Mi sono permesso di incollare un gran, bell'articolo postato da Roderigo sul forum principale:


Il leviatano americano

di Barbara Spinelli

NON è cosa facile, per lo storico del presente, capire i motivi che spingono l’attuale amministrazione americana a spostare su territorio iracheno la guerra antiterrorista iniziata subito dopo l’11 settembre 2001. Per alcuni è l’attentato stesso contro le Due Torri, a spiegare l’accanimento degli Stati Uniti: profondamente turbata, la psiche nazionale non tollererebbe l’inedita vulnerabilità dell’America.

Per altri la molla è da ricercare nel petrolio, e la guerra contro l’Iraq non sarebbe che l’anello di una lunga collana di eventi, iniziati nel 1973 con l’aumento dei prezzi decretato dai paesi arabi del Golfo: è da allora, infatti, che il controllo politico di questa zona del mondo occupa le menti degli strateghi occidentali e provoca conflitti di vario genere, militari e non. Per altri ancora, infine, la guerra contro l’Iraq è parte di una più vasta offensiva americana, che non ha soltanto il petrolio al suo centro e che punta a rivoluzionare l’idea stessa su cui si è fondata la diplomazia occidentale nella seconda metà del Novecento.

L’obiettivo della potenza americana non sarebbe più la stabilità che caratterizzò gli anni della guerra fredda, ma la destabilizzazione creativa dei regimi come delle dittature. Non sarebbe lo status quo e la distensione, bensì il confronto bellico e il sovvertimento di quella che viene percepita come quiete, ed è invece sterile immobilità. Obiettivo finale sarebbe la democratizzazione degli Stati arabi, e dell’influenza che essi esercitano sull’Islam mondiale.

Altre guerre in un passato recente vennero condotte per proteggere popoli perseguitati e in fuga, per evitare occupazioni illegali di nazioni vicine, per disarmare campi di addestramento terrorista: tale fu il caso del Kosovo, dell’invasione irachena del Kuwait, dell’offensiva contro i talebani in Afghanistan. Questa, se si combatterà, sarà una guerra per creare qualcosa di assolutamente nuovo nella storia araba contemporanea: una democrazia.

E’ probabile che una parte di questo ragionamento sia sensata, ed è un peccato che le nazioni europee perdano tanto tempo a dividersi attorno ad antiamericanismo e filoamericanismo, invece di formulare proprie idee e suggerimenti sulle malattie che Washington pretende di curare. Il mondo arabo-musulmano ha in effetti proprio bisogno di questo, se vuole decollare economicamente e divenire responsabile del proprio destino.

Ha bisogno di una vera e propria sovversione dello status quo, intesa come sconvolgimento di abitudini, di inattività mentali, di false certezze storiche, di ingannevoli narrazioni mitologiche nazionali o pseudo-religiose. La stabilità delle monarchie arabe è un macroscopico inganno, che ha finito col produrre disuguaglianze, persecuzioni, infine terrorismo. Lo status quo non ha generato né pace né ricostruzioni ma sclerosi, regressioni, e quello che Bernard Lewis chiama il suicidio dell’Islam.

E’ quello che sostengono molti arabi illuminati, soprattutto dopo l’attentato dell’11 settembre, e in primo luogo gli intellettuali e studiosi che hanno redatto il rapporto dell’Onu sullo «Sviluppo umano degli arabi», il 2 luglio dell’anno scorso. Nel rapporto si dice a chiare lettere quello che molti paesi occidentali pensano, senza osare dirlo. La democrazia è quel che manca agli arabi, perché lo sviluppo economico e umano possa aver luogo.

Le libertà civili, i diritti politici, l’educazione e l’emancipazione della donna, la pluralità dei mezzi di informazione: sono queste le armi che restituiranno loro una autentica dignità, e non l’arma del petrolio brandita come offesa antioccidentale e espressione di risentimento. Perfino sulla questione mediorientale il rapporto redatto dagli arabi è severo, e coraggiosamente autocritico: l’illecita occupazione israeliana dei territori palestinesi e l’interminabile conflitto in Medio Oriente costituiscono impedimenti gravi, ma non possono continuare a essere «usati come scusa dalle classi dirigenti locali».

Non possono divenire pretesto per l’inerzia arabo-musulmana, è scritto nel testo dell’Onu. Sull’ultimo numero di Foreign Affairs, l’arabista Fouad Ajami si sofferma su questa inerzia, per ricordare come la sofferenza subita dalla Palestina sia stata adoperata per occultare altre sofferenze, inflitte dagli stessi Stati arabi che difendono la causa palestinese: la sofferenza degli sciiti nell’Iraq meridionale, quella dei cristiani nella guerra del Sudan, quella dei curdi infine, i cui villaggi sono stati gasati da Saddam alla fine degli Anni Ottanta (5000 morti nella sola città di Halabjia, in gran parte civili).

Ma la democrazia come vero obiettivo bellico ha i suoi costi, che la superpotenza americana non potrà a lungo ignorare. Una guerra condotta in nome del diritto di ingerenza non può fare a meno di un forte senso della legge, ed è precisamente questo senso che sembra oggi mancare ai governanti statunitensi. L’intera dottrina sulla guerra preventiva è fondata in realtà su un vuoto di leggi, di diritto: come nel Leviatano di Thomas Hobbes, non sono la verità o la giustizia a generare la legge ma l’autorità solitaria del sovrano.

Auctoritas, non veritas facit legem: messo alle strette, il sovrano si arroga diritti eccezionali per far fronte a circostanze eccezionali, e di conseguenza non riconosce autorità superiori alla propria, né di natura nazionale né multilaterale. In fondo non riconosce neppure l’autorità di principi autoimposti, e questo conflitto tra democrazia e politica estera costituisce, negli Stati Uniti, una novità oscura.

E’ questo che rende inquietante il fatto che l’amministrazione Bush si sottoponga con difficoltà al parere dell’Onu, e non nutra che disprezzo per le opinioni - giudicate troppo legaliste - di molti paesi europei: l’impressione è che l’America faccia resistenza non solo alle Nazioni Unite, ma ai principi fondanti della sua stessa storia. Il legalismo degli europei è trattato con disistima, con impazienza difficilmente condivisibili.

Le obiezioni della Germania democratica sono state addirittura messe sullo stesso piano delle obiezioni mosse da Libia e Cuba, nella testimonianza resa al Congresso dal segretario alla Di[/CL263]fesa Rumsfeld. Il Leviatano americano non ascolta ragioni, non si piega al diritto, non riconosce leggi superiori alla propria autorità. Nel momento in cui pretende di favorire la nascita di una democrazia si prende con la forza il diritto che ritiene necessario, e non si preoccupa neppure di fare le debite distinzioni tra paesi fidati e non, tra Stati di diritto e dittature.

Una guerra per la democrazia araba condotta in questa maniera può anche miracolosamente riuscire, ma grandissimo è il rischio che produca disastri ancora più pericolosi, antiamericanismi ancora più esasperati, antisemitismi ancor più diffusi. Può darsi che i curdi e gli sciiti iracheni recuperino col tempo la loro dignità, che in Iraq si insedi un regime più favorevole all’Occidente, che nel Golfo si spunti l’abitudine a considerare il petrolio come arma strategica, ma la democrazia riscoperta in terra araba sarà gravemente mutilata.

Le sue radici non saranno nell’accettazione della legge e del diritto internazionale, ma nella sovranità assoluta degli Stati più forti e nel loro rifiuto di assoggettarsi a superiori regole di condotta. E paradossalmente, l’esempio dello Stato senza-legge sarà dato dall’America stessa, che tanto sta adoperandosi per debellare la superbia degli Stati fuori-legge, detti anche canaglia. L’11 settembre non è stato solo un atto di guerra contro gli Stati Uniti. E’ stato anche la tappa di un’estesa guerra civile, che sta avvenendo dentro il mondo arabo-musulmano.

In questa guerra civile il governo americano ha deciso di intromettersi, non senza ragioni. Ma c’è il pericolo che perdano la vittoria che vogliono e che potrebbero ottenere. Anche Bin Laden scommette tutto sulla destabilizzazione delle monarchie del Golfo, a cominciare dall’Arabia Saudita. Anche Bin Laden vuole sovvertire lo status quo, le leggi dell’Onu, il concetto stesso di stabilità internazionale.

Quel che occorrerà evitare, è che le democrazie liberali somiglino al loro principale avversario, in questa lotta dentro l’Islam arabo e per l’anima dell’Islam arabo. Ci distingue da essi una cosa essenziale - la coscienza della legge, il senso del diritto, la limitazione regolata delle sovranità assolute - e solo salvaguardando questa preziosa differenza eviteremo la loro rovina e anche la nostra.

La Stampa 9 febbraio 2003