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    Predefinito Iraq, la frontiera del Nuovo Ordine Mondiale

    di John Kleeves

    Voglio proprio sperare che Saddam stia scherzando con gli ispettori dell’ONU. Voglio proprio sperare che non sia vero che l’Iraq - come invece giura e stragiura Saddam - si è liberato di tutte le sue armi di distruzione di massa e che ora non possiede più neanche un piccolo proiettile da mortaio caricato con Yprite della Prima Guerra Mondiale. Che magari non ha più neanche una di quelle fiale puzzolenti che si usano per sabotare le assemblee di studenti contestatori.
    Avevo spiegato in un mio articolo precedente (“ Non abboccare Saddam “ dell’ottobre 2002) come stavano le cose. Nel 1991 gli USA avevano provato ad occupare l’Iraq ma avevano fallito: come al solito i bombardamenti dall’alto erano stati efficaci, sia nel danneggiare i civili (300mila morti ed enormi danni alle infrastrutture) che nel propagandare nel mondo l’utile equazione terroristica Americani = Distruttori, ma le forze di invasione terrestri erano state sconfitte, ed erano state sconfitte perché non solo gli Americani ma anche gli Iracheni avevano adoperato armi di distruzione di massa e negli scontri tra fanterie avevano prevalso (anche se forse sul momento non se ne accorsero, ingannati dagli atteggiamenti spavaldi dei politici e degli ufficiali americani, che come tutti gli Americani sono dei bluffatori eccezionali, dei simulatori nati).
    Era stata una sconfitta enorme e bruciante, come testimoniato dagli sforzi fatti dagli USA per celarla al pubblico internazionale : solo da poco si sa che nella Guerra del Golfo le casualties della coalizione USA, cioè i morti, i feriti e i variamente contaminati, sono state di 200.000 su un totale di 600.000 uomini, come dire vista la situazione che sono stati colpiti tutti. La lezione era la seguente: sinché aveva le armi di distruzione di massa l’Iraq non poteva essere invaso (è solo la propaganda americana che fa credere gli USA militarmente onnipotenti ; in realtà sono ben lungi dall’esserlo), ma solo eventualmente bombardato dall’alto, cosa che non fa cedere un Paese che non vuole cedere. Ma con l’autoattentato dell’11 settembre 2001 gli USA hanno iniziato un percorso di guerra che come tappa intermedia prevede per forza la cattura dell’Iraq.
    Come fare ? Ma è ovvio. Per catturarlo, l’Iraq deve essere privo di quelle armi di distruzione di massa: ha detto negli anni scorsi di averle distrutte ma è vero? Ecco, bisogna assicurarsi di questo, e se risulta che non lo ha fatto bisogna indurlo a farlo. Poi è nelle mani americane. Così è cominciata la sceneggiata: gli USA hanno improvvisamente sollevato il problema delle armi di distruzione di massa irachene, minacciando un attacco generale se le aveva, e hanno messo in mezzo l’ONU, il loro complice di malavita ( come è diventato al di là di ogni dubbio con Kofi Annan, uno che sotto la camicia porta ancora il collare di ferro degli schiavi ).
    E’ tutto un bluff, gli USA non attaccano di certo l’Iraq se anche solo sospettano che abbia quelle bombe, e sperano solo che Saddam si spaventi della messa in scena, che si spaventi del clangore degli scudi, creato dalle notizie quotidiane di esercitazioni americane, di invii di portaerei, di battaglioni di Marines in movimento, di richiami di riservisti, di dichiarazioni truci, insomma che prenda per vera la tigre di carta e che ci caschi, dimostrando che non ha più armi di distruzione di massa. Allora l’Iraq sarà nella mani americane: o si arrenderà senza combattere consegnando Saddam alle celle di Guantanamo o alle segrete dell’Aia, oppure subirà una invasione di terra - preceduta da mesi di bombardamenti aerei - cui non potrà opporsi. Come remota possibilità - ma remota - gli USA potrebbero anche accettare di lasciare Saddam al suo posto, se senza combattere accetta che l’Iraq diventi una colonia USA. Più probabile magari che possano accettare nello stile americano, quello delle promesse da non mantenere, quello dei Trattati.
    Questa dunque era secondo me la situazione, ma ecco che Saddam ha alla fine accettato gli ispettori dell’ONU perché, ha detto, l’Iraq non aveva più le armi di distruzione di massa, se ne era realmente disfatto anni fa. Proprio quello che non si sarebbe dovuto fare a nessun costo, mai e poi mai! Spero che non sia stato fatto e che appunto Saddam stia scherzando, che abbia aperto la porta di casa agli ispettori solo perché sicuro che non avrebbero scoperto i depositi degli ordigni di distruzione di massa, delle bombe chimiche, biologiche e chimico-biologiche legittimamente detenute dall’Iraq, Paese sovrano.
    Anche così, comunque, la mossa di Saddam rimane poco soddisfacente. E’ come minimo un’imprudenza. Bisogna sapere chi sono gli “ispettori dell’ONU“. Sono delle spie per gli Americani. Ricordate il passato team di ispettori dell’ONU in Iraq, quello guidato dal famigerato australiano Butler? Un elemento del team, un canadese, invece di fare i “controlli “ seppelliva nel deserto dei cartoni pieni di larve di cavallette. Fu espulso per quello, e fui io qua in Italia - nel silenzio generale dei media locali - a spiegare le motivazioni dei suoi gesti: cercava di innescare una invasione di cavallette, che come noto possono sterminare interi raccolti, e stava usando lo stesso sistema dei cartoni adoperato dagli Americani nel 1954 per spargere insetti portatori di peste nella Corea del Nord e in Cina (un atto per il quale le NU condannarono gli USA: ora, ironia della sorte, sono le NU a fare questi atti, per gli USA). Poi dopo un po’ anche Butler e tutto il team furono espulsi, a calci nel culo. Ora c’è il team di Blix, che non è meglio del precedente. Occorre sorvegliare le operazioni.
    Lo scopo primario affidato dagli USA al team è di accertare al di là di ogni dubbio che l’Iraq non abbia più le armi di distruzione di massa, così lo si può attaccare (facendo magari centomila, un milione, dieci milioni di morti, che gli frega a quelli del team), ma poi ci possono essere tanti scopi collaterali. Ad esempio il team:
    a) può mappificare i siti militari e civili di interesse, in modo che in un eventuale attacco aereo americano siano colpiti. La recente richiesta di Blix di poter compiere prospezioni aeree sembra fatta apposta per queste cose;
    b) con la scusa di andare a rovistare nei bunker sotterranei, può individuare in particolare i rifugi antiaerei per i civili;
    c) può piazzare sugli obiettivi di bombardamento da colpire con precisione i “richiami“, cioè quei piccoli apparecchi elettronici che emettono segnali che attirano i missili e le bombe predisposte : l’” intelligenza“ delle bombe e dei missili aria-terra è tutta qui, anche se fanno credere a sistemi fantascientifici guidati da telecamere (le quali servono solo a fare riprese ad effetto per il pubblico). Il missile da crociera che nel 1991, dopo aver zigzagato nei corridoi di ingresso, entrò in un rifugio sotterraneo di Bagdad incendiando 500 civili, era appunto stato guidato da un recettore piazzato in precedenza da una spia per gli Americani;
    d) può compilare una lista degli scienziati iracheni impegnati in ricerche militari o comunque di interesse, con nomi cognomi e foto tessera, per intimidirli, minacciandoli di ritorsioni in un eventuale dopo Saddam (come minimo, gli si farà capire, non troveranno più lavoro in tutto il mondo “libero”) ;
    e) idem con una lista dei responsabili locali militari, ventilando loro la possibilità di fare la fine dei talebani di Guantanamo ;
    f) idem con una lista dei politici e altri amministratori, agitando lo spauracchio di fare la fine di Milosevic e della Plavsic all’Aia.
    No, gli ispettori dell’ONU erano da tenere fuori dalla porta. Io ho il sospetto che l’Iraq non si renda conto appieno di cosa significa possedere un arsenale di distruzione di massa. Che siano bombe chimiche, biologiche, chimico-biologiche o batteriologiche non importa: sono sempre ciò che significativamente viene chiamato le “atomiche dei poveri”, armi cioè capaci di provocare danni paragonabili a quelli che solo le grandi potenze nucleari possono infliggere. Danni che fanno paura a chiunque e queste armi sono allora una garanzia di indipendenza. Qualcuno dirà che perché queste atomiche dei poveri adempiano realmente a una funzione di deterrenza nei confronti di qualcuno occorre anche la capacità di farle pervenire sul suo territorio, cosa che nei confronti degli USA è difficile per la loro lontananza e per le loro capacità di intercettazione aerea e navale, e anche doganale. Vero, ma gli USA hanno sempre degli alleati a tiro: è da lì anzi che fanno partire i loro attacchi.
    Se io fossi uno di questi alleati, e avessi la prospettiva di fare una brutta fine nel caso che gli Americani che ospito compiano una cattiva azione nei riguardi di un vicino, forse ci penserei due volte prima di dare loro tanta libertà di manovra. E come fare, nel caso tutto partisse ugualmente, con la prevedibile reazione americana, certamente sul piano nucleare? Prima di tutto si fanno i rifugi antiatomici per la popolazione delle grandi città, che possono parare molti colpi, e poi, rimanendo certamente inquinata e per secoli grande parte del proprio territorio, si trasloca dai vicini, e se non basta dai vicini dei vicini. L’importante è mantenere le proprie capacità di lancio, che sin dall’inizio saranno certamente state mobili. Il concetto chiave delle guerre nucleari è: trasferimento di popolazioni. Pianificati i trasferimenti poi il confronto è contemplabile.
    Non vedo come si possa obiettare a queste prospettive. Ognuno ha il diritto di difendersi. L’Iraq da anni sta rinunciando a questo diritto. Ha subito e subisce atti di guerra quotidiani: gli Angloamericani hanno decretato un embargo nei suoi confronti, un puro atto di guerra, che ha provocato infatti dal 1991 a oggi la morte di forse più di un milione di bambini; hanno arbitrariamente stabilito delle “zone di non volo“ nel suo territorio, che coprono addirittura i due terzi del medesimo; quasi ogni giorno effettuano bombardamenti con aerei e missili, in più colpendo in genere installazioni civili e uccidendo civili. Non solo, ma il tutto avviene con la beffarda connivenza di quell’insulto all’umanità che è diventato l’ONU, che non vede affatto gli orrendi crimini che gli Americani compiono in tutto il mondo (al momento oltre all’Iraq c’è Afganistan, Palestina, Kosovo, Macedonia, Cecenia, Colombia, Venezuela, Kashmir, Xinchiang, Sudan, Angola, Mozambico, Costa d’Avorio, Sahara, Filippine, vari altri sconosciuti al pubblico italiano perché i suoi media di regime non ne parlano) ma si inalbera - si scandalizza! - per il sospetto che l’Iraq possa avere armi strategiche, cioè per il sospetto che possa difendersi.
    Tutto ciò già sarebbe stato sin dal primo momento un motivo legale per l’Iraq per dichiarare lo stato di guerra e chiedere ragione agli alleati degli USA nella regione. Così non è stato e non so se sia stato un bene. Con gli USA rinunciare a una puntigliosa difesa dei propri diritti non paga, perché loro sono un tipo di animale che capisce solo la forza, le bastonate. Siano bastonate agli USA allora, o catene all’Iraq. Che se le sarà meritate se alla fine risulterà che davvero si è privato delle sue armi di distruzione di massa. Nel mondo arabo-islamico, la gente si è abituata a spiegarsi il favoritismo americano per Israele con ragioni politiche e strategiche, come l’influenza della finanza ebraica nelle campagne elettorali, i media ebraici che si burlano dell’opinione pubblica americana, il voto ebraico unitario in occasione delle elezioni; poi, con la posizione di Israele, avamposto nella regione araba d’importanza strategica per gli Stati Uniti.
    Tuttavia, tutte queste interpretazioni, se ci riflettiamo, appaiono superficiali ed imprecise, oppure, nella migliore delle ipotesi, non sono altro che fenomeni espressione di altri, più profondi e stabili.
    · Il ruolo della finanza ebraica nelle elezioni non spiega il consenso politico di cui gode l’appoggio ad Israele nei circoli politici americani, malgrado se ne contendano i favori tutti gli schieramenti di ogni colore. Per di più in America vi sono persone ricche non ebree in numero sufficiente e più ricche della media degli ebrei.
    · La finanza ebraica non basta a spiegare un’adesione popolare totale che raggiunge il livello della fede, una fede religiosa profonda - come vedremo in seguito - in un paese in cui esiste pluralismo nell’informazione e libertà di parola quanto basta a cristallizzare un’opinione opposta, se questa avesse dei sostenitori.
    · La posizione di Israele nella regione araba non è sufficiente a fornire una spiegazione del favoritismo americano. Israele è sempre stato una fonte d’imbarazzo per l’influenza americana nella regione araba più di quanto non sia stato un sostegno; per di più, alcuni governanti degli Stati arabi hanno permesso all’America di fare a meno di Israele in quest’area.
    · Quanto al voto degli ebrei, esso non è unitario come immaginano alcuni, ma è variegato e presenta contrasti e differenze. Così come la partigianeria per Israele è più profonda e salda in alcuni Stati americani nei quali quasi non c’è una comunità ebraica.
    Il giornale israeliano Jerusalem Post si è vantato recentemente (27/10/2002) del fatto che lo Stato del Minnesota, dal 1978, viene rappresentato al Senato da un ebreo, malgrado la percentuale degli ebrei che vi risiedono non superi l’1%. I candidati per questa carica erano però entrambi ebrei: Norman Coleman e Paul Wellstone, morto in un incidente aereo durante la campagna elettorale. Inoltre, basti sapere che la percentuale degli ebrei in America è inferiore al 3% e che quella al Senato è del 10% per rendersi conto che il voto ebraico non è qui il fattore più importante.
    Di sicuro, l’approfondimento della Storia e dei retroscena religiosi che fanno da cornice ai rapporti tra l’America e Israele è quel che può offrirci una spiegazione convincente di tali rapporti. E tra i libri che presentano una visione storica documentata dei rapporti israelo-americani c’è Al-Masih al-Yahudi wa nihayatu ‘l-’Alam [Il Messia ebraico e la fine del mondo], dello scrittore egiziano Rida Hilal, e Forcing God’s Hand, della scrittrice americana Grace Halsell. Perciò, per i dati contenuti nella presente analisi, faremo ricorso a questi due libri.

    ‘dissacrazione’
    E ‘glorificazione’
    Gli ebrei, nell’opinione del mondo cristiano, per un periodo di 1500 anni sono rimasti un “popolo maledetto”, poiché nelle credenze dei cristiani essi sono gli assassini del Signore. Gli ebrei hanno perciò sofferto di vari tipi di persecuzione e di disprezzo in base a questa concezione, consolidatasi nelle menti dei cristiani. E sebbene questa concezione dal punto di vista islamico sia da considerare oppressiva avendo prodotto politiche oppressive, essa ha resistito nel corso dei secoli, sostenuta da numerosi testi del Vangelo e da particolari condizioni sociali e politiche.
    Tuttavia, il XV° secolo mostrò profonde trasformazioni nell’anima cristiana - almeno in quella occidentale -, con il sorgere di ciò che è conosciuto come movimento di Riforma e dello scisma politico-religioso che gli fece seguito, nella religione cristiana in generale e nel cattolicesimo occidentale in particolare.
    Tra i risultati di queste trasformazioni accadde che il Neocristianesimo - conosciuto come “Protestantesimo” - divenne alleato dell’ebraismo: così, nell’ottica dei protestanti, la Torà, o Vecchio Testamento, divenne più importante del Vangelo, o Nuovo Testamento, e l’immagine della comunità ebraica cominciò a cambiare nelle menti dei neocristiani.
    Malgrado l’impronta ideologica di cui si era ammantato, lo scisma all’interno della Chiesa non era alieno dalle lotte per il potere tra le nazioni europee, specialmente tra Francia, Inghilterra e Germania. La Chiesa cattolica stette a fianco della Francia, il che fece propendere i popoli tedesco ed inglese per il Protestantesimo, il quale invita a liberarsi dal potere della Chiesa.
    Questa trasformazione nella considerazione del cristianesimo verso gli ebrei comparve negli scritti del precursore della Riforma protestante, il prete filosofo Martin Lutero. Nel 1523 egli scrisse un libro intitolato Cristo è nato ebreo, nel quale presentò una visione delle origini dei rapporti ebraico-cristiani da un punto di vista completamente diverso rispetto a quanto erano precedentemente abituati i cristiani; egli affermò nel suo libro: “Lo Spirito Santo ha voluto che tutti i libri della Bibbia fossero rivelati per il tramite degli ebrei, essi soli. Invero gli ebrei sono i figli del Signore, e noi gli ospiti stranieri, perciò dobbiamo accontentarci di essere come i cani, che mangiano le briciole dalla mensa dei loro padroni” (R. Hilal, p. 63).
    Con tutto ciò, Martin Lutero non era deciso nell’atteggiamento da tenere verso gli ebrei; piuttosto era fortemente incerto sull’eredità del lontano passato, perciò tornò sui suoi passi e scrisse un altro libro, di critiche agli ebrei, che intitolò Sugli ebrei e le loro menzogne [del 1543, NdT], dopo che ebbe disperato di spingere gli ebrei a convertirsi al Cristianesimo. Tuttavia Lutero aprì una falla nella storia cristiana a favore degli ebrei, una falla che ancora oggi si allarga; nel corso dei quattro secoli successivi alla scrittura di questi due libri, la coscienza occidentale ha continuato ad oscillare tra le due ‘scuole’ [simboleggiate, per così dire, da quei due libri], finché la querelle è stata composta in favore della prima.
    E’ da notare che tale percorso storico non ha conosciuto una via di mezzo: gli ebrei sono passati da “popolo maledetto” a “figli del Signore”, dal ghetto al vertice della società, da comunità vituperata, oppressa dai cristiani, a comunità glorificata, attraverso cui i cristiani opprimono altri popoli che non hanno alcun nesso con questa storia di dissacrazione/glorificazione. Va inoltre sottolineato che le varie branche del Cristianesimo si sono differenziate molto l’una dall’altra nell’assimilazione di tale trasformazione; i protestanti (americani e britannici) l’hanno interpretata nella maniera più profonda, al punto che gli ebrei sono diventati parte della loro carne e del loro sangue, mentre i cattolici (Francia, Italia e Spagna) sono rimasti - entro certi limiti - più conservatori, con il Vaticano che fino al 1966 non ha discolpato gli ebrei dall’aver versato il sangue del Cristo. Invece gli ortodossi (gli europei dell’Est) sono ancora diffidenti verso gli ebrei e l’ebraismo. Ciò è quel che spiega i differenti atteggiamenti politici: l’appoggio ad Israele in America e in Gran Bretagna (e ultimamente nella Germania protestante), le cautele nell’Europa meridionale nei confronti delle politiche israeliane (particolarmente in Francia, il più grande Paese cattolico occidentale), le diffidenze nell’Europa orientale (specialmente in Russia). Come che sia, quel che a noi qui interessa capire è la predilezione americana per lo Stato ebraico.
    Tra gli indizi del fondamentalismo di Bush c’è che è il primo Presidente americano a finanziare l’insegnamento religioso con i fondi del Bilancio dello Stato americano, del quale è stabilita la laicità, con un atteggiamento neutrale di fronte alla religione.
    Quando il noto giornalista Jim Lehrer durante un confronto televisivo con Al Gore ha chiesto a Bush della sua giornata-tipo, egli ha risposto che inizia con la lettura della Bibbia, poi dà da mangiare al suo cane e prepara il caffè a sua moglie. Inoltre ha dichiarato più volte che il Cristo è il suo modello politico.
    Si tratta di un fenomeno nuovo nella politica interna americana, come ha osservato il Professor John L. Esposito - Direttore del Center for Muslim-Christian Understanding presso la Georgetown University - nel suo libro Unholy War [Terror in the Name of Islam, recita il sottotitolo, Ndt].
    Per di più, io stesso ho visto il Presidente Bush dichiarare l’anno scorso che “gli ebrei sono l’unico popolo eletto da Dio sulla faccia della Terra”.
    Malgrado la presenza di ebrei nel Partito democratico (in base alla divisione degli ebrei in liberali e religiosi, e talvolta anche per tenere i piedi in tutte le staffe), negli ultimi anni le comunità ebraiche hanno cominciato a propendere per il Partito repubblicano, poiché la sua fedeltà alla “questione ebraica” nasce da una salda convinzione religiosa, a differenza del Partito democratico, che è incline verso il liberalismo e tratta con Israele considerandolo, entro certi limiti, uno “Stato profano”.

    Il nuovo volto
    del Cristianesimo
    americano

    Nel 1983, assieme a centinaia di cristiani americani in gita nella Terra Santa a spese del pastore Jerry Falwell, giunse a Gerusalemme la scrittrice americana Grace Halsell, la quale osservò che Falwell, nelle pubblicazioni che distribuiva a volontà tra i viaggiatori, non indicava che “quei pellegrini erano venuti nella terra in cui nacque il Cristo e vi diffuse il suo messaggio... ma si concentrava piuttosto su Israele”.
    Così come notò che “i cristiani palestinesi erano attorno a noi, in ogni dove, ma Falwell non organizzò per noi alcun incontro con quei cristiani” (G. Halsell, p. 59).
    Se la Halsell avesse assistito all’assedio dei soldati israeliani alla Basilica della Natività, avvenuto davanti agli occhi del mondo cristiano, si sarebbe resa conto che il Neocristianesimo non ha alcun legame con il Cristianesimo nel quale credeva.
    La Halsell si meravigliò di come gli ebrei, nel giudizio di numerosi cristiani americani, fossero diventati più vicini e più importanti degli altri cristiani, tra cui i cristiani palestinesi, e del pari si meravigliò di come alcuni cristiani americani fossero disposti a superare ogni limite per servire gli scopi dell’ebraismo, più degli stessi ebrei, come indicò l’arresto da parte della polizia israeliana di un gruppo di americani che pianificavano, nel 1999, di demolire la moschea al-Aqsà (G. Halsell, p. 89).
    A questo possiamo aggiungere che i fondamentalisti cristiani, rispetto ai loro alleati ebrei, sono più spinti nel diffamare l’Islam e nell’offendere i sentimenti dei musulmani, come provano le dichiarazioni di Frank Graham, Pat Robertson e Jerry Falwell sull’Islam nel corso dell’anno passato.
    La scrittrice americana osservò che i fondamentalisti cristiani d’America “sono disposti ad accettare critiche alla Francia, all’Inghilterra, alla Germania, all’Italia, agli Stati Uniti e a qualsiasi altro Paese del mondo, trattandosi di faccende politiche; mentre una critica ad Israele equivale per loro ad una critica al Signore in persona” (G. Halsell, p. 80).
    Comprendere il cammino storico che ha condotto all’ebraizzazione del Protestantesimo a mio parere è la via giusta per capire la politica americana in Palestina e nel mondo musulmano in generale, mentre fermarsi alle manifestazioni di carattere politico ed elettorale di tale politica oggi non serve; spiegarla con l’astuzia della minoranza ebraica in America è davvero superficiale al fine di capire un fenomeno profondo, “radicato nella psiche, nell’etica, nella religione e nelle credenze del popolo americano”, secondo quanto affermato dal Presidente Carter.
    E’ dunque venuto il tempo di comprendere l’amara verità: Israele, che consideriamo l’ultima sacca di colonialismo e di razzismo, nelle menti della maggioranza degli americani è un progetto divino che non accetta né biasimo né critica (per non parlare di resistenze o contestazioni), quindi, ci vogliamo rendere conto del senso di tutto ciò mentre si consolida di giorno in giorno l’influenza della religione sulla politica americana? Il Sionismo cristiano
    ha preceduto
    l’ebraismo

    Coloro che leggono il favore americano per Israele con gli occhi della politica e della strategia, ignorano una verità storica molto importante, e cioè che il Sionismo cristiano ha preceduto nel tempo lo stesso ebraismo.
    · Nel 1844 arrivò a Gerusalemme il primo Console americano, Warder Creestone, e tra gli scopi che egli si prefisse vi era quello di “lavorare per il Signore, dando il suo contributo alla fondazione di una patria nazionale per gli ebrei nella Terra promessa” (R. Hilal, p. 95).
    Creestone profuse un impegno indefesso nel contattare i leader americani, sollecitandoli al lavoro per fare della Palestina una patria nazionale per gli ebrei, nella quale potesse radunarsi l’intera nazione ebraica, praticarvi i riti religiosi e prosperarvi (R. Hilal, p. 95). Inoltre, Creestone insistette con i capi ottomani affinché collaborassero su questa strada, ma senza risultato.
    · Sulle orme di Creestone, giunse poi il viaggiatore evangelico americano William E. Blackstone, che 1878 pubblicò il libro dal titolo Jesus is coming, del quale furono vendute milioni di copie e che influenzò profondamente il Protestantesimo americano. L’idea principale del libro è che “il ritorno del Cristo” - che i cristiani hanno atteso per secoli - non si compierà se non con il ritorno degli ebrei nella “Terra promessa”. Nel 1891 Blackstone presentò al Presidente americano Benjamin Harrison una petizione in cui chiedeva che l’America intervenisse per far tornare gli ebrei in Palestina. Nella petizione egli raccolse le firme 413 eminenti personaggi del cristianesimo americano, di magistrati della Corte Suprema, del Presidente della Camera dei rappresentanti, di numerosi membri del Senato e dei direttori dei grandi giornali (R. Hilal, p. 97). [per ulteriori informazioni sull’attività pro-sionista di William E. Blackstone cfr. God’s Little Errand Boy: http://www.amfi.org/errandboy.htm, NdT]
    All’idea della creazione di una “Patria nazionale per gli ebrei in Palestina” credettero dunque i protestanti prima degli ebrei, e si adoperarono per metterla in pratica addirittura prima che questi ultimi la ritenessero realizzabile. Si può perciò concludere dicendo che se non vi fosse stato il sostegno ideale a quest’idea da parte dei protestanti americani e britannici, certo non vi sarebbe stato un interesse pratico da parte degli ebrei.
    Quando il fondatore del movimento sionista Theodor Herzl lanciò l’idea dello “Stato ebraico”, la molla che lo spinse non era, al fondo, religiosa, poiché egli era nell’intimo un nazionalista laico. Per questo era disposto ad accettare l’insediamento degli ebrei in Uganda, in Iraq, in Canada, oppure in Argentina. Invece, i sionisti cristiani in America e altrove confidarono fin dal primo giorno nella Palestina come patria per gli ebrei, ritenendo ciò una condizione per il “ritorno del Messia”, quindi spostarono la “questione ebraica” dall’ambito politico a quello delle convinzioni religiose. Per questo criticarono l’atteggiamento accondiscendente di Herzl e del primo Congresso Sionista di Basilea del 1897, al punto che Blackstone inviò ad Herzl una copia del Vecchio Testamento nel quale egli aveva contrassegnato le pagine con i passaggi in cui i profeti avevano fissato nella Palestina la “patria eletta per il popolo eletto” (R. Hilal, p. 99).
    Quando l’idea della patria per gli ebrei cominciò a prendere forma dal punto di vista politico con la pubblicazione della Dichiarazione Balfour, i politici americani si impossessarono dell’idea, trattandola secondo una logica religiosa. Tra gli esempi che si possono fare vi è il discorso del Presidente della Commissione Esteri della Camera dei rappresentanti statunitense, Henry Cabot-Lodge, tenuto a Boston nel 1922, nel quale ebbe a dire: “Io non ho mai sopportato l’idea che Gerusalemme e la Palestina si trovassero sotto il dominio dei maomettani... La permanenza di Gerusalemme e della Palestina (che per gli ebrei sono sante, così come rappresentano la Terra Santa per le grandi comunità cristiane d’Occidente) nelle mani dei turchi, per lunghi anni mi è parsa un’onta per la civiltà che era doveroso eliminare” (R. Hilal, p. 102).

    Il risveglio
    cristiano
    nell’ultimo
    quarto di secolo

    Le profonde trasformazioni nella cultura religiosa americana dagli anni Settanta ad oggi hanno aumentato l’ebraizzazione del Cristianesimo americano. Le Chiese sono venute fuori dai margini della società per porsi all’avanguardia dell’innovazione politica e sociale, e grazie alla rivoluzione dei media e delle comunicazioni, specialmente le cosiddette “Chiese televisive”, le sette fondamentaliste dei Battisti, dei Metodisti ed altre ancora, si sono espanse ai danni del Cristianesimo tradizionale. La corrente dei “Born Again Christians” si è così espansa incessantemente, ed essa è una di quelle che più stanno dalla parte degli ebrei e, di conseguenza, a difesa dello Stato ebraico e della sua sacralità.
    Per la prima volta nella storia degli Stati Uniti, nel 1974 giunse alla Casa Bianca un presidente orgoglioso della sua adesione a tale corrente. Era il Presidente Jimmy Carter, il quale espresse la realtà del legame ideologico tra gli ebrei e il Cristianesimo americano in un discorso tenuto alla Knesset nel 1979, nel quale affermò: “Il rapporto dell’America con Israele è più di un semplice rapporto particolare... è sempre stato un rapporto unico, indistruttibile, poiché è radicato nella psiche, nell’etica, nella religione e nelle credenze del popolo americano” (R. Hilal, pp. 166-167). Dopo Carter, la forza di questa corrente si è accresciuta con la presidenza di Bush I, poi di Bush II. Recentemente, un ricercatore americano - dopo uno studio di tutti i discorsi dell’attuale Presidente Bush - è pervenuto alla conclusione secondo cui “Bush è un fondamentalista cristiano che crede che la Cisgiordania e la Striscia di Gaza siano un dono divino per gli ebrei, un dono a cui non è permesso rinunciare”. Si tratta della stessa credenza espressa ultimamente dall’”Alleanza Cristiana” [“Christian Coalition”, Ndt], guidata da Pat Robertson, durante un corteo nella capitale Washington in cui egli ha chiesto ai leader israeliani di non rinunciare alla Cisgiordania e alla Striscia di Gaza poiché ciò andrebbe in “contraddizione con la volontà del Signore”.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Predefinito lasciamo da parte la politica

    Originally posted by Der Wehrwolf
    di John Kleeves

    Voglio proprio sperare che Saddam stia scherzando con gli ispettori dell’ONU. Voglio proprio sperare che non sia vero che l’Iraq - come invece giura e stragiura Saddam - si è liberato di tutte le sue armi di distruzione di massa e che ora non possiede più neanche un piccolo proiettile da mortaio caricato con Yprite della Prima Guerra Mondiale. Che magari non ha più neanche una di quelle fiale puzzolenti che si usano per sabotare le assemblee di studenti contestatori.
    Avevo spiegato in un mio articolo precedente (“ Non abboccare Saddam “ dell’ottobre 2002) come stavano le cose. Nel 1991 gli USA avevano provato ad occupare l’Iraq ma avevano fallito: come al solito i bombardamenti dall’alto erano stati efficaci, sia nel danneggiare i civili (300mila morti ed enormi danni alle infrastrutture) che nel propagandare nel mondo l’utile equazione terroristica Americani = Distruttori, ma le forze di invasione terrestri erano state sconfitte, ed erano state sconfitte perché non solo gli Americani ma anche gli Iracheni avevano adoperato armi di distruzione di massa e negli scontri tra fanterie avevano prevalso (anche se forse sul momento non se ne accorsero, ingannati dagli atteggiamenti spavaldi dei politici e degli ufficiali americani, che come tutti gli Americani sono dei bluffatori eccezionali, dei simulatori nati).
    Era stata una sconfitta enorme e bruciante, come testimoniato dagli sforzi fatti dagli USA per celarla al pubblico internazionale : solo da poco si sa che nella Guerra del Golfo le casualties della coalizione USA, cioè i morti, i feriti e i variamente contaminati, sono state di 200.000 su un totale di 600.000 uomini, come dire vista la situazione che sono stati colpiti tutti. La lezione era la seguente: sinché aveva le armi di distruzione di massa l’Iraq non poteva essere invaso (è solo la propaganda americana che fa credere gli USA militarmente onnipotenti ; in realtà sono ben lungi dall’esserlo), ma solo eventualmente bombardato dall’alto, cosa che non fa cedere un Paese che non vuole cedere. Ma con l’autoattentato dell’11 settembre 2001 gli USA hanno iniziato un percorso di guerra che come tappa intermedia prevede per forza la cattura dell’Iraq.
    Come fare ? Ma è ovvio. Per catturarlo, l’Iraq deve essere privo di quelle armi di distruzione di massa: ha detto negli anni scorsi di averle distrutte ma è vero? Ecco, bisogna assicurarsi di questo, e se risulta che non lo ha fatto bisogna indurlo a farlo. Poi è nelle mani americane. Così è cominciata la sceneggiata: gli USA hanno improvvisamente sollevato il problema delle armi di distruzione di massa irachene, minacciando un attacco generale se le aveva, e hanno messo in mezzo l’ONU, il loro complice di malavita ( come è diventato al di là di ogni dubbio con Kofi Annan, uno che sotto la camicia porta ancora il collare di ferro degli schiavi ).
    E’ tutto un bluff, gli USA non attaccano di certo l’Iraq se anche solo sospettano che abbia quelle bombe, e sperano solo che Saddam si spaventi della messa in scena, che si spaventi del clangore degli scudi, creato dalle notizie quotidiane di esercitazioni americane, di invii di portaerei, di battaglioni di Marines in movimento, di richiami di riservisti, di dichiarazioni truci, insomma che prenda per vera la tigre di carta e che ci caschi, dimostrando che non ha più armi di distruzione di massa. Allora l’Iraq sarà nella mani americane: o si arrenderà senza combattere consegnando Saddam alle celle di Guantanamo o alle segrete dell’Aia, oppure subirà una invasione di terra - preceduta da mesi di bombardamenti aerei - cui non potrà opporsi. Come remota possibilità - ma remota - gli USA potrebbero anche accettare di lasciare Saddam al suo posto, se senza combattere accetta che l’Iraq diventi una colonia USA. Più probabile magari che possano accettare nello stile americano, quello delle promesse da non mantenere, quello dei Trattati.
    Questa dunque era secondo me la situazione, ma ecco che Saddam ha alla fine accettato gli ispettori dell’ONU perché, ha detto, l’Iraq non aveva più le armi di distruzione di massa, se ne era realmente disfatto anni fa. Proprio quello che non si sarebbe dovuto fare a nessun costo, mai e poi mai! Spero che non sia stato fatto e che appunto Saddam stia scherzando, che abbia aperto la porta di casa agli ispettori solo perché sicuro che non avrebbero scoperto i depositi degli ordigni di distruzione di massa, delle bombe chimiche, biologiche e chimico-biologiche legittimamente detenute dall’Iraq, Paese sovrano.
    Anche così, comunque, la mossa di Saddam rimane poco soddisfacente. E’ come minimo un’imprudenza. Bisogna sapere chi sono gli “ispettori dell’ONU“. Sono delle spie per gli Americani. Ricordate il passato team di ispettori dell’ONU in Iraq, quello guidato dal famigerato australiano Butler? Un elemento del team, un canadese, invece di fare i “controlli “ seppelliva nel deserto dei cartoni pieni di larve di cavallette. Fu espulso per quello, e fui io qua in Italia - nel silenzio generale dei media locali - a spiegare le motivazioni dei suoi gesti: cercava di innescare una invasione di cavallette, che come noto possono sterminare interi raccolti, e stava usando lo stesso sistema dei cartoni adoperato dagli Americani nel 1954 per spargere insetti portatori di peste nella Corea del Nord e in Cina (un atto per il quale le NU condannarono gli USA: ora, ironia della sorte, sono le NU a fare questi atti, per gli USA). Poi dopo un po’ anche Butler e tutto il team furono espulsi, a calci nel culo. Ora c’è il team di Blix, che non è meglio del precedente. Occorre sorvegliare le operazioni.
    Lo scopo primario affidato dagli USA al team è di accertare al di là di ogni dubbio che l’Iraq non abbia più le armi di distruzione di massa, così lo si può attaccare (facendo magari centomila, un milione, dieci milioni di morti, che gli frega a quelli del team), ma poi ci possono essere tanti scopi collaterali. Ad esempio il team:
    a) può mappificare i siti militari e civili di interesse, in modo che in un eventuale attacco aereo americano siano colpiti. La recente richiesta di Blix di poter compiere prospezioni aeree sembra fatta apposta per queste cose;
    b) con la scusa di andare a rovistare nei bunker sotterranei, può individuare in particolare i rifugi antiaerei per i civili;
    c) può piazzare sugli obiettivi di bombardamento da colpire con precisione i “richiami“, cioè quei piccoli apparecchi elettronici che emettono segnali che attirano i missili e le bombe predisposte : l’” intelligenza“ delle bombe e dei missili aria-terra è tutta qui, anche se fanno credere a sistemi fantascientifici guidati da telecamere (le quali servono solo a fare riprese ad effetto per il pubblico). Il missile da crociera che nel 1991, dopo aver zigzagato nei corridoi di ingresso, entrò in un rifugio sotterraneo di Bagdad incendiando 500 civili, era appunto stato guidato da un recettore piazzato in precedenza da una spia per gli Americani;
    d) può compilare una lista degli scienziati iracheni impegnati in ricerche militari o comunque di interesse, con nomi cognomi e foto tessera, per intimidirli, minacciandoli di ritorsioni in un eventuale dopo Saddam (come minimo, gli si farà capire, non troveranno più lavoro in tutto il mondo “libero”) ;
    e) idem con una lista dei responsabili locali militari, ventilando loro la possibilità di fare la fine dei talebani di Guantanamo ;
    f) idem con una lista dei politici e altri amministratori, agitando lo spauracchio di fare la fine di Milosevic e della Plavsic all’Aia.
    No, gli ispettori dell’ONU erano da tenere fuori dalla porta. Io ho il sospetto che l’Iraq non si renda conto appieno di cosa significa possedere un arsenale di distruzione di massa. Che siano bombe chimiche, biologiche, chimico-biologiche o batteriologiche non importa: sono sempre ciò che significativamente viene chiamato le “atomiche dei poveri”, armi cioè capaci di provocare danni paragonabili a quelli che solo le grandi potenze nucleari possono infliggere. Danni che fanno paura a chiunque e queste armi sono allora una garanzia di indipendenza. Qualcuno dirà che perché queste atomiche dei poveri adempiano realmente a una funzione di deterrenza nei confronti di qualcuno occorre anche la capacità di farle pervenire sul suo territorio, cosa che nei confronti degli USA è difficile per la loro lontananza e per le loro capacità di intercettazione aerea e navale, e anche doganale. Vero, ma gli USA hanno sempre degli alleati a tiro: è da lì anzi che fanno partire i loro attacchi.
    Se io fossi uno di questi alleati, e avessi la prospettiva di fare una brutta fine nel caso che gli Americani che ospito compiano una cattiva azione nei riguardi di un vicino, forse ci penserei due volte prima di dare loro tanta libertà di manovra. E come fare, nel caso tutto partisse ugualmente, con la prevedibile reazione americana, certamente sul piano nucleare? Prima di tutto si fanno i rifugi antiatomici per la popolazione delle grandi città, che possono parare molti colpi, e poi, rimanendo certamente inquinata e per secoli grande parte del proprio territorio, si trasloca dai vicini, e se non basta dai vicini dei vicini. L’importante è mantenere le proprie capacità di lancio, che sin dall’inizio saranno certamente state mobili. Il concetto chiave delle guerre nucleari è: trasferimento di popolazioni. Pianificati i trasferimenti poi il confronto è contemplabile.
    Non vedo come si possa obiettare a queste prospettive. Ognuno ha il diritto di difendersi. L’Iraq da anni sta rinunciando a questo diritto. Ha subito e subisce atti di guerra quotidiani: gli Angloamericani hanno decretato un embargo nei suoi confronti, un puro atto di guerra, che ha provocato infatti dal 1991 a oggi la morte di forse più di un milione di bambini; hanno arbitrariamente stabilito delle “zone di non volo“ nel suo territorio, che coprono addirittura i due terzi del medesimo; quasi ogni giorno effettuano bombardamenti con aerei e missili, in più colpendo in genere installazioni civili e uccidendo civili. Non solo, ma il tutto avviene con la beffarda connivenza di quell’insulto all’umanità che è diventato l’ONU, che non vede affatto gli orrendi crimini che gli Americani compiono in tutto il mondo (al momento oltre all’Iraq c’è Afganistan, Palestina, Kosovo, Macedonia, Cecenia, Colombia, Venezuela, Kashmir, Xinchiang, Sudan, Angola, Mozambico, Costa d’Avorio, Sahara, Filippine, vari altri sconosciuti al pubblico italiano perché i suoi media di regime non ne parlano) ma si inalbera - si scandalizza! - per il sospetto che l’Iraq possa avere armi strategiche, cioè per il sospetto che possa difendersi.
    Tutto ciò già sarebbe stato sin dal primo momento un motivo legale per l’Iraq per dichiarare lo stato di guerra e chiedere ragione agli alleati degli USA nella regione. Così non è stato e non so se sia stato un bene. Con gli USA rinunciare a una puntigliosa difesa dei propri diritti non paga, perché loro sono un tipo di animale che capisce solo la forza, le bastonate. Siano bastonate agli USA allora, o catene all’Iraq. Che se le sarà meritate se alla fine risulterà che davvero si è privato delle sue armi di distruzione di massa. Nel mondo arabo-islamico, la gente si è abituata a spiegarsi il favoritismo americano per Israele con ragioni politiche e strategiche, come l’influenza della finanza ebraica nelle campagne elettorali, i media ebraici che si burlano dell’opinione pubblica americana, il voto ebraico unitario in occasione delle elezioni; poi, con la posizione di Israele, avamposto nella regione araba d’importanza strategica per gli Stati Uniti.
    Tuttavia, tutte queste interpretazioni, se ci riflettiamo, appaiono superficiali ed imprecise, oppure, nella migliore delle ipotesi, non sono altro che fenomeni espressione di altri, più profondi e stabili.
    · Il ruolo della finanza ebraica nelle elezioni non spiega il consenso politico di cui gode l’appoggio ad Israele nei circoli politici americani, malgrado se ne contendano i favori tutti gli schieramenti di ogni colore. Per di più in America vi sono persone ricche non ebree in numero sufficiente e più ricche della media degli ebrei.
    · La finanza ebraica non basta a spiegare un’adesione popolare totale che raggiunge il livello della fede, una fede religiosa profonda - come vedremo in seguito - in un paese in cui esiste pluralismo nell’informazione e libertà di parola quanto basta a cristallizzare un’opinione opposta, se questa avesse dei sostenitori.
    · La posizione di Israele nella regione araba non è sufficiente a fornire una spiegazione del favoritismo americano. Israele è sempre stato una fonte d’imbarazzo per l’influenza americana nella regione araba più di quanto non sia stato un sostegno; per di più, alcuni governanti degli Stati arabi hanno permesso all’America di fare a meno di Israele in quest’area.
    · Quanto al voto degli ebrei, esso non è unitario come immaginano alcuni, ma è variegato e presenta contrasti e differenze. Così come la partigianeria per Israele è più profonda e salda in alcuni Stati americani nei quali quasi non c’è una comunità ebraica.
    Il giornale israeliano Jerusalem Post si è vantato recentemente (27/10/2002) del fatto che lo Stato del Minnesota, dal 1978, viene rappresentato al Senato da un ebreo, malgrado la percentuale degli ebrei che vi risiedono non superi l’1%. I candidati per questa carica erano però entrambi ebrei: Norman Coleman e Paul Wellstone, morto in un incidente aereo durante la campagna elettorale. Inoltre, basti sapere che la percentuale degli ebrei in America è inferiore al 3% e che quella al Senato è del 10% per rendersi conto che il voto ebraico non è qui il fattore più importante.
    Di sicuro, l’approfondimento della Storia e dei retroscena religiosi che fanno da cornice ai rapporti tra l’America e Israele è quel che può offrirci una spiegazione convincente di tali rapporti. E tra i libri che presentano una visione storica documentata dei rapporti israelo-americani c’è Al-Masih al-Yahudi wa nihayatu ‘l-’Alam [Il Messia ebraico e la fine del mondo], dello scrittore egiziano Rida Hilal, e Forcing God’s Hand, della scrittrice americana Grace Halsell. Perciò, per i dati contenuti nella presente analisi, faremo ricorso a questi due libri.

    ‘dissacrazione’
    E ‘glorificazione’
    Gli ebrei, nell’opinione del mondo cristiano, per un periodo di 1500 anni sono rimasti un “popolo maledetto”, poiché nelle credenze dei cristiani essi sono gli assassini del Signore. Gli ebrei hanno perciò sofferto di vari tipi di persecuzione e di disprezzo in base a questa concezione, consolidatasi nelle menti dei cristiani. E sebbene questa concezione dal punto di vista islamico sia da considerare oppressiva avendo prodotto politiche oppressive, essa ha resistito nel corso dei secoli, sostenuta da numerosi testi del Vangelo e da particolari condizioni sociali e politiche.
    Tuttavia, il XV° secolo mostrò profonde trasformazioni nell’anima cristiana - almeno in quella occidentale -, con il sorgere di ciò che è conosciuto come movimento di Riforma e dello scisma politico-religioso che gli fece seguito, nella religione cristiana in generale e nel cattolicesimo occidentale in particolare.
    Tra i risultati di queste trasformazioni accadde che il Neocristianesimo - conosciuto come “Protestantesimo” - divenne alleato dell’ebraismo: così, nell’ottica dei protestanti, la Torà, o Vecchio Testamento, divenne più importante del Vangelo, o Nuovo Testamento, e l’immagine della comunità ebraica cominciò a cambiare nelle menti dei neocristiani.
    Malgrado l’impronta ideologica di cui si era ammantato, lo scisma all’interno della Chiesa non era alieno dalle lotte per il potere tra le nazioni europee, specialmente tra Francia, Inghilterra e Germania. La Chiesa cattolica stette a fianco della Francia, il che fece propendere i popoli tedesco ed inglese per il Protestantesimo, il quale invita a liberarsi dal potere della Chiesa.
    Questa trasformazione nella considerazione del cristianesimo verso gli ebrei comparve negli scritti del precursore della Riforma protestante, il prete filosofo Martin Lutero. Nel 1523 egli scrisse un libro intitolato Cristo è nato ebreo, nel quale presentò una visione delle origini dei rapporti ebraico-cristiani da un punto di vista completamente diverso rispetto a quanto erano precedentemente abituati i cristiani; egli affermò nel suo libro: “Lo Spirito Santo ha voluto che tutti i libri della Bibbia fossero rivelati per il tramite degli ebrei, essi soli. Invero gli ebrei sono i figli del Signore, e noi gli ospiti stranieri, perciò dobbiamo accontentarci di essere come i cani, che mangiano le briciole dalla mensa dei loro padroni” (R. Hilal, p. 63).
    Con tutto ciò, Martin Lutero non era deciso nell’atteggiamento da tenere verso gli ebrei; piuttosto era fortemente incerto sull’eredità del lontano passato, perciò tornò sui suoi passi e scrisse un altro libro, di critiche agli ebrei, che intitolò Sugli ebrei e le loro menzogne [del 1543, NdT], dopo che ebbe disperato di spingere gli ebrei a convertirsi al Cristianesimo. Tuttavia Lutero aprì una falla nella storia cristiana a favore degli ebrei, una falla che ancora oggi si allarga; nel corso dei quattro secoli successivi alla scrittura di questi due libri, la coscienza occidentale ha continuato ad oscillare tra le due ‘scuole’ [simboleggiate, per così dire, da quei due libri], finché la querelle è stata composta in favore della prima.
    E’ da notare che tale percorso storico non ha conosciuto una via di mezzo: gli ebrei sono passati da “popolo maledetto” a “figli del Signore”, dal ghetto al vertice della società, da comunità vituperata, oppressa dai cristiani, a comunità glorificata, attraverso cui i cristiani opprimono altri popoli che non hanno alcun nesso con questa storia di dissacrazione/glorificazione. Va inoltre sottolineato che le varie branche del Cristianesimo si sono differenziate molto l’una dall’altra nell’assimilazione di tale trasformazione; i protestanti (americani e britannici) l’hanno interpretata nella maniera più profonda, al punto che gli ebrei sono diventati parte della loro carne e del loro sangue, mentre i cattolici (Francia, Italia e Spagna) sono rimasti - entro certi limiti - più conservatori, con il Vaticano che fino al 1966 non ha discolpato gli ebrei dall’aver versato il sangue del Cristo. Invece gli ortodossi (gli europei dell’Est) sono ancora diffidenti verso gli ebrei e l’ebraismo. Ciò è quel che spiega i differenti atteggiamenti politici: l’appoggio ad Israele in America e in Gran Bretagna (e ultimamente nella Germania protestante), le cautele nell’Europa meridionale nei confronti delle politiche israeliane (particolarmente in Francia, il più grande Paese cattolico occidentale), le diffidenze nell’Europa orientale (specialmente in Russia). Come che sia, quel che a noi qui interessa capire è la predilezione americana per lo Stato ebraico.
    Tra gli indizi del fondamentalismo di Bush c’è che è il primo Presidente americano a finanziare l’insegnamento religioso con i fondi del Bilancio dello Stato americano, del quale è stabilita la laicità, con un atteggiamento neutrale di fronte alla religione.
    Quando il noto giornalista Jim Lehrer durante un confronto televisivo con Al Gore ha chiesto a Bush della sua giornata-tipo, egli ha risposto che inizia con la lettura della Bibbia, poi dà da mangiare al suo cane e prepara il caffè a sua moglie. Inoltre ha dichiarato più volte che il Cristo è il suo modello politico.
    Si tratta di un fenomeno nuovo nella politica interna americana, come ha osservato il Professor John L. Esposito - Direttore del Center for Muslim-Christian Understanding presso la Georgetown University - nel suo libro Unholy War [Terror in the Name of Islam, recita il sottotitolo, Ndt].
    Per di più, io stesso ho visto il Presidente Bush dichiarare l’anno scorso che “gli ebrei sono l’unico popolo eletto da Dio sulla faccia della Terra”.
    Malgrado la presenza di ebrei nel Partito democratico (in base alla divisione degli ebrei in liberali e religiosi, e talvolta anche per tenere i piedi in tutte le staffe), negli ultimi anni le comunità ebraiche hanno cominciato a propendere per il Partito repubblicano, poiché la sua fedeltà alla “questione ebraica” nasce da una salda convinzione religiosa, a differenza del Partito democratico, che è incline verso il liberalismo e tratta con Israele considerandolo, entro certi limiti, uno “Stato profano”.

    Il nuovo volto
    del Cristianesimo
    americano

    Nel 1983, assieme a centinaia di cristiani americani in gita nella Terra Santa a spese del pastore Jerry Falwell, giunse a Gerusalemme la scrittrice americana Grace Halsell, la quale osservò che Falwell, nelle pubblicazioni che distribuiva a volontà tra i viaggiatori, non indicava che “quei pellegrini erano venuti nella terra in cui nacque il Cristo e vi diffuse il suo messaggio... ma si concentrava piuttosto su Israele”.
    Così come notò che “i cristiani palestinesi erano attorno a noi, in ogni dove, ma Falwell non organizzò per noi alcun incontro con quei cristiani” (G. Halsell, p. 59).
    Se la Halsell avesse assistito all’assedio dei soldati israeliani alla Basilica della Natività, avvenuto davanti agli occhi del mondo cristiano, si sarebbe resa conto che il Neocristianesimo non ha alcun legame con il Cristianesimo nel quale credeva.
    La Halsell si meravigliò di come gli ebrei, nel giudizio di numerosi cristiani americani, fossero diventati più vicini e più importanti degli altri cristiani, tra cui i cristiani palestinesi, e del pari si meravigliò di come alcuni cristiani americani fossero disposti a superare ogni limite per servire gli scopi dell’ebraismo, più degli stessi ebrei, come indicò l’arresto da parte della polizia israeliana di un gruppo di americani che pianificavano, nel 1999, di demolire la moschea al-Aqsà (G. Halsell, p. 89).
    A questo possiamo aggiungere che i fondamentalisti cristiani, rispetto ai loro alleati ebrei, sono più spinti nel diffamare l’Islam e nell’offendere i sentimenti dei musulmani, come provano le dichiarazioni di Frank Graham, Pat Robertson e Jerry Falwell sull’Islam nel corso dell’anno passato.
    La scrittrice americana osservò che i fondamentalisti cristiani d’America “sono disposti ad accettare critiche alla Francia, all’Inghilterra, alla Germania, all’Italia, agli Stati Uniti e a qualsiasi altro Paese del mondo, trattandosi di faccende politiche; mentre una critica ad Israele equivale per loro ad una critica al Signore in persona” (G. Halsell, p. 80).
    Comprendere il cammino storico che ha condotto all’ebraizzazione del Protestantesimo a mio parere è la via giusta per capire la politica americana in Palestina e nel mondo musulmano in generale, mentre fermarsi alle manifestazioni di carattere politico ed elettorale di tale politica oggi non serve; spiegarla con l’astuzia della minoranza ebraica in America è davvero superficiale al fine di capire un fenomeno profondo, “radicato nella psiche, nell’etica, nella religione e nelle credenze del popolo americano”, secondo quanto affermato dal Presidente Carter.
    E’ dunque venuto il tempo di comprendere l’amara verità: Israele, che consideriamo l’ultima sacca di colonialismo e di razzismo, nelle menti della maggioranza degli americani è un progetto divino che non accetta né biasimo né critica (per non parlare di resistenze o contestazioni), quindi, ci vogliamo rendere conto del senso di tutto ciò mentre si consolida di giorno in giorno l’influenza della religione sulla politica americana? Il Sionismo cristiano
    ha preceduto
    l’ebraismo

    Coloro che leggono il favore americano per Israele con gli occhi della politica e della strategia, ignorano una verità storica molto importante, e cioè che il Sionismo cristiano ha preceduto nel tempo lo stesso ebraismo.
    · Nel 1844 arrivò a Gerusalemme il primo Console americano, Warder Creestone, e tra gli scopi che egli si prefisse vi era quello di “lavorare per il Signore, dando il suo contributo alla fondazione di una patria nazionale per gli ebrei nella Terra promessa” (R. Hilal, p. 95).
    Creestone profuse un impegno indefesso nel contattare i leader americani, sollecitandoli al lavoro per fare della Palestina una patria nazionale per gli ebrei, nella quale potesse radunarsi l’intera nazione ebraica, praticarvi i riti religiosi e prosperarvi (R. Hilal, p. 95). Inoltre, Creestone insistette con i capi ottomani affinché collaborassero su questa strada, ma senza risultato.
    · Sulle orme di Creestone, giunse poi il viaggiatore evangelico americano William E. Blackstone, che 1878 pubblicò il libro dal titolo Jesus is coming, del quale furono vendute milioni di copie e che influenzò profondamente il Protestantesimo americano. L’idea principale del libro è che “il ritorno del Cristo” - che i cristiani hanno atteso per secoli - non si compierà se non con il ritorno degli ebrei nella “Terra promessa”. Nel 1891 Blackstone presentò al Presidente americano Benjamin Harrison una petizione in cui chiedeva che l’America intervenisse per far tornare gli ebrei in Palestina. Nella petizione egli raccolse le firme 413 eminenti personaggi del cristianesimo americano, di magistrati della Corte Suprema, del Presidente della Camera dei rappresentanti, di numerosi membri del Senato e dei direttori dei grandi giornali (R. Hilal, p. 97). [per ulteriori informazioni sull’attività pro-sionista di William E. Blackstone cfr. God’s Little Errand Boy: http://www.amfi.org/errandboy.htm, NdT]
    All’idea della creazione di una “Patria nazionale per gli ebrei in Palestina” credettero dunque i protestanti prima degli ebrei, e si adoperarono per metterla in pratica addirittura prima che questi ultimi la ritenessero realizzabile. Si può perciò concludere dicendo che se non vi fosse stato il sostegno ideale a quest’idea da parte dei protestanti americani e britannici, certo non vi sarebbe stato un interesse pratico da parte degli ebrei.
    Quando il fondatore del movimento sionista Theodor Herzl lanciò l’idea dello “Stato ebraico”, la molla che lo spinse non era, al fondo, religiosa, poiché egli era nell’intimo un nazionalista laico. Per questo era disposto ad accettare l’insediamento degli ebrei in Uganda, in Iraq, in Canada, oppure in Argentina. Invece, i sionisti cristiani in America e altrove confidarono fin dal primo giorno nella Palestina come patria per gli ebrei, ritenendo ciò una condizione per il “ritorno del Messia”, quindi spostarono la “questione ebraica” dall’ambito politico a quello delle convinzioni religiose. Per questo criticarono l’atteggiamento accondiscendente di Herzl e del primo Congresso Sionista di Basilea del 1897, al punto che Blackstone inviò ad Herzl una copia del Vecchio Testamento nel quale egli aveva contrassegnato le pagine con i passaggi in cui i profeti avevano fissato nella Palestina la “patria eletta per il popolo eletto” (R. Hilal, p. 99).
    Quando l’idea della patria per gli ebrei cominciò a prendere forma dal punto di vista politico con la pubblicazione della Dichiarazione Balfour, i politici americani si impossessarono dell’idea, trattandola secondo una logica religiosa. Tra gli esempi che si possono fare vi è il discorso del Presidente della Commissione Esteri della Camera dei rappresentanti statunitense, Henry Cabot-Lodge, tenuto a Boston nel 1922, nel quale ebbe a dire: “Io non ho mai sopportato l’idea che Gerusalemme e la Palestina si trovassero sotto il dominio dei maomettani... La permanenza di Gerusalemme e della Palestina (che per gli ebrei sono sante, così come rappresentano la Terra Santa per le grandi comunità cristiane d’Occidente) nelle mani dei turchi, per lunghi anni mi è parsa un’onta per la civiltà che era doveroso eliminare” (R. Hilal, p. 102).

    Il risveglio
    cristiano
    nell’ultimo
    quarto di secolo

    Le profonde trasformazioni nella cultura religiosa americana dagli anni Settanta ad oggi hanno aumentato l’ebraizzazione del Cristianesimo americano. Le Chiese sono venute fuori dai margini della società per porsi all’avanguardia dell’innovazione politica e sociale, e grazie alla rivoluzione dei media e delle comunicazioni, specialmente le cosiddette “Chiese televisive”, le sette fondamentaliste dei Battisti, dei Metodisti ed altre ancora, si sono espanse ai danni del Cristianesimo tradizionale. La corrente dei “Born Again Christians” si è così espansa incessantemente, ed essa è una di quelle che più stanno dalla parte degli ebrei e, di conseguenza, a difesa dello Stato ebraico e della sua sacralità.
    Per la prima volta nella storia degli Stati Uniti, nel 1974 giunse alla Casa Bianca un presidente orgoglioso della sua adesione a tale corrente. Era il Presidente Jimmy Carter, il quale espresse la realtà del legame ideologico tra gli ebrei e il Cristianesimo americano in un discorso tenuto alla Knesset nel 1979, nel quale affermò: “Il rapporto dell’America con Israele è più di un semplice rapporto particolare... è sempre stato un rapporto unico, indistruttibile, poiché è radicato nella psiche, nell’etica, nella religione e nelle credenze del popolo americano” (R. Hilal, pp. 166-167). Dopo Carter, la forza di questa corrente si è accresciuta con la presidenza di Bush I, poi di Bush II. Recentemente, un ricercatore americano - dopo uno studio di tutti i discorsi dell’attuale Presidente Bush - è pervenuto alla conclusione secondo cui “Bush è un fondamentalista cristiano che crede che la Cisgiordania e la Striscia di Gaza siano un dono divino per gli ebrei, un dono a cui non è permesso rinunciare”. Si tratta della stessa credenza espressa ultimamente dall’”Alleanza Cristiana” [“Christian Coalition”, Ndt], guidata da Pat Robertson, durante un corteo nella capitale Washington in cui egli ha chiesto ai leader israeliani di non rinunciare alla Cisgiordania e alla Striscia di Gaza poiché ciò andrebbe in “contraddizione con la volontà del Signore”.

    E non veniamo a dar spazio a delle bufale: il partito democratico ha piu' ebrei a tutti i livelli, e riceve piu' voti dagli ebrei, che quello repubblicano. la maggioranza ebraica infatti sta' sempre dalla parte sinistra. anche la parte piu' ortodossa come lieberman, o quella meno religiosa come i rockefeller.
    -N-

 

 

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