanno nomi precisi: Trans Atlantic Buisness
Dialogue (TABD) - European Services Leaders Group (ESLG) – International
Chamber of Commerce (ICC) – Investment Network (IN) – European Roundtable
of Industrialists (ERT) – American Enterprise Institute – Philip Morris
Institute – European Policy Center e altri. Ma chi sono esattamente? Non
sono altro che raggruppamenti di grandi industrie occidentali, che noi
serenamente foraggiamo con i nostri consumi ogni giorno. Ed è qui il punto:
i miliardi con cui queste lobbies si sono impadronite del mondo politico,
economico e accademico vengono direttamente dalle nostre borse della spesa.


E dunque esiste veramente un filo diretto che lega lo zucchero che noi
mettiamo nel caffè e la spietata globalizzazione neoliberista del WTO.
Esiste perché Eridania (il gigante italiano dello zucchero) è membro
dell’Investment Network, la potente lobby che si riunisce direttamente
dentro il palazzo della Commissione Europea a Bruxelles, e che consegna
alla Commissione i diktat che essa porterà al tavolo del WTO. Lo stesso
filo c’è se acquistiamo una Panda. Infatti Fiat e Pirelli sono membri
dell’Investment Network e dell’European Roundtable of Industrialists. E se
mangiamo pasta? Se facciamo foto? Se compriamo i cotton fioc? Se ci squilla
il telefonino? Se andiamo al cinema? Se facciamo fotocopie o accendiamo il
computer? Ancora peggio, poiché Barilla, Canon e Kodak, Johnson & Johnson,
Motorola, Ericsson e Nokia, Time Warner, Rank Xerox e Microsoft sono tutti
14
membri dell’International Chamber of Commerce, che è oggi la più potente
lobby del mondo, quella che per esempio chiese nero su bianco al
Cancelliere tedesco Schroder un attacco frontale agli Accordi Multilaterali
sull’Ambiente e alla etichettatura ecologica dei cibi
. E se voliamo verso
le nostre ferie in Grecia? E se sverniciamo le nostre persiane? E lo
yogurt, la lavastoviglie, la passione per la Ferrari, Internet, la birra
con gli amici, il Viagra e tutti i farmaci più importanti? Siamo daccapo:
Boeing (che fa anche armi), Dow Chemicals, Danone, Candy, Shell, Microsoft,
Hewlett Packard, IBM, Carlsberg, Glaxo, Bayer, Hoffman La Roche, Pfizer,
Merck sono tutti in prima fila nel Trans Atlantic Buisness Dialogue, nel
European Services Leaders Group e nella International Chamber of Commerce.
Il TABD compila liste di ‘desiderata’ che pretende siano inserite nelle
regole di globalizzazione del WTO; è di fatto l’autore di alcune di quelle
regole ultra neoliberiste contro cui noi scendiamo in piazza. (16) Val la
pena che qui mi ripeta: noi scendiamo in strada a contestare il mondo che
hanno creato, mentre finanziamo quel mondo e le sue spietate regole col
nostro stile di vita. E allora non è forse futile e contraddittorio
chiedere giustizia globale puntando il dito contro i palazzi del potere e
non contro noi stessi? Ecco perché a Genova la strategia vincente sarebbe
stata quella di voltare le spalle al G8 dei capi di Stato e di rivolgersi
al G8 vero, quello della gente, andando per le strade d’Italia, nelle
scuole, negli ipermercati, nei parchi, nelle università a creare consenso.
La riflessione che propongo è che la parete divisoria che amiamo erigere
fra noi e ‘loro’, e cioè fra il popolo delle persone sensibili alla
giustizia globale e i malvagi timonieri del Neoliberismo, è purtroppo un
artificio ingannevole. ‘Loro’ sono anche noi, e noi siamo anche ‘loro’. Non
ammetterlo condannerà Porto Alegre a decenni di manifestazioni, di
invettive, di sforzi, di impegno militante e all’uso di una montagna di
energie del tutto inutili, sprecati poiché diretti contro ‘Loro’, e cioè
contro il bersaglio sbagliato. Il vero bersaglio siamo NOI. Da questo
15
fallimento noi usciremo al peggio affranti, ma chi sta nella parte
sbagliata del mondo ne uscirà affamato e chi sta dalla parte sbagliata dei
cannoni ne uscirà morto,
Dobbiamo subito guardarci allo specchio e chiederci: come possiamo agire
per ottenere coerenza fra il nostro standard di vita e i nostri ideali? E
come convincere altri a fare lo stesso? La risposta che propongo ha un
passaggio obbligato: Il calcolo esatto dei PREZZI che gli umani, ed in
particolare noi occidentali, devono pagare per cambiare il mondo. Le
domande sono: quanto costa l’Altro Mondo in Costruzione? Siamo disposti a
pagarne il prezzo?
16

Quanto costa un mondo migliore?

Seconda ragione. Di fatto non conosciamo esattamente quali sono i PREZZI che
noi ricchi dovremmo pagare fin da oggi per garantire in futuro a miliardi
di persone i diritti al nutrimento, alla salute, all'istruzione, alla
prosperità. E se non li conosciamo cosa mai cambieremo?. Chiedo: Porto
Alegre ha listato quei prezzi e li ha comunicati agli 800 milioni di
consumatori-elettori benestanti che poco ci conoscono ma che sanno
benissimo ciò cui non vogliono rinunciare? Gridare giustizia globale,
rispetto per l’ambiente o stop alla guerre è bene, ma ciascuno di noi,
quando rientra a casa dalle manifestazioni, si fa carico dei prezzi da
pagare? Mi spiego meglio.
Vogliamo costruire un mondo migliore trasformando e/o eliminando il WTO, il
Fondo Monetario, la General Dynamics, i Trips, la BigPhrma, la Goldman
Sachs, la Novartis, un mondo senza l'11 di Settembre e senza Intifada,
senza Bhopal e senza Operazione Condor o Plan Colombia, un mondo senza
bambini schiavi e senza più le foto di Salgado a dirci quanto orrore accade
ogni giorno, un mondo che chiude la School of the Americas e dove John
Poindexter e il suo Information Awareness Office non hanno ragione di
esistere, un mondo dove Amnesty International va in pensione, e dove anche
le braccianti di Haiti possano aprire un rubinetto dell'acqua e farsi il
bagno prima di coricarsi. Un mondo, infine, che non necessiti di camere di
tortura in Paesi lontani per garantire a noi il carburante per il nostro
standard di vita.
Ma tutto ciò è gratis per noi? Stiamo coi piedi per terra, e allora agli
economisti di Porto Alegre chiedo: nell'Altro Mondo Costruito quali saranno
le rinunce al consumo che ci toccheranno, e quanto della nostra vita socio
economica dovrà radicalmente mutare? Potrò ancora volare Roma-Londra-San
Francisco-New York per 1.400 euro? Quante volte potrò usare l'anticalcare
17
nella mia doccia? Quante auto a famiglia e a che costo il carburante? La
mia tuta da calcetto in puro cotone africano costerà sempre uguale? E la
plastica? le tv? i cd? Noi ricchi potremo ancora spendere 26.000 miliardi
all'anno in profumi? Quanto costerà il mio caffè? Il costo dello
smaltimento dei nostri rifiuti sarà sempre lo stesso quando non potremo più
scaricarli in mare o in Nigeria? E Internet?


Già, Internet. Leggo uno scritto di Naomi Klein sul World Social Forum
dello scorso anno, dove la nota portabandiera no-logo scrive di una nottata
in un camping per giovani a Porto Alegre, dove un vasto gruppo riunito
attorno a un altoparlante ascoltava una diretta dal World Economic Forum di
New York. La voce era quella di una corrispondente di Indy Media, e
arrivava vibrante e inalterata grazie a Internet. Scrive la Klein: "Per me
quello è stato il momento più rappresentativo dell'intero Forum. Ad un
certo punto il server americano si è disconnesso, ma all'istante un server
italiano ci ha soccorsi!"
Certamente Naomi Klein si rende conto che il suo "momento più
rappresentativo" si è materializzato per gentile concessione del
controllore mondiale di Rete che è la Internet Society in Virginia, vale a
dire per gentile concessione dei falchi dei Diritti di Proprietà
Intellettuale come Microsoft, come Hewlett Packard o IBM, per gentile
concessione degli impietosi licenziatori come Nortel & Alcatel (50.000
lavoratori a casa), come Hitachi (20.000) o come Intel e Lucent (20.000),
per gentile concessione dei vampiri della speculazione finaziaria come la
JP Morgan, e infine per gentile concessione dei venditori di morte come
Marconi Corp., come WorldCom, come Motorola Inc, come la Rand e come la
Defense Information Systems Agency.
(17)
E allora chiedo: l'entusiasmante tecnologia internet che ha soccorso Naomi
Klein e i giovani di Porto Alegre sarà ancora possibile nell'Altro Mondo in
Costruzione, e cioè in un mondo ripulito dai sopraccitati mascalzoni? Non
si può evadere la risposta.
18
Altresì, è sicuramente ben accetto un Movimento che chiede pace e che
contesta le nostre interferenze ‘imperialiste’ nel destino politico di
tanti Paesi per assicurarci le loro risorse. Ma questi stessi contestatori,
così giustamente motivati, sapranno poi farsi carico dei prezzi conseguenti
a ciò che chiedono? E potrà farsene carico la società nel suo insieme?
Immaginiamo che il petrolio non sia più un ‘sorvegliato speciale’, per
esempio. Perché è un fatto che “… il costo della protezione delle riserve
petrolifere mediorientali, pagato soprattutto dagli Stati Uniti e senza il
quale tutta l’economia occidentale rimarrebbe paralizzata, è di almeno 25
dollari al barile, e cioè pari al suo prezzo di acquisto.” (18) Ora, tutti
d’accordo per l’uscita dei ‘falchi’ americani (con conseguente caduta dei
loro regimi fantoccio) dal Medioriente, ma sappiamo quanto questo
inciderebbe su ogni azione che noi occidentali, inclusi i contestatori,
compiamo ogni giorno? Sapremo farcene carico nella pratica?
L'Altro Mondo in Costruzione vorrà essere più vicino alla natura, ed è un
bene. Ma a quali prezzi? Un piccolo esempio che ha come protagonista un
altro Guru anti globalizzazione, José Bové. Il francese denuncia il sistema
di nutrizione dei vitelli: il latte che essi potrebbero naturalmente bere
dalle vacche gli viene sottratto, poi spedito ad alcune industrie,
pastorizzato, decremato, essiccato, e infine ricostituito, impacchettato e
ritrasportato dai vitelli. La UE finanzia questo processo con miliardi per
tenere il prezzo del prodotto industriale inferiore a quello del latte che
i vitelli potrebbero semplicemente succhiare dalle vacche. Aberrante, siamo
d'accordo, ma se vogliamo abolire questo ciclo ci dobbiamo chiedere: a
quali prezzi? quanta economia e quanto indotto andrebbero perduti?
Soprattutto quanti posti di lavoro si perderebbero? e otterremmo il
consenso su questo da chi quel prezzo lo dovrà pagare?
Infatti sembra ormai chiaro che uno dei costi più amari che noi ricchi
dovremmo sostenere per un Altro Mondo in Costruzione è la perdita di
19
centinaia di migliaia (se non milioni) di nostri posti di lavoro, se
veramente vogliamo permettere al Sud di sbarcare sui nostri mercati ad armi
pari o di ricevere i nostri agognati investimenti nel rispetto dei loro
diritti. Un costo, questo, che sarà assai arduo proporre. Ne è un esempio
lampante ciò che è accaduto nell’aprile del 2000 in seno alla più potente
economia del mondo, gli Usa. Era quello il periodo in cui il governo
federale stava proponendo di concedere alla Cina la clausola del Permanent
Normal Trade Relations, con pieno appoggio all’entrata di Pechino nel WTO.
Contro queste misure, Washington DC vide massicce proteste dei più potenti
sindacati americani, AFL-CIO in testa con John Sweeney, ma anche James
Hoffa e i suoi, fianco a fianco ai falchi della destra nazionalista e
ultraprotezionista di Pat Buchanan. Il motivo di tanto clamore? Il timore,
assai fondato, che il regalo concesso alla Cina significasse massicce
perdite di posti di lavoro americani a favore dei più competitivi
lavoratori di quel mondo più povero. Un prezzo inaccettabile per gli
‘altrimenti solidali’ lavoratori statunitensi. E sicuramente inaccettabile
anche per i nostri contadini, metalmeccanici, operai, impiegati e per le
aziende di tutti quei settori che verrebbero penalizzati se l’Occidente
permettesse ad omologhi del Sud di veramente competere sui nostri mercati.

I nostri posti di lavoro sono preziosi, e infatti in piena crisi FIAT il
ministro Maroni dichiarava “Che chiudano prima gli stabilimenti esteri
(Paesi in Via di Sviluppo, ndr), non quelli italiani..”, e credo che assai
pochi fra i nostri operai fossero dell’opinione contraria.
Io chiedo agli economisti di Porto Alegre di studiare, calcolare e
divulgare i PREZZI - in termini di MEZZI RICHIESTI PER LA FATTIBILITA',
PREZZI E RINUNCE AL CONSUMO, MUTAMENTI DI STILI DI VITA, PERDITA DI
OCCUPAZIONE E STRATEGIE PER RICONVERTIRLA, EQUILIBRI POLITICI, CRESCITA
ECONOMICA (sia qui che al Sud) - di ognuno degli otto punti di lotta
listati al termine della Dichiarazione Finale dell’ultimo World Social
Forum, e dei tanti altri slogan dell'Altro Mondo in Costruzione. Non
conoscere quei prezzi, non divulgarli e non farsene carico è precisamente
20
ciò che condannerà Porto Alegre a parlare al vento, tante belle parole ma
nessun seguito fra la gente. Dunque il fallimento.
Per dare solo un’idea di quanto noi ricchi dovremmo pagare di tasca nostra
per eliminare la sperequazione della ricchezza su scala globale, cito qui
una cifra: un trilione e mezzo di dollari all’anno, ovvero 3 milioni di
miliardi di vecchie lire. Chiediamoci: questa montagna di soldi
garantirebbe il benessere a tutto il Terzo Mondo? Neanche per sogno.
Eliminerebbe almeno la povertà? Neppure. Forse ridurrebbe la denutrizione
infantile. Purtroppo no. Tre milioni di miliardi di lire sarebbero appena
sufficienti per dare ai due miliardi di abitanti più disgraziati del
pianeta due miseri dollari di sussistenza al giorno! (19) Vi lascio
immaginare cosa ci costerebbe un mondo assai migliore.
Capita di rendersi conto, seguendo la vita italiana, che tanti di noi non
sono disposti a pagare alcunché. Emblematica è una lettera pubblicata il
12/11/2002 dal quotidiano il Resto del Carlino, in seno a una iniziativa di
‘acquista il made in FIAT’ per sostenere la traballante azienda e i suoi
lavoratori. Scrive un cittadino di Chiaravalle: “Aiutare la FIAT mi sta
bene, ma la mia vecchia auto straniera con un litro fa oltre 17 km. Mi
risulta che la Panda è ancora lontana da questi traguardi.” Tradotto
significa: ‘nel nome di un paio di chilometri in più al litro, per me che
vadano pure in fumo i redditi di migliaia di famiglie italiane’. Ora
immaginate di chiedere a questa persona di far rinunce per i contadini del
Sahel! E siamo in tanti con questa mentalità.
21
Non ce n’è per tutti, e questo ci fa paura.

Terza ragione. Il fatto è che il Primo Mondo si sta metaforicamente svenando
per continuare a garantire non solo i margini di profitto delle
multinazionali, ma soprattutto il nostro standard di vita. Porto Alegre
dovrà saper convertire almeno la maggioranza di quegli 800 milioni di
persone il cui benessere oggi più che mai è minacciato da ogni parte. E
quelle persone hanno paura. Guardiamo alcuni dati. Negli Usa: dal 1973 al
1993 la retribuzione media è crollata dell'11% - in Virginia, nella culla
della New Economy, la lista d'attesa per un posto al dormitorio è di 70
famiglie al giorno - l'organizzazione Living Wage è nata per chiedere il
salario di sopravvivenza(!) per milioni di famiglie americane – il numero
di coloro che vivono sotto la soglia di povertà è di 33 milioni, mentre la
povertà infantile oggi è superiore a quella di 20 anni fa (13 milioni di
bambini) e questo è dovuto agli stipendi stagnanti e all'alto costo della
vita – il numero di cittadini americani senza copertura sanitaria è
cresciuto nel 2001 di 1.400.000 unità.
In Gran Bretagna: gli ultimi dati
sulla povertà parlano ufficialmente di 1 povero su 4 cittadini, mentre gli
esperti della previdenza integrativa britannica hanno già affermato che
neppure i fondi pensione privati potranno garantire una sopravvivenza
decente a milioni di futuri pensionati. In Giappone: il 3% delle imprese
giapponesi si trova oggi a mantenere a galla l'87% dell'economia al
collasso, il debito nazionale è al 130% del PIL, i consumi sono alla
paralisi, la deflazione è in agguato. La Germania ha toccato il tetto
storico di 4 milioni di disoccupati, e oggi assumere in Germania costa il
40% in più che in Olanda o in GB. E anche la ridente Italia si ritrova con
2.600.000 famiglie ufficialmente povere, mentre la Fiat calava del 10%
all'anno nelle vendite, col risultato che si è visto. I fallimenti
aziendali sono all'apice, i licenziamenti pure: Ford, Motorola, Consigna,
Fiat, France Telecom, Alcatel, Hitachi, General Motors e Philips hanno in
pochi mesi licenziato un totale di 222.000 lavoratori. Di fronte alla PAURA
22
che ciò crea in noi, i politici occidentali hanno deciso di proteggere il
nostro standard di vita in una lotta senza esclusione di colpi e con l'arma
del Protezionismo. Un dato: il Protezionismo delle merci americane voluto
da Reagan e da Clinton è stato superiore a quello di tutti i presidenti
americani nei passati 50 anni, George W. Bush mantiene il passo e l’Europa
non fa meglio. E’ in gioco il nostro standard di vita, e lo reclamiamo
senza pietà.(20)
Che il Neoliberismo sia una delle principali cause dei nostri stessi guai
economici è possibile, ma il punto è un altro: Porto Alegre sta dicendo a
questi 800 milioni di impauriti e insicuri, aggrappati alle loro auto, alle
vacanze, ai loro posti di lavoro, ai fondi di investimento, alle offerte
speciali, ai telefonini, alle tecnologie domestiche ecc.. che la soluzione
sta in un Altro Mondo in Costruzione, di cui innanzi tutto non conosciamo
il prezzo, ma che soprattutto verrà fra quanto? 50 anni? 150 anni? 500
anni? Ma l’infermiere di Parigi, il commerciante di Positano, la biologa di
Madrid, il meccanico di Livorno, il taxista di Francoforte o la maestra di
San Diego hanno paura oggi, e vogliono oggi soluzioni a breve termine.


Cercano casa, devono curarsi o ripagare i mutui, hanno i figli
all'università, devono comprare un’altra auto o pagare le spese di
condominio e hanno PAURA, paura di non averne abbastanza, di perdere il
lavoro, paura dell'immigrazione, del terrorismo, e di tanto altro.
Soffermiamoci sulla paura. La giusta idea (e tema noto a Porto Alegre)
secondo cui la vera prevenzione dei conflitti sta nella giustizia sociale
ed economica globale non tiene conto di una cosa: che di fronte alla paura,
la parte meno evoluta della natura umana diventa ‘di destra’ e chiede a
gran voce soluzioni semplicistiche a problemi complessi (che è il classico
impianto della mente conservatrice). E' precisamente per questo che di
fronte all'11 Settembre, che di fronte a Richard Reid con l'esplosivo nelle
scarpe, che di fronte allo spaccio di droga e alla violenza urbana, che di
fronte alle convulsioni dei miliardi di disperati del mondo, il politico
che propone tali semplicistiche soluzioni ottiene ampi consensi.
23
Berlusconi, Blair e Bush l'hanno capito e in questo sono stati geniali.
Porto Alegre è tutto il contrario. E' moralità, intelligenza, dedizione,
elasticità delle analisi, creatività, e soprattutto un lungo paziente
lavoro per ottenere risultati duraturi a lungo termine. Ma sapremo
comunicare e convincere 800 milioni di persone spesso impaurite che è
meglio la gallina domani piuttosto che l'uovo oggi? E nel frattempo? Perché
anche se magicamente potessimo spegnere oggi stesso i mefitici motori (che
noi alimentiamo) del Fondo Monetario, del WTO, delle bolle speculative, del
Pentagono, della Commissione Europea, del Neoliberismo e dei nostri
consumi, l'abbrivio dell'odio contro di noi che abbiamo creato al Sud e la
corsa dei poveri al materialismo a tutti i costi durerebbe ancora decenni,
e ancora per decenni i benestanti del Nord dovrebbero fare i conti con i
Bin Laden, con i Saddam, con i fanatismi, con le mafie globali, con tutto
quello da cui ci sentiamo minacciati oggi. E la domanda è: in quei lunghi
anni di attesa saprà Porto Alegre tenere vivo il consenso per le soluzioni
intelligenti e a lungo termine? Sappiamo benissimo che oggi, e in futuro,
ogni qual volta ci sarà un altro Daniel Pearl (21) assassinato dai fanatici
o un’altra Bali, milioni di persone qui da noi riprecipiteranno nell'ansia
e nella vecchia convinzione che il dialogo non paga. Meglio le bombe. E
infatti la notizia della morte di Pearl non era neppure trapelata che già
Thomas Friedman scriveva sul New York Times: "Abbiamo ascoltato gli europei
e abbiamo optato per il Dialogo Costruttivo. I nemici dell'America hanno
sentito in ciò puzza di debolezza, e per questo noi abbiamo pagato un
prezzo enorme... Quale è l'alternativa degli europei? Aspettare che Uday
Hussein, che è ancor più psicopatico di suo padre Saddam, possegga armi
biologiche per colpire Parigi? No, Bush sta dicendo a questi Paesi e ai
loro terroristi: 'Sappiamo cosa state ordendo, ma se credete che staremo ad
aspettare un altro attacco vi sbagliate! Siete dei folli? Incontrate Donald
Rumsfeld, è ancor più folle di voi!' ... L'intenzione di Bush di essere
almeno folle come i nostri nemici è ciò che di giusto sta facendo."
(22)
24
Non è la cecità di queste parole che conta qui, quello che conta è che
riflettono il consenso di milioni di occidentali impauriti. Farcela qui
sarà durissima.
Porto Alegre tiene conto nelle sue pubbliche manifestazioni e nelle sue
strategie comunicative dell’insormontabile muro di insicurezze e di paure
dietro cui sempre più l’Occidente si va barricando?
Quello che ci necessita sono strategie formidabili di comunicazione e di
creazione di consenso, ma che siano nuove, perché come ho già detto i
fallimenti a catena del passato ci impongono un radicale ripensamento dei
nostri metodi di impegno e di lotta. Porto Alegre sta comunicando con la
gente, sta creando consenso?
Porto Alegre sta comunicando?
Quarta ragione. Come si crea consenso? O forse è meglio formulare la domanda
con maggior precisione: quali sono i metodi migliori per comunicare con la
mira di creare consenso? Se assumiamo come vicina al vero la descrizione
che ho fatto degli 800 milioni di consumatori-elettori benestanti del Primo
mondo, e cioè gente in maggioranza assai restia al cambiamento del loro
standard di vita per il bene comune, la provocatoria risposta che mi viene
di getto è: non i metodi di Luca Casarini.
Casarini è un uomo di grande talento, scrive benissimo, come oratore non è
da meno ed è figura indispensabile nel panorama odierno, per tenacia e per
creatività, guai mancasse. Ma la sua comunicazione è, a mio parere, un
disastro.
La sua lotta “all’Impero”, ho già scritto, è deviante e fallimentare
rispetto alla realtà, ma ciò che è anche insidioso nella sua ideologia sono
il concetto di ‘disubbidienza’ e il fervore ‘epico’ con cui sia lui che
25
coloro che lo condividono la mettono in pratica, come se avessero ricevuto
una investitura di paladini di giustizia globale
. Mi soffermo brevemente
sulla sua retorica. Scrive Casarini: “Siamo disposti, per cambiare il
mondo, a metterci in gioco fino a questo punto, sfidando la violenza
dell’Impero? Questa è la domanda e il contrasto è fra chi è disposto a
combattere pagando prezzi altissimi e chi invece arriva fino a un certo
punto e poi lascia perdere”. (23) Sottolineo proprio quest’ultima frase
perché mi sembra sia arrogante e discriminante porre un limite ‘virile’
sotto il quale un impegno minore contro le ingiustizie va considerato con
un certo spregio; saremmo fortunati, e ci sarebbe da esserne grati, se
tutte le persone anche solo una volta nella vita facessero con noi un
pezzettino della strada. Ma nel brano che ho citato è soprattutto evidente
la retorica epica con cui Casarini pone sé stesso e chi lo condivide sulle
perigliose barricate della lotta ai malvagi (“..chi è disposto a combattere
pagando prezzi altissimi..” – sarebbe stato auspicabile qui un po’ di
rispetto sia per i luoghi del mondo dove veramente si pagano prezzi
altissimi nella lotta ‘all’Impero’, sia per coloro che li hanno pagati, da
Bhopal all’Ogoniland). I toni sono da guerra santa, e non abbiamo forse già
imparato dove esse ci portano?
Cosa fa credere a Casarini che ‘disubbidire’ sia ancora oggi la strada più
efficace? La precarietà di questa posizione è presto dimostrata se ci
immaginiamo la stessa ‘disubbidienza’ praticata, con altrettanta fervente
convinzione di essere nel giusto, dalla Destra conservatrice. E infatti
essa lo fa: Bush sta ‘disubbidendo’ ai seguenti trattati internazionali e
alle seguenti istituzioni 1) Biological Weapons Convention 2) Anti
Ballistic Missile Treaty 3) Small Arms Treaty 4) International Criminal
Court 5) Kyoto Protocol 6) UN Convention Against Torture 7) Comprehensive
Test Ban Treaty 8) Organization for the Prohibition of Chemical Weapons 9)
United Nations Charter (24). Oltre all’Iraq, i governi di Israele, Turchia,
Marocco, Croazia, Armenia, Russia, Sudan, India, Pakistan, e Indonesia
26
stanno ‘disubbidendo’ a 91 diverse risoluzioni del Consiglio di Sicurezza
dell’ONU
. (25) Di Silvio Berlusconi è superfluo scrivere. Ma attenzione:
tutti costoro sono ferventemente convinti che la loro ‘disubbidienza’ sia
un sacro dovere per il bene delle rispettive comunità o del mondo intero.
Se è legittimo per Casarini disubbidire, lo è per Bush, poiché non esiste
sentenza divina che aprioristicamente legittimi la giustezza della causa
del primo rispetto a quella del secondo; è solo una questione di
individuali convinzioni. E allora va chiesto: ‘disubbidire’ è un diritto
solo se si ‘disubbidisce’ dal basso?
E’ una strada questa che rischia di aggrovigliare il Movimento, più che
spianarci la strada. Fare a pezzi i centri di ‘accoglienza’ temporanea per
immigrati, i Mac Donalds, tentare di penetrare la Zona Rossa di Genova o di
incatenare le saracinesche della Adecco non hanno portato a nessuna
efficace comunicazione con la pubblica opinione, non hanno creato consenso
sui temi della fame, delle guerre o dell’ambiente ecc., e di questo non
mancano purtroppo le evidenze. Ma soprattutto nasce qui il sospetto che al
‘metodo’ Casarini interessi assai poco penetrare le anime degli 800 milioni
di consumatori-elettori benestanti del nostro mondo; si ha l’impressione
che la prima preoccupazione di coloro che sposano questo metodo sia di
soddisfare un proprio bisogno di emozioni forti, quell’adrenalina che viene
dagli slanci di Don Chisciottiana memoria, noi gli ‘idealisti arrabbiati’
contro l’Impero del Male. Dov’è il canale di comunicazione e creazione di
consenso fra il fervore dei centri sociali e i consumatori dell’Esselunga o
delle Ipercoop, fra le truppe dei ‘disubbidienti’ e i tifosi di Luna Rossa
o i giovani in carriera, fra le tute bianche e i milioni di italiani che si
informano al bar, guardando le reti televisive, o, peggio, per sentito
dire? E si tratta dei commercianti, delle casalinghe, dei giovani dei call
center, degli anziani, milioni di anziani, che votano, consumano e che
certamente ancora non abbiamo informato a sufficienza, tanto meno convinto.

Provate a sparpagliarvi fra loro e a chiedergli chi sono i ‘no-global’. Io
ho sentito riposte da brividi. E’ essenziale, qui, smettere di parlarci
27
addosso: i nostri convegni, incontri, dibattiti, vedono riunirsi ormai
sempre gli stessi volti, lo stesso ‘popolo’ di gente già sensibilizzata che
parla sostanzialmente a sé a stesso, con rare eccezioni.
Lo stesso vale per tutte le anime del Movimento, che hanno il dovere di
spingere lo sguardo oltre l’immediata gratificazione del proprio agire per
verificare quanto realmente quelle azioni (marce, occupazioni, slogan,
disubbidienze ecc.) stiano penetrando e convincendo la nostra immensa
quanto statica collettività. Come ho già scritto, finora l’evidenza dei
risultati è sconsolante.
Dobbiamo porci due domande: 1) Come tramutare l’ampio consenso che la
società civile occidentale dà al suo benessere – col suo corredo di
ottusità morale, egoismo, diffidenza di ciò che è nuovo, pigrizia mentale,
tendenza conservatrice del gruppo - in un consenso verso l’esatto
contrario, verso l’autocritica, l’altruismo intelligente, il desiderio di
sperimentare, la creatività, e una radicale rivoluzione dell’essere
‘gruppo’, che sono l’essenza del pensiero di Porto Alegre?
2) E come dialogare con miliardi di esseri umani del Sud del mondo, che
oggi dopo secoli di strazianti privazioni sono in corsa verso un
materialismo che difficilmente ammette mediazioni, affinché non replichino
il nostro scempio economico e interculturale?
Una precisazione è importante.
Comunicare e creare consenso oggi è opera di difficoltà estrema,
soprattutto per un motivo, eccolo: si chiama velocizzazione della vita di
tutti noi. E', per il cittadino medio, forse il principale ostacolo
all'adozione di stili di vita sostenibili, equi e solidali, in altre parole
il principale ostacolo all’adozione dei principi di Porto Alegre. I ritmi
di crescita economica desiderati ci tolgono il respiro, l'impegno del
28
lavoro oggi è una spirale in crescita continua. L'economia britannica vola
ben al di sopra della media europea, ma Londra è esente dal rispetto della
Direttiva Europea sul Tempo di Lavoro e molti inglesi stanno a lavorare più
di 48 ore alla settimana. Tony Blair se ne vanta
. Ed Campodonico, giovane
rampante della New Economy di Seattle, lavora 84 ore alla settimana, e il
suo ex datore, la Microsoft, lo portava come modello. (26) Stiamone certi,
questo è il futuro dei nostri giovani, ma anche il presente non ci lascia
spazi. Il fatto è che per aderire al progetto di Costruire un Altro Mondo
bisogna 1) informarsi 2) dibatterne 3) partecipare 4) farsi carico dei
PREZZI e tanto altro. Le giornate della nostra vita sono fatte di 24 ore;
se togliamo il lavoro, la famiglia, il sonno, il mangiare, e la fatica di
vivere di ciascuno di noi, non rimane più nulla, anzi, già non è rimasto
nulla a metà strada di questo calcolo. Come faremo a comunicare con persone
che non hanno lo spazio di vita per ascoltarci? Porto Alegre ha affrontato
questo tema?
Credo che la ‘nuova’ comunicazione per creare consenso debba accantonare
come secondari – nel senso di utilizzabili come seconde scelte anche se
ancora utili in particolari frangenti- gli strumenti che per quarant’anni
abbiamo privilegiato (manifestazioni, marce, sit-in, occupazioni,
disubbidienze ecc.) e che appaiono ormai spuntati, per le ragione che ho
spiegato in questo scritto. Credo fermamente che vada trovato un modo
diverso di chiedere alla gente di sensibilizzarsi verso i mali globali e di
assumere comportamenti che concretamente li combattano. Certamente
appellarsi al senso morale, al rispetto dei diritti dei più deboli va bene,
ma abbiamo visto che non basta. Far leva sull’orrore che suscitano le
immagini di bimbi in agonia, di donne che si cibano di radici, di arti
amputati dalle bombe, va bene, ma abbiamo visto che non basta. Recitare
all’infinito le cifre della grottesca sperequazione della ricchezza nel
mondo o dell’ingordigia delle multinazionali va bene, ma ancora non basta.
Tutto ciò è stato fatto alla nausea e siamo a questo punto.
29
Trovare nuove arti per comunicare i temi di Porto Alegre e per creare
consenso attorno ad essi, e farlo proprio fra la maggioranza meno
sensibilizzata, è la sfida principale, assolutamente la più ardua, che
tutto il Movimento deve affrontare. Non farlo, e cioè reiterare i vecchi
metodi, condannerà Porto Alegre all’infelice destino delle rivoluzioni
naufragate degli scorsi decenni.
Il ‘nuovo’ lavoro di comunicazione va svolto capillarmente, casa per casa,
scuola dopo scuola, piazza su piazza, in tv, sui giornali, presso le
associazioni professionali o di categoria, ipermercato per ipermercato, con
iniziative pacate, originali, in associazione con chiunque ci porga una
mano. E’ un lavoro poco ‘adrenalinico’, ma darà frutti duraturi, ma
soprattutto offre una speranza di far breccia fra tutti coloro (la
maggioranza) che di fronte ai milioni di appelli alla giustizia e alla
solidarietà non hanno trovato motivi per agire.
A chi sta storcendo il naso, ricordo che sono quarant’anni che ci agitiamo
nelle piazze, che ci parliamo addosso, ma la pensionata di Leeds, il
camionista di Cuneo, l’avvocato di Brema, la segretaria di Madrid o il
poliziotto di Atene non li abbiamo mai veramente raggiunti, mai convinti,
forse mai veramente considerati. E sono i milioni di consumatori-elettori
che poi spostano il mondo, e il cui potere di conservazione può travolgere
noi e i nostri ideali come l’uragano con la pagliuzza.

30



Conclusione.




Sulla via per Costruire un Altro Mondo abbiamo dunque ostacoli immensi,
forse insormontabili, forse oggi è troppo tardi per fermare la locomotiva
neoliberista. Ma almeno una certezza io l'ho: dobbiamo 1) Farci carico che
il Neoliberismo (“l’Impero”) siamo anche noi, tutti noi. 2) Conoscere,
divulgare e farci carico degli esatti COSTI di un mondo migliore, e
ottenere consenso su di essi. 3) Scoprire nuove arti per comunicare e per
creare consenso attorno alle nostre speranze.


Se non lo faremo, anche Porto Alegre si dissolverà in una inezia della
nostra storia.
Paolo Barnard
Giornalista di Report, RAI 3
Bibliografia.
1) Stockholm International Peace Research Institute, Recent Trends in
Military Expenditure.
2) Global Exchange, 10 Ways to Democratize the Global Economy.
3) Stime Banca Mondiale, 1999.
4) a. Jan Pronk, UN envoy to Johannesburg 2002.
b. John Vidal, The Guardian, 2/9/2002.
c. Keith Ewing, Tearfund.
d. Mark Townsend, The Observer, 18/8/2002.
5) Friends of the Earth Summit Wrap Up, 4/9/2002, The Guardian.
6) UNDP’s Human Development Report.
7) Alan Schriesheim, PhD, Argonne National Laboratory, 11/1997.
8) Geoffrey Lean, Environment Editor, The Independent 01/09/2002.
9) Un debito senza Fondo, Report, RAI3, 08/12/1999.
31
10)Ann Pettifor, Campagna Jubilee 2000, Londra, & International Cotton
Advisory Committee, rapporto 2002.
11)Campagna Stop Millennium Round, 15/11/2001.
12)Behind Consumption and Consumerism, Global Issue/ONU, 12/10/2002.
13)Vandana Shiva, Export at Any Cost, Znet, 14/05/2002.
14)Corporate Europe Observatory, Amsterdam.
15)I Globalizzatori, Report,RAI3, 09/06/2000.
16)a. Corporate Europe Observatory, Amsterdam.
b. I Globalizzatori, Report,RAI3, 09/06/2000.
17) The Federation of American Scientists, Arms Sales Monitoring, 02-2002.
18) Peter Hain, speech at the Royal United Services Institute London,
17/10/2002.
19) Dean Baker, Center for Economic and Policy Research, Washington DC.
20) a. Kevin Phillips, The Politics of Rich and Poor.
b. Homeless Oversight Committee.
c. NCCP, Columbia Univ.
d. Maria Scott, The Observer, 2002.
e. ISTAT.
f. HSBC.
g. Guardian Special Reports.
h. IMF World Economic Outlook 2001.
i. UNDP.
21) Giornalista del Wall Street Journal assassinato nel feb. 2002 da un
gruppo di terroristi pakistani.
(22) Thomas Friedman, NYT 16/02/2002.
(23) Un altro mondo in costruzione, Baldini & Castoldi, 2002.
(24) George Monbiot, Logic of Empire, 06/08/2002, & The Guardian 02/2002.
(25) Stephan Zunes, Foreign Policy in Focus, 03/10/2002.
(26) Report, E-conomy, 10/2000.