Suo padre, un diplomatico che ha girato tutto il mondo. Naturale quindi che Mohamed Termidi parli ben tante lingue, francese, inglese, arabo, tanti dialetti africani e ovviamente l’italiano. Nonostante la preparazione e una laurea conseguita in Marocco, il suo paese d’origine, lavora due ore al giorno presso un anziano che ha il morbo di Parkinson. «Mi pagano bene – dice – 20 euro all’ora». I pochi i soldi in tasca non gli hanno mai impedito di mettersi al servizio degli altri senza chiedere nulla in cambio. Al San Gallicano ha seguito un corso per diventare mediatore culturale: tra i suoi sogni c’è quello di diventarlo all’ambulatorio per gli immigrati. «Gli stranieri – spiega – a volte non ricorrono ai medici perché non parlano italiano e perché non sanno spiegare che nei loro paesi esistono diverse usanze. Allora si curano da soli o rendono croniche situazioni facilmente guaribili altrimenti». Gli uomini libici ad esempio non permetterebbero mai a una donna medico di farsi visitare e le donne non si fanno visitare dagli uomini; «spesso gli uomini non vogliono nemmeno stringere la mano a una donna. Allora intervengo io e spiego al medico di non prenderla come un’offesa e al paziente di abbandonare, se può, per un attimo le sue usanze». Mohamed con discrezione si siede accanto a chi ha lo sguardo fisso sul pavimento o a chi ha paura che questo ambulatorio sia uno strumento per essere rimandati a casa. Una ucraina ha il viso rosso ed è visibilmente agitata ma non parla una parola di italiano. Mohamed riesce a farsi capire: la donna ha il terrore di avere una grave allergia. «Niente paura – le dice in qualche modo – adesso sei in buone mani».