“TROPPI PRETI NON SANNO Più IL LATINO”
Andrea Tornielli
“Abbiamo deciso di fare in modo che l’antica e mai interrotta consuetudine della lingua latina sia conservata”. Così scriveva Giovanni XXIII nella Costituzione apostolica Veterum sapientia, solennemente firmata il 22 febbraio 1962, alla vigilia del Concilio. Gli oltre duemila vescovi del Vaticano II, poi, nel primo testo esaminato e approvato, la Costituzione sulla liturgia Sacrosanctum Concilium, avevano stabilito che “la lingua latina nei riti latini sia conservata”. Quarant’anni dopo il latino è scomparso del tutto non soltanto dalla liturgia ma anche dall’uso della Chiesa e in tanti pensano che il pur indispensabile e auspicato aggiornamento non doveva portare a far tabula rasa di una tradizione linguistica millenaria. Ne è convinto anche don Biagio Amata, preside della facoltà di Lettere del Pontificio Ateneo salesiano, che denuncia: “I preti non sanno più il latino. Oggi la lingua di Cicerone a scuola si studia male e anche nei seminari mancano docenti adeguati. Ci sono sacerdoti che non sanno nemmeno leggere le lapidi che hanno nelle loro chiese”. Decano del “Pontificium Istitutum altioris latinitatis”, don Amata ha organizzato a Troina, in provincia di Enna, un convegno sul disagio giovanile che si apre oggi. Una sessione – interamente in lingua latina – è dedicata proprio alla “Veterum sapientia” di Papa Giovanni, il testo che riaffermava l’importanza del latino nei programmi di studio dei seminaristi, e che oggi è a tal punto dimenticato da non comparire nemmeno nell’elenco dei documenti giovannei del sito internet della Santa Sede (www.vatican.va). “Il latino è un patrimonio dell’umanità – ha detto don Amata – affidato in particolare alla Chiesa cattolica. Non possiamo essere proprio noi a disperderlo”. Eppure, nella maggior parte delle parrocchie italiane, la lingua di Cicerone è tabù. Così la riscoperta del latino diventa un fenomeno di ritorno che rimbalza in Italia dall’estero, dai paesi anglosassoni, dopo che milioni di piccoli lettori hanno divorato i libri di J. K. Bowling e hanno imparato dalle avventure del maghetto Harry Potter qualche frase nella lingua dei romani. “L’unica seria motivazione che giustifica l’urgenza del rilancio del latino – spiega al Giornale il professor Giovanni Maria Vian, del Pontificio comitato di scienze storiche – è l’innegabile importanza culturale delle lingue classiche”. Più volte anche Giovanni Paolo II si è rammaricato per la scomparsa dell’antica lingua: “Sempre più raramente purtroppo – aveva detto nel novembre 1997 ricevendo i membri della fondazione “Latinitas” – il Papa ha occasione di sentire parlare la ‘regale lingua’ attorno a sé”.




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