Da "Avvenire" del 2 febbraio 2003
Novello, un profilo da gran signore
Da Cesena, Biblioteca Malatestiana
In un arido paesaggio rupestre, un cavaliere solitario, bardato per intero di un'armatura metallica, ha deciso una sosta, legando il suo animale ad un esile tronco sbucciato e inginocchiandosi ai piedi di un grande crocefisso, forse uno di quelli posti nei valichi delle montagne. Come una Maddalena disperata il guerriero abbraccia il legno della croce, all'altezza dei piedi del Cristo il quale, col capo reclinato verso il basso, dà come l'impressione di guardarlo. A descriverla così si direbbe una scena dipinta da un nazareno, da un pittore preraffaellita inglese, in cui il racconto neomedioevale, magari tratto dalla saga di Re Artù, si vena di un languore romantico e di un'inflessione tipica nel gusto revival. Niente di tutto questo, l'opera è precisamente databile tra il 1443 e il 1444, non è un dipinto ma un bronzo, anche se curiosamente l'autore si firma nella qualità di pittore: OPVS PISANI PICTORIS. È, per l'esattezza, il verso della medaglia di Novello Malatesta, signore di Cesena dal 1433 al 1465, eseguita nientemeno che da Pisanello. Più famosa è però la faccia della moneta che ritrae il profilo del venticinquenne e prestante cavaliere: collo alla Modigliani, naso da Cesare ed una scodella di capelli da fante di coppe.
È l'effigie della mostra Malatesta Novello magnifico signore, a cura di Pier Giorgio Pasini, aperta presso la Biblioteca Malatestiana di Cesena (catalogo Minerva Edizioni). Guardando opere come questa si capisce perché buona parte dei ritratti quattrocenteschi, ed in particolare tutti quelli di ambito malatestiano, siano dei profili, perché sono fatti in primis per delle medaglie o destinati a bassorilievi marmorei, nei quali la tecnica dello stiacciato si sposa più comodamente con i lati del viso, dovendo imitare una minore profondità. Profili infatti sono quelli di Agostino di Duccio nel Tempio Malatestiano di Rimini, i suoi elefanti, le medaglie eseguite da Matteo De Pasti, ed anche il ritratto di Sigismondo di Piero della Francesca è ripreso di profilo al pari di quelli che lo stesso artista fece ai duchi di Montefeltro.
Ma nonostante lo splendido altorilievo detto il Trofeo della torre di San Giorgio, mirabile favola cesellata come un gioiello, fin nell'iscrizione gotica che sarà costata un anno di lavoro, essendo ricavata per via di sottrazione, nemmeno la scultura fu l'arte prediletta da Novello. A giudicare dalle opere che lo ricordano, scelse l'architettura e i libri, due arti che a Cesena trovano mirabile unione, per dirla con le parole di Emiliani, nella «luce morbida, raffinata della Biblioteca di San Francesco, una immobile navicella spaziale». È nell'armonica misura albertiana applicata dall'architetto fanese Matteo Nuti, ritmata da colonne e tiranti, nel freddo contemplativo ma vitale di quegli spazi che si conservano decine di manoscritti, ricchi di straordinarie miniature, voluti da Novello per la prima biblioteca pubblica che la storia ricordi.
Tra i meriti della mostra, che si avvale di un bel video curato da Anna Zanoli, va lodata la ricostruzione archivistica condotta da Abati, Capellini, Fabbri e Riva e la sezione delle ceramiche per gran parte recuperate in campagne di scavi eseguite in quelle fosse che un tempo erano i pozzi neri dei palazzi di città, nei quali, oltre agli escrementi e ai rifiuti di ogni genere, venivano buttati anche i cocci di brocche e piatti rotti. Cocci che oggi, ripuliti dal tempo, sono preziosissimi documenti del tempo stesso.
Malatesta Novello magnifico signore
Fino al 30 marzo




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