Un’altra volta gli Stati Uniti hanno trovato il modo di tirare l’acqua al loro mulino. L’argomento, tanto di moda in questi tempi, è il nucleare.
“Il desiderio di avere armi nucleari a disposizione, sta crescendo in modo preoccupante tra i piccoli Paesi, che hanno intrapreso una vera e propria gara con il resto del mondo per accrescere il proprio arsenale”. Questo il messaggio del direttore della Cia George J. Tenet, secondo cui la famosa teoria dell’effetto domino in fatto di armamenti, partito dalla guerra nel Vietnam, sembra purtroppo riguardare proprio il nucleare. Una preoccupazione più che ragionevole se non fosse espressa dagli Stati Uniti. Già, proprio coloro i quali hanno avuto il “coraggio” di utilizzare quest’arma di distruzione; proprio coloro i quali hanno “commercializzato” il nucleare in giro per il mondo; proprio coloro che avallano potenze nucleari alquanto dubbie sul piano “democratico” (vedi l’entità sionista ed il Pakistan); proprio questi individui ora esprimono preoccupazione per il nucleare. Naturalmente ogni preoccupazione americana presuppone la condanna super partes di Washington nei confronti del nemico di turno dell’umanità. Come poteva dunque Tenet astenersi dall’enunciare la lista dei cattivi.
A preoccupare il direttore della Cia è, guarda caso, soprattutto il Sud-est asiatico, dove “negli ultimi dodici mesi si è assistito ad una vera e propria proliferazioni in fatto di armi non convenzionali”. Citati come esempio la Corea del Nord, l’Iraq, l’Iran, Paesi che secondo Tenet “hanno sviluppato capacità di costruire armi nucleari e si sono mossi per ottenere la strumentazione e il materiale adatti per arrivare allo scopo”. Questa è una delle questioni sulla quale Washington spinge da tempo. “La capacità di costruire armi atomiche”.
Bene, se così fosse bisognerebbe prima di tutto capire quali siano i Paesi fornitori degli strumenti necessari per tale scopo. Dopo di che bisognerebbe verificare le capacità dei Paesi condannati, a priori, nello sviluppare effettivamente il nucleare. Bisognerebbe poi capire, e far capire al mondo intero, per quale scopo questi Paesi vogliano sviluppare il nucleare (civile o militare). In ultimo studiare una forma preventiva, possibilmente pacifica, per fermare tale sviluppo. Washington però ha trovato un modo più rapido per risolvere il problema: condannare e se possibile attaccare a priori i Paesi dubbi.
L’Iraq, neanche a dirlo, è il condannato per eccellenza. Le sue inesistenti armi di sterminio stanno uccidendo un popolo intero sotto gli occhi compiacenti del mondo democratico.
La Corea del Nord, fiaccata da embarghi e crisi energetica, aveva pensato bene di riattivare le sue centrali nucleari per scopi civili (sussistenza energetica appunto). È così entrata a pieno titolo nel mirino dello Zio Sam.
L’Iran, lo ha dichiarato qualche giorno fa il suo presidente Khatami, potrebbe avviare la ricerca per l’attivazione di centrali nucleari finalizzate all’uso civile. Anche qui gli attentissimi Usa hanno minacciato ripercussioni pesanti contro il governo di Teheran.
Non poteva mancare, come ciliegina sulla torta, l’annuncio shock nonché allarmista del direttore della Cia: “Al Qaida potrebbe essere in grado di assemblare le cosiddette bombe sporche”. Completato il quadretto del famoso asse del male, Tenet a questo punto ha espresso la sua analisi conclusiva: “Il Trattato di non proliferazione redatto nel 1968 per smorzare le tensioni della guerra fredda, è stato disatteso da molti piccoli Paesi”.
Tutti quegli Stati che vogliono entrare a far parte del “club del nucleare”, ritenendolo l’unico biglietto da visita in grado di rappresentare la loro forza militare, sono nient’altro che le vittime dell’armamento esponenziale statunitense sempre più minaccioso ed incontrollabile. Gli Usa infatti non si può chiedere al mondo di disarmarsi quando sono loro i primi ad investire cifre astronomiche sull’industria bellica. Ma si sa, gli yankees vorrebbero disarmare tutto il pianeta, tranne, ovviamente, loro stessi ed i loro alleati sionisti, così potrebbero più facilmente imporre il loro dominio.