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    Predefinito Troppi preti non sanno più il latino

    “TROPPI PRETI NON SANNO Più IL LATINO”

    Andrea Tornielli

    “Abbiamo deciso di fare in modo che l’antica e mai interrotta consuetudine della lingua latina sia conservata”. Così scriveva Giovanni XXIII nella Costituzione apostolica Veterum sapientia, solennemente firmata il 22 febbraio 1962, alla vigilia del Concilio. Gli oltre duemila vescovi del Vaticano II, poi, nel primo testo esaminato e approvato, la Costituzione sulla liturgia Sacrosanctum Concilium, avevano stabilito che “la lingua latina nei riti latini sia conservata”. Quarant’anni dopo il latino è scomparso del tutto non soltanto dalla liturgia ma anche dall’uso della Chiesa e in tanti pensano che il pur indispensabile e auspicato aggiornamento non doveva portare a far tabula rasa di una tradizione linguistica millenaria. Ne è convinto anche don Biagio Amata, preside della facoltà di Lettere del Pontificio Ateneo salesiano, che denuncia: “I preti non sanno più il latino. Oggi la lingua di Cicerone a scuola si studia male e anche nei seminari mancano docenti adeguati. Ci sono sacerdoti che non sanno nemmeno leggere le lapidi che hanno nelle loro chiese”. Decano del “Pontificium Istitutum altioris latinitatis”, don Amata ha organizzato a Troina, in provincia di Enna, un convegno sul disagio giovanile che si apre oggi. Una sessione – interamente in lingua latina – è dedicata proprio alla “Veterum sapientia” di Papa Giovanni, il testo che riaffermava l’importanza del latino nei programmi di studio dei seminaristi, e che oggi è a tal punto dimenticato da non comparire nemmeno nell’elenco dei documenti giovannei del sito internet della Santa Sede (www.vatican.va). “Il latino è un patrimonio dell’umanità – ha detto don Amata – affidato in particolare alla Chiesa cattolica. Non possiamo essere proprio noi a disperderlo”. Eppure, nella maggior parte delle parrocchie italiane, la lingua di Cicerone è tabù. Così la riscoperta del latino diventa un fenomeno di ritorno che rimbalza in Italia dall’estero, dai paesi anglosassoni, dopo che milioni di piccoli lettori hanno divorato i libri di J. K. Bowling e hanno imparato dalle avventure del maghetto Harry Potter qualche frase nella lingua dei romani. “L’unica seria motivazione che giustifica l’urgenza del rilancio del latino – spiega al Giornale il professor Giovanni Maria Vian, del Pontificio comitato di scienze storiche – è l’innegabile importanza culturale delle lingue classiche”. Più volte anche Giovanni Paolo II si è rammaricato per la scomparsa dell’antica lingua: “Sempre più raramente purtroppo – aveva detto nel novembre 1997 ricevendo i membri della fondazione “Latinitas” – il Papa ha occasione di sentire parlare la ‘regale lingua’ attorno a sé”.

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    Editoriale

    Se i preti non sanno più il latino


    Vittorio Morero

    Don Biagio Amata, preside della Facoltà di lettere dell'Università pontificia salesiana, ha ragione: «I preti non sanno più il latino. Il latino, a scuola, si studia male ed anche nei seminari mancano docenti adeguati. Ci sono dei sacerdoti che non sanno nemmeno leggere le lapidi che hanno nelle loro chiese». Ha ragione, ma il fenomeno ha origini lontane proprio dall'età in cui il latino veniva studiato e studiato molto e aggiungo studiato malissimo. Io ad esempio ho cominciato a studiare latino in prima media, al liceo traducevo i classici (purtroppo pochi) senza note, ho recitato lezioni di morale, di dogmatica e di Sacra Scrittura in latino, ma in realtà ho cominciato ad amare il latino quando ho fatto l'Università (laica) e ho studiato tutto Orazio, parte di Virgilio e Properzio. Cioè quando il latino non era solo una tecnica linguistica, ma un umanesimo, una poesia, un pensiero. Perciò si deve distinguere: c'è il latino classico, letterario, marcato da una estetica precisa e c'è il latino ecclesiastico che è della tarda latinità e non ci ha mai entusiasmato. Tenete conto che noi studiavamo su testi latini scritti in Belgio, il famoso Tanquerey per la dogmatica, il Génicot per la teologia morale, mentre per la Sacra Scrittura avevamo il Simon Prado, che era autore spagnolo. Certo questo latino, anche se non classico, ci ha insegnato la brevità dell'esposizione, l'amore per la sintesi, il vocabolo scultoreo, l'odio della prolissità, ma non era un latino entusiasmante né di grande valore estetico. E quindi c'è stato un disamore che si è ingrossato, anche perchè non i classici ci interessavano, ma gli autori cristiani che in teologia venivano studiati male con un'ora di lezione la settimana, la cosiddetta ora di patristica, che ripeteva il difetto della scuola italiana, che continua a studiare non la letteratura sui testi, ma la letteratura come commento storico. Quindi ho i miei dubbi che noi preti di antica data fossimo dei latinisti e soprattutto mi sembra che anche noi non siamo riusciti a trovare un nesso filologico fra il latino della traduzione della Scrittura, nonché il greco di alcuni testi sacri, e il latino e il greco che avevamo studiato a scuola. Non credo assolutamente che sia povertà culturale oggi non conoscere il latino ecclesiastico come lingua comune, quanto invece non avere strumenti per leggere i testi biblici e naturalmente le lapidi delle nostre chiese. Pertanto sarebbe bene che le nostre università non trascurassero mai l'approccio alle Scritture e quindi lo studio delle lingue originali della Bibbia che sono, oltre il latino, anche il greco e l'aramaico. Forse non riusciremo mai ad avere preti tutti latinisti, ma almeno preti che sappiano l'abc dell'esegesi biblica, ivi compresa una certa filologia propria. Così sarà buona cosa che nella comunità possa esserci un bravo insegnante di latino, forgiato dalle facoltà di lettere classiche delle nostre università, in grado di tradurre le lapidi e di tener desto questo nostro ricorrere alle fonti. Caricare il prete di questo obbligo quando già gli chiediamo di essere un buon teologo, un buon psicologo, un buon animatore di gruppo, un valido liturgista, è chiedere troppo e chi vuole troppo finisce per avere nulla. Piuttosto nei nostri seminari o facoltà teologiche dovrebbe essere curata meglio la cattedra di filologia biblica e di patristica. Preferisco un prete che conosca bene i libri che un prete latinista che relega nell'estetica linguistica la sua passione di pastore e di evangelista. Si possono ottenere anche le due cose assieme, ma allora non generalizziamo e diamo spazio alle vocazioni di ognuno. Pertanto seminaristi che studiano il latino, senz'altro, ma con esiti certi e non con facili e confuse generalizzazioni. Cognitio congrua linguarum Sacrae Scripturae et Traditionis valde faveatur, ma attenzione: faveatur ut contemplata aliis tradere possis. Evangelizzatori prima che linguisti.



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    COSTITUZIONE APOSTOLICA
    VETERUM SAPIENTIA


    del Papa Giovanni XXIII

    (SULLO STUDIO E L'USO DEL LATINO)

    L'antica sapienza, racchiusa nelle opere letterarie romane e greche, e parimenti i piú illustri insegnamenti dei popoli antichi devono essere ritenuti quasi aurora annunziatrice del Vangelo, che il Figlio di Dio, «arbitro e maestro della grazia e della scienza, luce e guida del genere umano» (1) ha annunciato su questa terra.
    Infatti i Padri e Dottori della Chiesa riconobbero in questi antichissimi e importantissimi monumenti letterari una certa preparazione degli animi a ricevere la celeste ricchezza, che Gesú Cristo «nel verificarsi della pienezza dei tempi» (2), comunicò ai mortali; da ciò appare chiaramente che, con l'avvento del Cristianesimo, non è andato perduto quanto di vero, di giusto, di nobile e anche di bello i secoli trascorsi avevano prodotto.
    Per la qual cosa la Santa Chiesa ebbe sempre in grande onore i documenti di quella sapienza e prima di tutto le lingue Latina e Greca, quasi veste aurea della stessa sapienza; accettò anche l'uso di altre venerabili lingue, che fiorirono nelle regioni orientali, che non poco contribuirono al progresso del genere umano e alla civiltà; le stesse, usate nelle cerimonie religiose o nell'interpretazione delle Sacre Scritture, hanno vigore anche oggi in alcune regioni, quasi non mai interrotte voci di un uso antico ancora vigoroso.
    Nella varietà di queste lingue certamente si distingue quella che, nata nel Lazio, in seguito giovò mirabilmente alla diffusione del Cristianesimo nelle regioni occidentali. Giacché, non senza disposizione della Divina Provvidenza accadde che la lingua, la quale per moltissimi secoli aveva unito tante genti sotto l'Impero Romano, diventasse propria della Sede Apostolica (3) e, custodita per la posterità, congiungesse in uno stretto vincolo, gli uni con gli altri, i popoli cristiani dell'Europa.
    Infatti, di sua propria natura la lingua latina è atta a promuovere presso qualsiasi popolo ogni forma di cultura; poiché non suscita gelosie, si presenta imparziale per tutte le genti, non è privilegio di nessuno, infine è a tutti accetta ed amica. Né bisogna dimenticare che la lingua latina ha nobiltà di struttura e di lessico, dato che offre la possibilità di «uno stile conciso, ricco, armonioso, pieno di maestà e di dignità» (4), che singolarmente giova alla chiarezza ed alla gravità.
    Per questi motivi la Santa Sede ha gelosamente vegliato sulla conservazione e il progresso della lingua latina e la ritenne degna di usarla essa stessa, «come magnifica veste della dottrina celeste e delle santissime leggi» (5), nell'esercizio del suo magistero, e volle che l'usassero anche i suoi ministri. Infatti questi uomini della Chiesa, ovunque si trovino, usando la lingua di Roma, possono piú rapidamente venire a sapere quanto riguarda la Santa Sede ed avere con questa e fra loro piú agevole comunicazione.
    «La piena conoscenza e l'uso di questa lingua, cosí legata alla vita della Chiesa, non interessa tanto la cultura e le lettere quanto la Religione» (6), come il nostro Predecessore di immortale memoria Pio XI ebbe ad ammonire; egli, essendosi occupato scientificamente dell'argomento, additò chiaramente tre doti di questa lingua, in modo mirabile conformi alla natura della Chiesa: «Infatti la Chiesa, poiché tiene unite nel suo amplesso tutte le genti e durerà fino alla consumazione dei secoli… richiede per sua natura un linguaggio universale, immutabile, non volgare» (7).
    Poiché è necessario, invero, che «ogni Chiesa si unisca nella Chiesa Romana» (8) e, dal momento che i Sommi Pontefici hanno «autorità episcopale, ordinaria e immediata su tutte le Chiese e su ogni Chiesa in particolare, su tutti i pastori e su ogni pastore e sui fedeli» (9) di qualunque rito, di qualunque nazione, di qualunque lingua essi siano, sembra del tutto conseguente che il mezzo di comunicazione sia universale ed uguale per tutti, particolarmente tra la Sede Apostolica e le Chiese che seguono lo stesso rito latino. Pertanto, sia i Pontefici Romani, quando vogliono impartire qualche insegnamento alle genti cattoliche, sia i Dicasteri della Curia Romana, quando trattano di affari, quando stendono dei decreti, che riguardano tutti i fedeli, sempre usano la lingua latina, che è accolta da innumerevoli genti, quasi voce della madre comune.
    Ed è necessario che la Chiesa usi una lingua non solo universale, ma anche immutabile. Se, infatti, le verità della Chiesa Cattolica fossero affidate ad alcune o a molte delle lingue moderne che sono sottomesse a continuo mutamento, e delle quali nessuna ha sulle altre maggior autorità e prestigio, ne deriverebbe senza dubbio che, a causa della loro varietà, non sarebbe a molti manifesto con sufficiente precisione e chiarezza il senso di tali verità, né, d'altra parte si disporrebbe di alcuna lingua comune e stabile, con cui confrontare il significato delle altre. Invece, la lingua latina, già da tempo immune da quelle variazioni che l'uso quotidiano del popolo suole introdurre nei vocaboli, deve essere considerata stabile ed immobile, dato che il significato di alcune nuove parole che il progresso, l'interpretazione e la difesa delle verità cristiane richiesero, già da tempo è stato definitivamente acquisito e precisato.
    Infine, poiché la Chiesa Cattolica, perché fondata da Cristo Nostro Signore, eccelle di gran lunga in dignità su tutte le società umane, è sommamente conveniente che essa usi una lingua non popolare, ma ricca di maestà e di nobiltà.
    Inoltre, la lingua latina, che «a buon diritto possiamo dire cattolica» (10), poiché è propria della Sede Apostolica, madre e maestra di tutte le Chiese, e consacrata dall'uso perenne, deve essere ritenuta «tesoro di incomparabile valore» (11) e quasi porta attraverso la quale si apre a tutti l'accesso alle stesse verità cristiane, tramandate dagli antichi tempi, per interpretare le testimonianze della dottrina della Chiesa (12) e, infine, vincolo quanto mai idoneo, mediante il quale l'epoca attuale della Chiesa si mantiene unita con le età passate e con quelle future in modo mirabile.
    Invero, nessuno può dubitare che la lingua latina e la cultura umanistica siano fornite di quella forza che è ritenuta quanto mai adatta a istruire e a formare le tenere menti dei giovani. Per suo mezzo, infatti, si educano, maturano, si perfezionano le migliori facoltà dello spirito; la finezza della mente e la capacità di giudizio si acuiscono; inoltre, l'intelligenza del fanciullo viene piú convenientemente formata a comprendere e a giudicare nel giusto senso ogni cosa; infine, si impara a pensare e a parlare con sommo ordine.
    Se si riflette su tutti questi meriti, si comprende perché i Pontefici Romani cosí frequentemente hanno sommamente lodato non solo l'importanza e l'eccellenza della lingua latina, ma ne hanno prescritto lo studio e la pratica ai sacri ministri dell'uno e dell'altro clero, senza omettere di denunciare i pericoli derivanti dal suo abbandono.
    Spinti anche Noi da questi gravissimi motivi, come i nostri Predecessori e i Sinodi Provinciali (13), con ferma volontà intendiamo adoperarci perché lo studio e l'uso di questa lingua, restituita alla sua dignità, faccia sempre maggiori progressi. Poiché in questo nostro tempo si è cominciato a contestare in molti luoghi l'uso della lingua Romana e moltissimi chiedono il parere della Sede Apostolica su tale argomento, abbiamo deciso, con opportune norme, enunciate in questo documento, di fare in modo che l'antica e mai interrotta consuetudine della lingua latina sia conservata e, se in qualche caso sia andata in disuso, sia completamente ripristinata.
    Del resto, quale sia il nostro pensiero su tale argomento, crediamo di averlo abbastanza chiaramente dichiarato quando rivolgemmo queste parole ad illustri studiosi del Latino: «Purtroppo vi sono parecchi che, esageratamente sedotti dallo straordinario progresso delle scienze hanno la presunzione di respingere o limitare lo studio del Latino e di altre discipline di tal genere… Precisamente mossi da questa necessità, Noi riteniamo che si debba intraprendere il cammino opposto. Poiché l'animo si nutre e compenetra di tutto ciò che maggiormente onora la natura e la dignità dell'uomo, con maggiore ardore si deve acquisire ciò che arricchisce ed abbellisce lo spirito, affinché i miseri mortali non siano freddi, aridi e privi di amore, come le macchine che fabbricano» (14).

    Dopo aver esaminato queste cose e dopo averle valutate attentamente, con sicura coscienza del Nostro ufficio e nell'esercizio della Nostra autorità, stabiliamo e ordiniamo quanto segue:
    1. Sia i Vescovi che i Superiori Generali degli Ordini religiosi si adoperino efficacemente perché nei loro Seminari e nelle loro Scuole, nelle quali i giovani vengono preparati al sacerdozio, tutti si conformino con impegno alla volontà della Sede Apostolica e obbediscano con la maggiore diligenza a queste Nostre prescrizioni.
    2. I medesimi Vescovi e Superiori Generali degli Ordini religiosi, mossi da paterna sollecitudine, vigileranno affinché nessuno dei loro soggetti, smanioso di novità, scriva contro l'uso della lingua latina nell'insegnamento delle sacre discipline e nei sacri riti della Liturgia e, con opinioni preconcette, si permetta di estenuare la volontà della Sede Apostolica in materia e di interpretarla erroneamente.
    3. Come è stabilito nelle disposizioni sia del Codice di Diritto Canonico sia dei Nostri Predecessori, gli aspiranti al Sacerdozio, prima di intraprendere gli studi ecclesiastici veri e propri, siano istruiti nella lingua latina con somma cura e con metodo razionale da maestri assai esperti, per un conveniente periodo di tempo, «anche per il motivo che, in seguito, avvicinatisi a discipline di maggior impegno… non accada che, ignorando la lingua, non possano giungere alla completa comprensione delle dottrine e nemmeno esercitarsi nelle dispute scolastiche, per mezzo delle quali le menti dei giovani si affinano alla difesa della verità» (15). E vogliamo che questa norma sia estesa anche a coloro che, chiamati per volontà divina a ricevere i sacri ordini in età avanzata, si applicarono poco o nulla agli studi umanistici. Nessuno, invero, deve essere introdotto allo studio delle discipline filosofiche o teologiche se non sia stato pienamente e perfettamente istruito in questa lingua e sappia bene usarla.
    4. Se in qualche paese, poi, per aver adottato un programma di studio proprio delle scuole pubbliche dello Stato, lo studio della lingua latina abbia subito delle diminuzioni, con danno di un insegnamento solido ed efficace, decretiamo che in tal caso sia completamente ripristinato l'ordine tradizionale dell'insegnamento di tale lingua per la formazione dei sacerdoti: poiché tutti devono persuadersi che, anche in questo campo, il metodo di istruzione dei futuri sacerdoti deve essere difeso scrupolosamente, non solo circa il numero ed i generi delle materie, ma anche relativamente ai periodi di tempo necessari per insegnarle. E se, qualora lo richiedano circostanze di tempo e di luogo, si debbano per necessità aggiungere delle discipline a quelle comuni, in tal caso o si prolunghi il corso degli studi o se ne compendi la trattazione, o, infine, se ne rinvii lo studio ad altro momento.
    5. Le piú importanti discipline sacre, come è stato assai spesso ordinato, devono essere insegnate in lingua latina, la quale, come lo dimostra l'esperienza di parecchi secoli, «è stimata la piú adatta a spiegare l'intima e profonda natura delle nozioni e delle forme con assoluta chiarezza e lucidità» (16); tanto piú che essa si è venuta arricchendo di vocaboli appropriati e precisi, adatti a difendere l'integrità della fede cattolica, e non poco adatta recidere ogni vuota verbosità. Per la qual cosa, coloro che nelle Università o nei Seminari insegnano tali discipline sono obbligati e a parlare in latino e ad usare testi scritti in latino. Se alcuni, ignorando la lingua latina, non sono nella possibilità di obbedire a queste prescrizioni della S. Sede, siano gradatamente sostituiti da docenti a ciò preparati. Se poi alunni e professori addurranno delle difficoltà, è necessario che queste siano vinte dalla fermezza dei Vescovi e dei Superiori religiosi e dalla buona disposizione dei docenti.
    6. Poiché la lingua latina è lingua viva della Chiesa, che dev'essere continuamente adattata alle crescenti necessità del linguaggio e arricchita con nuovi e appropriati e convenienti vocaboli, secondo una regola costante, universale e conforme allo spirito dell'antica lingua latina - regola che già seguirono i Santi Padri e i migliori scrittori «scolastici» - affidiamo l'incarico alla Sacra Congregazione dei Seminari e delle Università degli Studi di fondare un'Accademia di Studi Latini. A tale Accademia, nella quale occorre sia costituito un Collegio di Professori espertissimi in Latino e in Greco, chiamati dalle diverse parti del mondo, sarà soprattutto ordinato che, non diversamente da quanto accade per le Accademie nazionali costituite per l'incremento della lingua nazionale dei rispettivi paesi, provveda contemporaneamente ad un ordinato sviluppo dello studio della lingua latina e ad accrescere, se necessario, il lessico con parole adatte alla sua natura ed al suo carattere, e tenga, nello stesso tempo dei corsi sul latino di ogni epoca, ma soprattutto di quella Cristiana. In queste scuole saranno altresí istruiti ad una piú profonda conoscenza del latino, al suo uso, ad un modo di scrivere appropriato ed elegante quanti sono destinati o ad insegnarlo nei Seminari e nei Collegi ecclesiastici, o a scrivere decreti e sentenze, o a curare la corrispondenza nelle Congregazioni della Santa Sede, nelle Curie, nelle Diocesi, negli uffici degli Ordini religiosi.
    7. Poiché la lingua latina è strettamente connessa con quella greca, e per l'insieme della sua struttura e per l'importanza dei testi tramandati, è necessario che anche in questa siano istruiti, come molte volte i Nostri Predecessori hanno ordinato, i futuri ministri dell'arte fin dalle scuole inferiori e medie, affinché, quando si applicheranno alle discipline superiori e soprattutto se raggiungeranno i corsi accademici sulle Sacre Scritture e sulla Sacra Teologia, essi abbiano la possibilità di accostarsi e interpretare giustamente non solo le fonti greche della filosofia «scolastica», ma anche i testi originali delle Sacre Scritture, della Liturgia e dei Padri greci.
    8. Alla medesima Sacra Congregazione ordiniamo di predisporre un ordinamento degli studi sulla lingua latina, che tutti dovranno applicare con estrema diligenza, in modo che, quanti lo seguiranno, acquistino appropriata conoscenza e pratica della lingua stessa. Se il caso lo richiederà, le Commissioni degli Ordinari potranno regolare diversamente il programma, ma giammai mutarne o diminuirne la natura e il fine. Nondimeno, gli stessi Vescovi non si permettano di attuare le loro decisioni, se prima la Sacra Congregazione non le avrà esaminate ed approvate.
    Infine, in virtú della Nostra Apostolica Autorità vogliamo ed ordiniamo che quanto abbiamo stabilito, decretato, ordinato ed ingiunto con questa Nostra Costituzione resti definitivamente fermo e sancito non ostante qualsiasi prescrizione in contrario, pur degna di speciale menzione.

    Dato in Roma, presso San Pietro, il giorno 22 febbraio, Festa della Cattedra di San Pietro Apostolo, nell'anno 1962, quarto del Nostro Pontificato. Ioannes PP. XXIII


    NOTE

    1 - TERTULL., Apol., 21: Migne, P. L., 1, 394.
    2 - S. PAOLO, Epist. agli Efesini, 1, 10.
    3 - Epist. S. Congr. Stud. Vehementer sane ad Ep. universos, 1-7-1908: Enchirid. Cler. n° 830. Cfr. anche Epist. Ap.
    Pio XI Unigenitus Dei Filius, 19-3-1924: A.A.S. 16 (1924), 141.
    4 - Pio XI, Epist. Ap. Officiorum omnium, 1-8-1922: A.A.S. 14 (1922), 452-453.
    5 - Pio XI, Motu Proprio Litterarum Latinarum, 20-10-24: A.A.S.
    6 - Pio XI, Epist. Ap. Officiorum omnium, 1-8-1922: A.A.S. 14 (1922), 452.
    7 - Ibidem.
    8 - S. IRENEo, Adv. Hær, 3, 3, 2: Migne, P. G., 7, 848.
    9 - Cfr. C.I.C., can. 218, par. 2.
    10 - Cfr. Pio XI, Epist. Ap. Officiorum omnium, 1-8-1922: A.A.S. 14 (1922), 453.
    11 - Pio XII, Alloc. Magis quam, 23-11-1951: A.A.S. 43 (1951), 737.
    12 - Leone XIII, Epist. Encicl. Depuis le Jour, 8-9-1899: Acta Leonis XIII 19 (1899), 166.
    13 - Cfr. Collectio Lacensis, soprattutto vol. III, 1018 s. (Conc. Prov. Wesmonasteriense, a. 1859); vol. IV, 29 (Conc.
    Prov. Parisiense, a. 1849); vol. IV, 149, 153 (Conc. Prov. Rhemense, a. 1849); vol. IV, 359, 361 (Conc. Prov.
    Amenionense, a. 1849); vol. IV, 394, 396 (Conc. Prov. Burdigalense, a. 1850); vol. V, 61 (Conc. Prov.
    Strigoniense, a. 1858); vol. V, 664 (Conc. Prov. Colocense, a. 1863); vol. VI, 619 (Synod. Vicariatus
    Sutchenensis, a. 1803).
    14 - Al Congresso Internazionale Ciceronianis Studiis provehendis, 7-9-1959: in Discorsi, Messaggi, Colloqui del S.
    Padre Giovanni XXIII, I, pp. 334-335; cfr. anche Alloc. ad cives diocesis Placentinæ Roman peregrinantes habita,
    15-4-1959: su L'Osservatore Romano, 16-4-1959; Epist. Pater misericordiarum, 22-8-1961: A.A.S. 53 (1961);
    Alloc. in solemni auspicatione Insularum Philippinarum de Urbe Habita, 7-10-1961: su L'Osservatore Romano,
    9-10 ottobre 1961; Epist. Iucunda laudatio, 8-12-1961: A.A.S. 53 (1961), 812.
    15 - Pio XI, Epist. Ap. Officiorum omnium, 1-8-1922: A.A.S. 14 (1922), 453.
    16 - Epist. S. Congr. Stud. Vehementer sane ad Ep. universos, 1-7-1908: Enchirid. Cler. n° 821.

  4. #4
    Affus
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    La Madonna a Fatima ha detto che solo il portogallo restera fedele al dogma .

  5. #5
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    Famo a capisse ...

  6. #6
    Affus
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    Originally posted by Affus
    La Madonna a Fatima ha detto che solo il portogallo restera fedele al dogma .
    ....e non solo il Portogallo ma tutti coloro che si consacrano al Cuore Immacolato di Maria ......

 

 

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