I Doppi Standard Della Guerra Al Terrore
di Robert Fisk
4 gennaio 2003
The Independent
(Traduzione di Ornella C. Grannis)
Penso di aver capito come stanno le cose: la Corea del Nord rompe tutti gli accordi nucleari con gli Stati Uniti, caccia via gli ispettori dell'ONU, si prepara a produrre una bomba l'anno e il presidente Bush la chiama una "questione diplomatica"; l'Irak consegna un resoconto di 12.000 pagine sulla sua produzione di armi (chimiche e biologiche), permette agli ispettori dell'ONU di girare per lungo e per largo all'interno dei suoi confini - e dopo 230 escursioni e la dichiarazione degli ispettori che di
sostanze chimiche in Irak non c'e' neanche la puzza - il presidente Bush annuncia che l'Irak è una minaccia per l'America e siccome non ha proceduto al disarmo corre il rischio di un'invasione. E questo è tutto.
Chi legge continua a chiedermi in lettere molto eloquenti, "Ma come fa a farla franca?". Me lo chiedo anch'io. Come fa Tony Blair a farla franca?
Non troppo tempo fa nella Camera dei Comuni, il nostro caro Primo Ministro annunciava con il suo tono usuale di direttore scolastico - quello che si usa in classe con i bambini particolarmente svogliati o ottusi - che le fabbriche di distruzione di massa di Saddam c'erano ed erano "bene (pausa) avviate e pienamente (pausa) funzionanti." Ma anche l'amico di Pyongyang ha
fabbriche che sono "bene (pausa) avviate e pienamente (pausa) funzionanti."
E Tony Blair non dice niente.
Perchè tolleriamo questa situazione? Perchè la tollerano gli Americani? Nei pochi giorni recentemente trascorsi, c'è stato appena il più piccolo degli indizi che i media americani - i sostenitori più grandi e più colpevoli della campagna di falsità della Casa Bianca - hanno fatto, seppur timidamente qualche domanda. Solo mesi dopo che L'Independent aveva attirato l'attenzione dei suoi lettori ricordando gli incontri amichevoli tra Donald Rumsfeld e Saddam, a Bagdad, nel 1983, quando l'Irak spargeva gas velenoso sull'Iran, il Washington Post ha deciso per raccontare ai suoi lettori qualche dettaglio dell'accaduto. Il giornalista che lo ha fatto, Michael Dobbs, ha aggiunto le solite clausole per togliersi ogni responsabilità (le opinioni variano tra gli esperti del Medio Oriente ... se avrebbe o non avrebbe potuto Washington fermare il flusso di tecnologia necessaria alla costruzione di armi di distruzione di massa a Bagdad ... ), comunque la spinta c'è stata: abbiamo generato il mostro e il Sig. Rumsfeld ha fatto la sua parte.
Ma nessun giornale americano - o britannico - ha osato investigare il rapporto, quasi ugualmente pericoloso, che l'attuale amministrazione degli Stati Uniti sta forgiando alle nostre spalle con il regime militare in Algeria. Da ormai 10 anni in questo paese si combatte una delle guerre più sporche del mondo, presumibilmente fra gli "Islamisti" e le "forze di sicurezza", nella quale hanno perso la vita circa 200,000 persone - quasi tutti civili. Dettagli raccolti negli ultimi cinque anni sembrano provare
che gli elementi di quelle stesse forze di sicurezza hanno partecipato ad alcuni dei massacri più sanguinosi, incluso lo sgozzamento di bambini.
L'Independent ha pubblicato i resoconti più dettagliati sulle torture della polizia algerina e sulle esecuzioni extra-giudiziali di uomini e donne.
Tuttavia gli Stati Uniti, malgrado la loro oscena "guerra al terrore", si sono accattivati il regime algerino partecipando al riarmo dell'esercito e promettendo ulteriore aiuti. William Burns, il sottosegretario degli Stati Uniti per il Medio Oriente, ha annunciato che Washington "ha molto da imparare dall'Algeria sul modo di combattere il terrorismo".
Certo, come no, le forze di sicurezza algerine possono insegnare agli Americani come si sfida un prigioniero, maschio o femmina che sia, a morire soffocato. Il metodo - il personale degli Stati Uniti può trovare gli esperti in questa particolare tecnica di tortura all'opera nello scantinato della stazione di polizia di Château Neuf, nell'Algeria centrale - è quello di coprire la bocca della vittima legata come un salame con un panno, inzuppare il panno con del detersivo liquido e il prigioniero soffoca
lentamente. Naturalmente ci sono anche i soliti strappi di unghie e i fili elettrici fissati ai peni e alle vagine. Non dimentichero' mai la descrizione di un testimone oculare della violenza fatta su una donna anziana in una stazione di polizia, dalla quale poi emerse coperta di sangue, invitando gli altri prigionieri alla resistenza.
Alcuni dei testimoni di questi abomini erano ufficiali di polizia algerini che hanno cercato rifugio a Londra. Ma state tranquilli, il sig. Burns ha ragione, l'America ha molto da imparare dagli algerini. Già, per esempio - e non chiedetemi perchè i giornali non ne hanno mai parlato - il capo di stato maggiore dell'esercito algerino è stato calorosamente accolto dalla sede centrale della NATO a Napoli.
E gli Americani stanno imparando. Un funzionario di sicurezza nazionale legato alla CIA il mese scorso ha divulgato che quando si tratta di prigionieri, "i nostri uomini potrebbero prenderli un pò a calci con l'adrenalina dell'immediato aftermath." Un altro funzionario della "sicurezza nazionale" degli Stati Uniti ha annunciato che "il controllo del dolore dei pazienti feriti è una cosa molto soggettiva". Ma bisogna essere giusti: gli americani potrebbero aver imparato questa cattiveria dagli algerini, ma avrebbero potuto pure averla imparata dai Talibani.
Nel frattempo, negli Stati Uniti continua la discriminazione contro i mussulmani. Il 17 novembre migliaia di iraniani, iracheni, siriani, libici, afgani, bahraini, eritrei, libanesi, marocchini, omaniti, qatari, somali, tunisini, yemeniti e sauditi sono arrivati negli uffici federali per rilasciare le impronte digitali. Il New York Times - il piu' timido dei quotidiani americani post 9/11 - ha rivelato (naturalmente soltanto nel quinto paragrafo dell'articolo): "... nel corso della scorsa settimana, i funzionari dell'agenzia ... hanno ammanettato e detenuto centinaia degli uomini chiamati a rilasciare le impronte. In alcuni casi i permessi di soggiorno erano scaduti, in altri casi gli uomini non sarebbero stati in grado di fornire una sufficiente documentazione sulla loro condizione di
immigrati."
La polizia di Los Angeles ha esaurito la scorta di manette di plastica durante l'ammassamento dei nuovi carcerati. Tanti dei mille uomini arrestati senza indizi e senza processo dopo l'11 settembre sono di nazionalita' americana.
Il nuovo decreto "US Patriot Act" - del quale la maggior parte degli Americani ignora il significato - non ha niente a che vedere con il patriotismo. Rappresenta infatti una sigla raggelante: "United and Strengthening America by Providing Appropriate Tools Required to Intercept and Obstruct Terrorism Act" [uniti a rafforzare l'America con le misure necessarie all'intercettazione e ostruzione degli atti di terrorismo].
Il "Programma di Sicurezza Totale" per il quale sono stati stanziati 200 milioni di dollari, consente al governo degli Stati Uniti di monitorare le attivita' degli americani controllando gli scambi di posta elettronica e gli spostamenti su Internet. E malgrado i giornali non ne parlino, l'amministrazione di Bush chiede con insistenza che i governi europei faccino altrettanto e consegnino agli Stati Uniti i datafiles dei cittadini europei. La richiesta più recente - e più ridicola - da parte degli Stati Uniti e' stata quella di poter accedere alle liste di prenotazione della linea aerea Air France, allo scopo di "controllare" i passeggeri. Un comporamento del genere Saddam e Kim Jong non proverebbero nemmeno a sognarselo.
Le nuove regole si sono infiltrate anche nel mondo accademico.
Prendiamo ad esempio l'amabile piccola università Purdue, in Indiana, nella quale ho fatto lezione qualche settimana fa. Ora sta mettendo su un "istituto per la sicurezza nazionale" con fondi federali. Fra i 18 "esperti" del dipartimento ci saranno funzionari di stato, membri del ministero della difesa e personale esecutivo della Boeing e della Hewlett-Packard i quali organizzeranno "programmi di ricerca" nelle "aree critiche". Mi chiedo quali mai saranno queste aree. Certamente non avranno niente a che vedere con le ingiustizie nel Medio Oriente, con il conflitto arabo-israeliano, o con la presenza di migliaia di truppe americane sul suolo arabo. Dopo tutto, come disse l'anno scorso Richard Perle, il più sinistro dei consiglieri pro-Israele di George Bush, "il terrorismo va decontestualizzato".
Nel frattempo - proprio in quel contesto - ci stiamo preparando alla guerra in Iraq, dove c'e' il petrolio, e stiamo cercando di evitare la guerra in Corea, dove il petrolio non c'e'. E i nostri leader la stanno facendo franca. Cosi' facendo minacciamo gli innocenti, torturiamo i nostri prigionieri e "impariamo" dagli uomini che dovrebbero essere sul banco degli imputati per crimini di guerra. E' questo, dunque, il nostro vero tributo agli uomini ed alle donne assassinati così crudelelmente nel crimine contro
l'umanità dell'11 settembre 2001.




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