Risultati da 1 a 6 di 6
  1. #1
    Orazio Coclite
    Ospite

    Predefinito Un libro da leggere assolutamente: David E. Stannard "Olocausto Americano"



    David E. Stannard
    "Olocausto Americano. La Conquista del Nuovo Mondo"

    Traduzione di Carla Malerba, 455 pp., 32 ill. f.t., € 38,73

    Non fatevi spaventare dal prezzo, questo libro era da tempo nella mia lista spesa, ed ora che l'ho acquistato ed iniziato a leggere, mi domando perché ho aspettato tanto a prenderlo. Consigliato senza remore!

    David E. Stannard, è professore di Studi americani all’Università delle Hawaii. È autore di numerose pubblicazioni tra cui Death in America (1974), Shrinking History. On Freud and the Failure of Psychohistory (1980) e Before the Horror. The Population of Hawaii on the Eve of Western Contact (1989).



    Da: http://www.lindice.com/odifreddi.htm

    David E. Stannard, Olocausto americano. La conquista del Nuovo Mondo, ed. orig. 1993, trad. dall’inglese di Carla Malerba, pp. 455, 32 ill., € 38,73, Bollati Boringhieri, Torino 2001 (di Piergiorgio Odifreddi)

    L’agghiacciante libro di David Stannard è un’accorata orazione funebre in memoria delle vittime del più grande genocidio della storia dell’umanità. Un genocidio peggiore di tutti quelli, già terribili, che il Novecento ha iscritto a sua vergogna messi insieme: gli stermini, cioè, di armeni, filippini, zingari, ebrei, tibetani, vietnamiti, bengalesi, timoresi, cambogiani, curdi, tutsi, bosniaci e palestinesi. Un genocidio che ha obliterato il novantacinque per cento della popolazione dell’intero continente americano, un numero imprecisato ma enorme di popolazioni, lingue e civiltà.
    La prima parte del libro di Stannard cerca di ristabilire la verità dei fatti, in genere sotterrata dalle menzogne coloniali e cinematografiche che ancor oggi rappresentano le popolazioni precolombiane come scarse, selvagge e incivili. Esse non apparvero così ai primi conquistadores, che oltre ad approfittare della loro ospitalità si stupirono della bellezza della loro arte e della ricchezza delle loro città: alcune delle quali, come Tenochtitlàn o Cuzco, erano parecchie volte più estese e popolate di Siviglia o Londra. Quanto al numero di abitanti delle Americhe, esso si aggirava tra i cento e i centocinquanta milioni: una popolazione superiore a quella dell’Europa dell’epoca, Russia compresa. Venti milioni di persone, sei volte la popolazione dell’Inghilterra, vivevano nella sola valle del Messico, e altrettante nell’America settentrionale.
    Anche la diversità culturale e linguistica americana superava di gran lunga quella europea: basta pensare che un recente censimento dei popoli indiani tuttora esistenti in Nord America ha registrato ottocento diverse nazioni, la metà delle quali formalmente riconosciute dal governo degli Stati Uniti. La straordinaria varietà delle civiltà susseguitesi nell’America precolombiana si può apprezzare ancor oggi, nonostante i saccheggi e le distruzioni, visitando i musei dell’oro di Bogotà e La Paz, o i siti archeologici anasazi della Mesa Verde, olmechi di La Venta, zapotechi di Monte Albàn, maya dello Yucatàn, aztechi di Città del Messico, nazca a sud di Lima, chimù di Chan-Chan e inca di Machu Picchu, per non citare che alcuni dei più conosciuti.
    La seconda parte del libro di Stannard costituisce l’atto di accusa di un immaginario processo a carico di spagnoli, portoghesi, inglesi e statunitensi di fronte al tribunale della storia: un processo che, se celebrato, farebbe retrocedere quelli di Norimberga e dell’Aia al ruolo di mere appendici. Le imputazioni riguardano quattro secoli di ininterrotti massacri, perpetrati tra il 1494 e il 1891: cioè, tra la prima mattanza spagnola a Santo Domingo (allora Hispaniola) e l’ultima statunitense a Wounded Knee. Il numero di morti varia, a seconda delle stime, fra i settantacinque e i cento milioni: in altre parole, un quarto della popolazione mondiale dell’epoca.
    Naturalmente questi numeri tengono conto soltanto delle vittime “indigene” e dovrebbero essere integrati dai numeri delle vittime “importate” dal commercio degli schiavi, che fiorì già a partire dal 1517. Fra i trenta e i sessanta milioni di negri morirono infatti nelle marce forzate verso la costa occidentale dell’Africa, nei campi di concentramento noti come baracoons, a bordo delle galere e nel processo di “acclimatazione” nelle Americhe, mentre una buona parte dei dieci o quindici milioni di sopravvissuti perirono di stenti durante il lavoro forzato. Ma l’“olocausto africano”, tragico complemento di quello americano, è un’altra storia.
    Quanto allo sterminio americano, esso iniziò nel momento stesso della scoperta del Nuovo Mondo. Poche ore dopo aver toccato terra nel 1492, Colombo aveva già catturato sei nativi, dei quali scrisse che “dovrebbero essere buoni schiavi e sarebbero facilmente divenuti cristiani”. Il genocidio vero e proprio iniziò a Hispaniola nel 1494, con il secondo viaggio “di scoperta”: nel giro di pochi mesi le malattie, i soldati, i preti e i cani da caccia del “Portatore di Cristo” avevano ammazzato cinquantamila “indiani”, e in vent’anni gli otto milioni di abitanti dell’isola erano scomparsi. La pestilenza europea, letterale e metaforica, travolse successivamente Cuba, i Caraibi, il Messico, il Perù, il Brasile, il Venezuela, la Florida, la Virginia, la Georgia, il New England, il Massachussetts, il Colorado e la California: una via Crucis in cui furono usati tutti quei mezzi di sterminio di massa, dai campi di concentramento ai trasferimenti forzati di popolazioni, che in genere si pensa siano stati monopolio di Hitler e Stalin.
    Nella terza e conclusiva parte del libro, Stannard va alla ricerca delle ragioni che hanno portato spagnoli, portoghesi, inglesi e statunitensi al macello dei popoli americani. Queste ragioni sono identificate, sostanzialmente, nel cristianesimo: non sorprendentemente, visto che già Elie Wiesel, premio Nobel per la pace nel 1986, aveva notato che “tutti gli assassini dell’Olocausto erano cristiani, e il sistema nazista non comparve dal nulla, ma ebbe profonde radici in una tradizione inseparabile dal passato dell’Europa cristiana”. Anche le connessioni con il nazismo non sono sorprendenti, visto che da un lato il Mein Kampf modellò esplicitamente il suo progetto sulla “fanatica intolleranza” che caratterizza la storia della Chiesa cattolica, e dall’altro lato Hitler espresse apertamente la propria ammirazione per l’“efficienza” della campagna statunitense di sterminio contro gli indiani, considerandola una sorta di anticipazione della propria soluzione finale.
    Più precisamente, Stannard identifica nel dogmatismo della rivelazione biblica, nel delirio della predilezione divina, nel razzismo della superiorità europea, nel fanatismo dell’evangelizzazione, nel disprezzo della natura e nell’orrore della sessualità le radici cristiane di un’ideologia che concepì e perseguì la conquista, lo sfruttamento e la devastazione dei territori “selvaggi” d’oltreoceano da un lato, e la conversione forzata, la schiavizzazione e il massacro dei loro “impudichi” abitanti dall’altro.
    Il genocidio americano, indistinto e generalizzato, non ebbe però motivazioni uniformi. Gli spagnoli e i portoghesi, interessati a sfruttare le ricchezze dell’America centrale e settentrionale, considerarono gli indiani come animali da lavoro da sfiancare e rimpiazzare. Gli inglesi e gli statunitensi, intenzionati a occupare il territorio dell’America settentrionale, videro invece gli indiani come un impedimento da rimuovere ed eliminare. Se nel primo caso il genocidio fu un mezzo subordinato allo sfruttamento, e permise all’America Latina di mantenere una rappresentanza indiana consistente, per quanto repressa e sottosviluppata, nel secondo caso la pulizia etnica fu invece un fine autonomo perseguito in maniera sistematica.
    Cinquecento anni dopo la conquista l’America porta il nome di un italiano, parla tre lingue europee e adora una divinità mediorientale. Le lingue e le religioni indigene sono scomparse, il novantacinque per cento degli indiani è stato annientato e il novantacinque per cento delle ricchezze del continente è stato depredato. Ma le due anime della conquista hanno condizionato diversamente la storia del continente. In accordo con la dottrina Monroe, oggi “l’America è degli americani”: cioè degli Stati Uniti, che insieme all’Europa urlano reclamando vendetta per le pagliuzze del terrorismo, ma non chiedono perdono per le travi del genocidio neppure sottovoce.

  2. #2
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    l'unico genocidio che deve interessarci è quello della nostra razza:
    http://www.stormfront.org/whitehistory/hwr67.htm

    per il resto, va bene una lacrimuccia per i "poveri indios", ma allora dobbiamo versare fiumi di lacrime per quello che sta avvenendo A NOI sotto i nostri occhi.
    Occhio, vediamo di non darci ancora la zappa sui piedi rinvangando episodi di 500 anni fa...

  3. #3
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    Predefinito recensione di 'olocausto americano'

    Al giudizio positivo di Coclite, aggiungo la recensione apparsa in un vecchio numero di 'Margini'

    David E. Stannard, Olocausto americano. La conquista del Nuovo Mondo, Bollati Boringhieri, 2001.
    L’inizio del testo di Stannard è perentorio: “lo sterminio degli indiani delle Americhe è stato di gran lunga il più grave genocidio nella storia del mondo” (p. 11). Il più grave perché la popolazione delle Americhe contava, prima di Colombo, almeno 75-100 milioni di persone, di cui 8-12 milioni stanziate in Nord America (p. 423). E il calo demografico subito da queste popolazioni superò il 95% (p. 423). Una distruzione né involontaria né inevitabile, sottolinea Stannard (p. 14), ma scientemente perseguita con ogni mezzo (malattie, schiavitù, supersfruttamento da lavoro, sevizie, massacri indiscriminati, ecc.). E distruzione che non accenna a finire neppure oggi “perché il genocidio, nelle Americhe così come in altri luoghi del mondo dove i popoli indigeni sono sopravvissuti, non è mai cessato veramente” (p. 15). Ancora: Stannard analizza con cura la sostanziale differenza tra i conquistadores spagnoli e gli immigrati anglosassoni: mentre per i primi il genocidio delle popolazioni amerindie era un mezzo per raggiungere un fine economico (impossessarsi innanzitutto di oro e argento), per i secondi “lo sterminio era l’obiettivo principale, e lo era precisamente perché aveva un significato economico” (p. 353), ossia la conquista della terra dei nativi (p. 375). E a tal proposito, Stannard demolisce pure uno dei luoghi comuni più duri a morire: quello in base al quale il Nord America era un luogo di terre vergini, selvagge e disabitate (p. 36). In realtà, sin dal 1500 a. C. nel Nord America fiorirono culture stanziali, sedentarie, come quelle Adena e Hopewell, seguite poi dalle culture delle popolazioni delle grandi pianure, anch’esse stanziali e divenute nomadi solo sotto la spinta dei colonizzatori europei (p. 44). Senza contare le culture Mogollon e Anasazi (anch’esse stanziali) e poi quelle dei Calusa, delle nazioni indiane del New England (pequot, mohegan, moicani, narragansett, wampanoag, massachusett, ecc.), della Lega irochese, ecc. Questi, scrive Stannard “sono solo alcuni esempi della grande moltitudine di popoli riuniti in comunità stabili che comunemente ed erroneamente sono stati considerati esigui gruppi di nomadi erranti che abitavano la ‘terra vergine’ del Nord America prima che fosse scoperta dai bianchi” (pp. 63-64).
    Un ultimo punto che davvero vale la pena di sottolineare: le dichiarazioni (trasudanti odio e disprezzo), relative ai pellerossa, dei vari Washington, Monroe, Adams, Jackson, Jefferson, Theodore Roosevelt, ecc. (pp. 199-237; 381-390), riportate da Stannard. Una prova, quanto mai eloquente e feroce, del crimine originario su cui si fondano gli Stati Uniti d’America.

  4. #4
    Paul Atreides
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    Originally posted by Felix
    l'unico genocidio che deve interessarci è quello della nostra razza:
    http://www.stormfront.org/whitehistory/hwr67.htm

    per il resto, va bene una lacrimuccia per i "poveri indios", ma allora dobbiamo versare fiumi di lacrime per quello che sta avvenendo A NOI sotto i nostri occhi.
    Occhio, vediamo di non darci ancora la zappa sui piedi rinvangando episodi di 500 anni fa...
    Non concordo, caro Felix, e per un insieme di motivi

    1) ricordare lo sterminio dei pellerossa è coerente con un differenzialismo attento alle specificità di ogni cultura e tradizione

    2) ricordare il crimine originario degli Usa è sempre opportuno, soprattutto di questi tempi in cui lorsignori son sempre più convinti di dare lezioni di ''buongoverno demoliberale'' a chiunque

    3) il ricordo di questo sterminio, comunque, non è in alcun modo, almeno per me, l'occasione per lacrimevoli mea culpa o per le solite tirate sulla ''cattiveria'' dei bianchi. Da questo punto di vista, e la precisazione credo sia necessaria, lo sterminio degli indios e dei pellerossa rientra, esclusivamente, nel campo delle responsabilità storiche. In pratica, pur non condividendolo, non mi sognerei mai di ''chiedere scusa'' a chicchessia

    4) ovviamente, la battaglia contro l'immigrazione rimane assolutamente decisiva

    Saluti

  5. #5
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    in questi termini potrei essere d'accordo con te Paul. Riconosco senza mezzi termini il dramma storico della Conquista, e le nostre responsabilità di europei e cristiani in tutto ciò che è scaturito dal viaggio di Colombo del 1492.

    MA:
    1) il collasso dela popolazione nativa è avvenuto, come anche tu saprai, in gran parte per le malattie infettive portate da europei ed africani (vaiolo, febbre gialla, morbillo, influenza, ecc...). Solo secondariamente per le stragi dirette e per il supersfruttamento del lavoro indigeno.
    2) i ricordi ossessivi di queste vicende rischiano eccome di rafforzare i sensi di colpa e i lacrimevoli mea culpa. L'Occidente è già così carico di cattiva coscienza, di vergogne, di colpe paralizzanti, che non mi pare proprio il caso di insistere troppo negli episodi "neri" della sua storia. È come darsi la zappa sui piedi...

    Aggiungo una considerazione più personale. Ai tempi ormai lontani dell'adolescenza mi ero interessato ed impressionato dalle vicende della Conquista, e provavo allora una viva simpatia per le vittime, gli indigeni americani, e una gran pena per la morte di antiche e gloriose civiltà come la Maya, la Azteca e la Inca. Ravvisavo in quelle vicende un dramma storico che rimetteva ai misteriosi corsi e ricorsi del Destino dei popoli e delle culture.
    Ancora negli anni '80 la pensavo sostanzialmente così, anche se ammiravo parimenti l'avventura conquistatrice dei popoli iberici, l'élan vital che spinse gli europei ad espandersi in tutto un continente.
    Ora non posso più pensare in questo modo. Un po' per la mia posizione professionale -storico europeo in America Latina, per di più in un paese con una forte componente india-. E soprattutto perchè dagli anni '90 ad oggi vari indizi portano a pensare che il terribile destino dei popoli indigeni americani si possa abbattere sui nostri popoli europei: collasso demografico e colonizzazione da parte di altri.
    Giusto quindi ricordare con sgomento e compassione la sorte degli indios, ma ancor più giusto guardare con sgomento e con terrore la sorte identica che potrebbe riservare il Destino a NOI europei.
    Se non cominciamo a reagire SUBITO, temo che tra meno di 100 anni i nostri popoli saranno ridotti a minoranze perseguitate e costrette i riserve. Proprio come gli indios...

    saluti

  6. #6
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    è vero che gli indios si sono ripresi dal 1700 ad oggi, ma vaste zone del continente americano restano tutt'oggi prive di popoli indigeni, perchè questi sono completamente spariti tra il 1500 e il 1800. Le antille per esempio, la costa brasiliana e vaste zone degli USA attuali.
    Le cifre sulla diminuzione di oriundi europei in vari paesi americani vanno rivedute nel senso che i censimenti tendono a correggere oggi delle percentuali anteriormente esagerate: in Brasile per esempio molti meticci e mulatti chiari si dichiaravano senza mezzi termini "bianchi", e lo stesso accadeva in Argentina, Uruguay, Costarica e Repubblica Dominicana. In certi paesi, come il Messico, la distinzione in termini razziali è in realtà linguistica, ed è soggetta al nazionalismo che dichiara tutti "meticci". Inoltre si deve tener conto dell'avanzamento fisiologico del processo del meticciato biologico, che porta necessariamente all'aumento degli ibridi rispetto ai ceppi primari: in assenza di un rinnvamento costante dell'elemento europeo (come accadeva sino agli anni '50), questo tende a diminuire.
    Detto questo, resta la preoccupante tendenza negli USA e nei paesi africani, dovuta principalmente al differenziale demografico, per cui dagli anni '30 ad oggi i settori e i gruppi etnici più "ricchi" si riproducono più lentamente di quelli più "poveri". Più soldi, meno figli, in parole povere.
    È anche per questo che dobbiamo augurarci una veloce pauperizzazione dei nostri paesi...

 

 

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