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    Predefinito PINOCCHIO.Il burattino e la Giustizia Ingiusta.


  2. #2
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    Predefinito Re: PINOCCHIO.Il burattino e la Giustizia Ingiusta.

    Originally posted by Kiricrate
    D’altro lato la sommarietà:"A questo punto il dialogo fu interrotto da un piccolissimo rumore di passi, che si avvicinavano. Era il padrone del campo che veniva in punta di piedi a vedere se qualcuna di quelle faine, che mangiavano nottetempo i polli, fosse rimasta al trabocchetto della tagliuola.
    E la sua maraviglia fu grandissima quando, tirata fuori la lanterna di sotto il pastrano, s’accorse che, invece di una faina, c’era rimasto preso un ragazzo.
    - Ah, ladracchiolo!- disse il contadino incollerito, - dunque sei tu che mi porti via le galline?
    - Io no, io no! – gridò Pinocchio, singhiozzando. – Io sono entrato nel campo per prendere soltanto due grappoli d’uva!…
    - Chi ruba l’uva è capacissimo di rubare anche i polli. Lascia fare a me, che ti darò una lezione da ricordartene per un pezzo.
    E aperta la tagliuola, afferrò il burattino per la collottola e lo portò di peso fino a casa…
    - Oramai è tardi e voglio andare a letto. I nostri conti li aggiusteremo domani…
    …Detto fatto, gl’infilò al collo un grosso collare tutto coperto di spunzoni di ottone, e glielo strinse in modo da non poterselo levare passandoci la testa dentro. Al collare c’era attaccata una lunga catenella di ferro: e la catenella era fissata nel muro…
    …A quell’abbaiata, il contadino saltò dal letto e, preso il fucile e affacciatosi alla finestra, domandò:
    - Che c’è di nuovo?- Ci sono i ladri – rispose Pinocchio.
    - Dove sono?
    - Nel pollaio.
    - Ora scendo subito.
    E infatti, in men che non si dice amen, il contadino scese: entrò di corsa nel pollaio e, dopo avere acchiappate e rinchiuse in un sacco le quattro faine, disse loro con accento di vera contentezza:
    - Alla fine ci siete cascate nelle mie mani! Potrei punirvi, ma sì vil non sono! Mi contenterò, invece, di portarvi domani all’oste del vicino paese, il quale vi spellerà e vi cucinerà ad uso di lepre dolce e forte. E’ un onore che non vi meritate, ma gli uomini generosi come me non badano a queste piccolezze…
    ".

    La vicenda della “cattura” di Pinocchio è vicenda antitetica all’arresto ed al Processo: caratteristica fondamentale della “cattura” è la sommarietà della reazione del contadino: sommarietà, cioè Non Procedura, antitetica alla non sommarietà, cioè Procedura, delle altre due situazioni.
    Ma anche in tale caso la Non Procedura è fonte di Non Giustizia.
    Innanzitutto: il contadino sanziona il furto di Pinocchio come fosse concorrentemente un furto d’uva e di animali: la “misura cautelare” del collare si fonda in maniera esclusiva su una presunzione di furto ( “Chi ruba l’uva è capacissimo di rubare anche i polli” ), senza tenere conto delle difese del burattino e dell’eventuale “stato di necessità” connesso al furto di cibo; è chiaro come la condanna di Pinocchio sia una misura contro l’innocente: la presunzione di reato è violazione del principio della presunzione di innocenza ( ritorno costante del rischio di incriminazione dell’innocente ).
    Il rischio di incriminazione dell’innocente, in relazione ad una situazione di sommarietà, è rischio estremo: il burattino rischia infatti la sorte delle faine, una condanna alla sanzione definitiva, la morte; condanna alla sanzione definitiva derivante dalla decisione arbitraria del contadino.
    Forse la Giustizia sommaria del contadino è azione efficace ( le faine, ree dei furti, sono messe in condizioni di non nuocere ); ma non riesce a ridurre il rischio dell’incriminazione dell’innocente (ed il rischio estremo della sanzione definitiva all’innocente ).Viene alla luce la tendenza collodiana a non riconoscere attuabile né all’interno di una concezione “iurisdizionale” né all’interno di una concezione “sociale” l’idea di Giustizia: la “iurisdictio” rea di non evitare il rischio dell’incriminazione dell’innocenza; la concezione “sociale” di condurre sovente a risultati di sanzione arbitraria e definitiva del reo ( e non raramente dell’innocente)
    Interessanti e condivisibili (se pure un poco complicate) le sue riflessioni, egregio Sig. Kirikrate!

    Sempre sul tema della giustizia-ingiustizia, aggiungerei - se m'è consentito - una piccola nota che riguarda l'episodio che ho riportato, come dite voialtri forumisti della P.O.L., "in quote".

    Siamo - se non si fosse capito - al punto in cui il villanello dell'uva ha preso Pinocchio e lo ha obbligato a stare nella cuccia a guardia del pollajo, e, per la precisione, a far le veci del cane Melampo, deceduto, per l'appunto, da poche ore. Uva o non uva, non comprendo per quale motivo, egregio Sig. Kirikrate, nel trascrivere il suddetto passo del capolavoro collodiano, lei abbia volutamente omesso l'episodio notturno delle faine. Episodio che non è da pigliare a gabbo, come potrebbe apparire ad una lettura superficiale.
    Ebbene: mi pare doveroso riassumere brevemente quel giojello che è la nottata del nostro burattino a guardia delle galline del pollajo.
    Cosa succede a quel povero disgraziato di Pinocchio?
    Succede che mentre è nella cuccia, imprigionato, a svolger le mansioni del fu Melampo, o meglio, come dice Collodi, a "dormire saporitamente", il burattino di legno principia ad avvertire, verso la mezzanotte, degl'insoliti rumori provenienti dall'aja; anzi, più che di rumori, si tratta di "un bisbiglio" e di "un pissi-pissi di vocine strane".
    Affacciandosi dalla cuccia s'accorge, il nostro, della presenza di quattro "bestiuole di pelame scuro, che pajono gatti", ma che, in realtà, sono faine venute apposta per depredare il pollajo del contadino.
    Una delle faine s'avvicina alla cuccia e saluta Pinocchio, credendo, però, di trovarsi di fronte Melampo. C'è da capirla e c'è da capire anche la sua reazione.
    Dice Pinocchio: - Io non sono Melampo; sono Pinocchio, un burattino. Melampo è deceduto questa mattina. -
    Ecco allora che la vispa bestiola spiega esaurientemente al suo nuovo interlocutore quali siano i rapporti (e i patti) tra lei e la buon'anima di Melampo: le faine, d'accordo col cane, rubano settimanalmente otto galline: una la lasciano a Melampo, a patto che non svegli il contadino, e le altre sette le portano via con sé. Le faine, dunque, sono (anzi, erano) d'accordo con Melampo ai danni del villanello...
    Non mi pare, egregio Sig. Kirikrate, un episodio marginale, ma, anzi, parecchio significativo all'interno del motivo conduttore della giustizia e della malagiustizia.
    Il cane Melampo rappresenta "il tutore dell'ordine" (è un cane, ma potrebbe essere un gendarme, un ufficiale, un magistrato, un giudice... un finanziere), mentre le faine sono "coloro che tramano contro l'ordine" o contro il sistema. E guarda caso queste due "parti" che, per definizione, dovrebbero mantenere ruoli e posizioni ben distinte, perennemente in contrasto e in conflitto, appajono invece pappa e ciccia. Entrambe su un'unica sponda; entrambe appattate a' danni del povero contadino...
    Mi vengono in mente tante cose: storie di finanzieri d'accordo co' contrabbandieri, storie di finanzieri d'accordo con gli scafisti o co' trafficanti di droga, storie di guardie giurate d'accordo co' ladri... e storie di fattori, soprattutto (io sono un uomo di campagna, che ben conosce la campagna e che molto, suo malgrado, ha avuto a che fare con l'infame razza dei fattori).
    Brutta classe, quella degl'intermediari!

    Ah!
    La genialità del Collodi!
    In Collodi c'è tutto, amico mio...

    Mi dispiace solo che le nuove generazioni conosceranno un capolavoro come le Avventure di Pinocchio solo attraverso la mediocre rilettura che ne ha dato quel personaggio - a me poco simpatico - di Roberto Benigni...

    Mah!
    Che le devo dire?

    Spero di non essere andato fuori tema con le mie osservazioni!

    Cordiali saluti,

    G.L.-

    P.S. Ho fatto riferimento, nelle mie modeste note, all'edizione C. COLLODI, Le avventure di Pinocchio, con illustrazioni di A. MUSSINO, Firenze, Giunti, 1981, cap. XXII, pp. 127-130.

  3. #3
    Omo de Panza
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    E' tutto molto interessante. Copio-incollo un articolo che avevo conservato, piuttosto interessante nell'ottica dell'esegetica pinocchiesca. Salutoni.

    Maurizio Crippa
    UN BURATTINO “NATURAL BORN CHRISTIAN”?
    Dal cardinal Biffi a Benigni, tutti i tentativi di battezzare Pinocchio

    Il foglio 22-10-2002

    Anche il circospetto Benigni, che per filosofica opzione di marketing aveva tentato di tenersi equidistante da tutto e dalla religione in primis, a un certo punto non ce l’ha fatta più. Nell’intervista con Maestro Ciliegia Scalfari ha tirato in ballo Gesù: “Quando viene impiccato dal Gatto e la Volpe, pronuncia esattamente le parole di Cristo in Croce. ‘Babbo, Babbo, perché non sei qui’”. Persino un accreditato gattone volpone della critica collodiana come Pietro Citati non ha evitato la tagliola e ha dedicato la sua disquisizione su Repubblica al “Vangelo di Benigni”, al “Pinocchio secondo Benigni”. Niente da fare, quello religioso è un sottogenere canonico nelle sovrainterpretazioni delle “Avventure”. E non basterà a offuscarlo il polverone sollevato attorno al film da decreti Cerami, Meduse assassine e Pinocchi da MicroMega. Dibattito che, a ben guardare, si regge tutto sul necessario equivoco tra il “natural born Pinocchio” Benigni e l’“innatural born” Pinocchio. Va detto che qualche autorizzazione all’attesa religiosa Benigni l’aveva pur rilasciata.
    L’ultima volta che era apparso alla tv aveva recitato l’Inno alla Vergine di Dante, la più alta sintesi della cristianità in lingua italiana. E sempre al Gran Padre toscano il nostro deve la laurea ad honorem. Ma dev’esserci qualche motivo più profondo se tutte le volte che si parla di Pinocchio la lingua batte, dolorosa o gaudiosa, su Dio e sul cristianesimo in particolare. La favola si presta. “E se il prossimo film su Pinocchio dovesse farlo lei”?, aveva chiesto malizioso, un paio d’anni fa, Sandro Magister a Giacomo Biffi. Il cardinale di Bologna va noto, tra l’altro, per essere autore di un brillante, appassionato e intemerato tentativo di battezzare Pinocchio come l’avventura di un povero
    cristiano. Il frutto della sua esegesi Biffi lo pubblicò nel 1977 in un libro di saporiti guizzi polemici, “Contro Maestro Ciliegia”, di recente rieditato. Per il cardinale il meschino Ciliegia è nientemeno che “il maestro dell’antifede”, uno che “non vuole andare al di là di quello che vede e tocca. La logica non gli manca, gli difetta la fantasia”.
    Invece non v’è dubbio: la storia del burattino che il suo creatore chiama subito e sorprendentemente “figliolo”, del burattino “che alla fine figlio lo diventa per davvero” dopo aver patito e schivato mille dannazioni, è un’allegoria della “storia cristiana della salvezza”. Perché “il destino ultimo è partecipare alla vita del padre”. Biffi ama Pinocchio di un amore totale fin da piccolo, e pur di strapparlo ai miscredenti non si ferma davanti alle critiche e nemmeno davanti a certe piccole evidenze. Collodi mazziniano? Sì, ma pentito. Massone? Ma se ha sempre vissuto con la mamma, una pia donna. Per coincidenza, nel 1977 uscì un altro libro dedicato al Burattino, la riscrittura letteraria di Giorgio Manganelli, “Pinocchio: un libro parallelo” (anche questo appena ripubblicato da Adelphi). Cupa e lunare, è una lettura gotica, piena di simboli e incubi delle “Avventure”. Che per Manganelli sono l’attraversamento del Regno dei Morti, altro che cammino salvifico. Ma non ditelo a Biffi, per lui “la struttura oggettiva del racconto” è “perfettamente conforme alla vicenda salvifica proposta dal cristianesimo”.
    Eppure, tra le interpretazioni, quelle che insistono sul lato pagano e agreste, se non decisamente esoterico e iniziatico del Burattino hanno più di una ragion d’essere. Se non altro per via di quell’accidente filologico, di quell’inaggirabile inciampo testuale,
    insomma per via del capitolo XV, quello in cui Pinocchio muore impiccato dagli assassini in una notte di tregenda e Carlo Lorenzini in arte Collodi, fratel muratore Carlo secondo alcuni, scrisse la parola fine e lì la piantò. Ultima puntata, fine delle “Avventure”.
    Prima che la necessità e l’insistenza dei “piccoli lettori” decretassero la resurrezione dell’eroe e imponessero all’autore di continuare (ma più svogliato, secondo la critica esoterica), verso una conclusione assai diversa. Visto dalla notte nera del capitolo XV, il percorso ad infera risulta più attendibile, come senso recondito della fabula, che non quello ad Deum caro al cardinale. Biffi se ne fa un baffo, accusa il dato ma hegelianamente lo supera in una nuova dimensione (l’episodio servirebbe solo a farci “comprendere il mistero della morte”). E poi, che diamine, il “secondo” Pinocchio Collodi l’ha comunque scritto. E tra Fata redentrice, Purgatorio del lavoro e Giona nella balena si presta un po’ di più alla lettura biffiana.
    Se l’intrepretazione cristiana sembra unpo’ stretta, anche quelle esoteriche di gamma hard, quelle che vedono il Tronco di Legno
    come fulgido interprete della “Grande Opra”, stanno in piedi con qualche forzatura di troppo. Un esempio di interpretazione esoterica hard è il “Pinocchio e i simboli della ‘Grande opra’”, di Nicola Coco e Alfredo Zambrano. Per i due le “Avventure”, oltre che un contributo della Massoneria alla pedagogia dell’Italia unita, e fin qui nulla di nuovo, sono essenzialemente un’opera
    iniziatica, trama e ordito della più fine e millenaria tradizione misterica, dai culti di Iside in giù. Un libro magico, dove a ogni banale dettaglio corrispondono infiniti riamandi alchemici.
    Probabile che Collodi fosse solo un vecchio mazziniano più dotto del sospettabile, non un Cagliostro e neppure un don Bosco.
    Insomma le “Avventure” sono una grande fiaba con la grinta quasi di un mito antico. Ma se proprio si volesse decidere a che religione appartenga Pinocchio, toccherebbe introdurre nell’armamentario teologico anche un “argumentum ad noiam”. Se il Burattino, una volta diventato bambino, cristiano o framassone che sia diventa semplicemente noioso – come ben sanno tutti i piccoli lettori – se insomma l’esito del processo è una Nuova Umanità noiosa, qualcosa non quadra ed è meglio stare alla larga. Del resto l’“argumentum ad noiam” inficia anche un altro gran personaggio della letteratura italiana, l’Innominato. Canagliescamente vivo nell’esistenza mascalzona, appasionatamente umano nella gran Notte e nel mattutino incontro con un cardinale che la sa lunga su uomini e libri (non Biffi, no), diventa subito noioso non appena si passa all’elenco delle sue nuove azioni buone. Sarà la banalità del bene?
    E qui bisogna tornare a Benigni (al “natural born christian” Benigni?) e spezzare una lancia in suo favore. Tenendosi lontano
    dalla religione, sul finale ha una bella intuizione, forse debitrice a Manganelli. Quella di non “uccidere” il Burattino, che come un’ombra permane al fianco del Pinocchio-Bambino, quasi a liberarlo da ogni coazione alla Morale. C’è invece una farfalla turchina che svolazza nel cielo. Sarà la Divina Grazia, saranno le ali della libertà.

  4. #4
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    Predefinito Il cane Alidoro - Il pescatore verde - Pinocchio e Gesù Cristo.

    1) Altro episodio a mio parere significativo: quello del cane Alidoro.
    Pinocchio, dopo esser stato arrestato in seguito al ferimento di Eugenio, colla scusa d'andare a ripigliare il cappello che gli è volato, fugge dai gendarmi.
    E questi, dal canto loro, gli aìzzano dietro, per inseguirlo, il cane Alidoro che - spiega Collodi - "aveva guadagnato il primo premio in tutte le corse dei cani". E' velocissimo, il cane Alidoro (mastino come i "giandarmi" di Acchiappa-citrulli) e sta quasi per raggiungere Pinocchio. Ma il burattino si salva, spiccando un salto "come avrebbe potuto fare un ranocchio" nell'acqua del mare. Per isbaglio, però, si tuffa in acqua anche il cane che non sa nuotare e rischia d'affogare.
    Cosa fa allora Pinocchio? Cosa fa allora il nostro amato e discolo burattino di legno?
    Anziché lasciar morire il can-mastino che sino a pochi istanti prima gli era corso dietro come una furia, si muove a compassione e, "presolo per la coda con tutt'e due le mani" lo mette in salvo sulla spiaggia. Il cane, a quel punto, grato al burattino, si congeda da lui come si fa con un amico e lo lascia andar libero (gli salverà, a sua volta, la vita dopo appena poche pagine).
    Bellissimo episodio (che non a caso è stato sfacciatamente ignorato dal guitto di Vergajo)! L'ex-inseguito salva il suo ex-inseguitore. La vittima salva il carnefice che gli è addirittura riconoscente. E' il trionfo della pietà, della fratellanza e della gratitudine. E' l'annullamento dei ruoli in nome de' buoni sentimenti (anche se, come ho detto più volte, io sono contrario, in linea di principio al concetto di amicizia). L'eterno contrasto tra pietà e senso del dovere...
    Mi viene in mente una situazione simile a questa (se la memoria di non m'inganna), ma con esito diverso, un po' più drammatico: anche il Gianni Valjean di Vittorio Hugo salva la vita (o qualcosa del genere) all'eterno nemico Ispettore Javert, che per anni e anni lo ha inseguito in ogni dove. Javert, dal canto suo, si trova spiazzato e, pur avendone l'occasione, non ha più il coraggio d'arrestare il suo salvatore. Si sente crollare il mondo addosso per non aver compiuto il suo dovere e si lascia precipitare dal ponte nelle acque della Senna (sarebbe bello riportare il passo; mi pare che si parlasse proprio di una bilancia)...
    Qui però mi accorgo che sto andando fuori tema.

    2) E la rete del Pescatore Verde, dentro la quale il povero Pinocchio finisce sùbito dopo aver salutato Alidoro, può avere un nesso - a suo avviso - con il motivo della giustizia e della ingiustizia?
    Io so solo, nella mia confusione mentale, che le pagine del Pescatore Verde sono tra le più spassose ed esileranti di tutto il libro. Trovandosi sul punto di finire nell'olio bollente d'una padella, assieme a naselli, sogliole e mùggini (anche qui accusato ingiustamente come nel paese d'Acchiappa-citrulli), il nostro eroe, per salvarsi, afferma, con orgoglio, di non essere un pesce, ma un burattino.
    E cosa risponde il Pescatore Verde, suo interlocutore?
    "Un burattino? [...] Dico la verità, il pesce burattino è per me un pesce nuovo..." Inutili sono tutti i tentativi di Pinocchio di difendersi dall'accusa di... itticità: il Pescatore Verde l'ha bollato come "pesce burattino" e non c'è verso che muti parere.
    Che bell'episodio! Ah, Sig. Kirikrate! Quante riflessioni si potrebbero fare...! Il Pescatore Verde mi fa venire alla mente quelle persone tutte chiuse nel loro particulare che, per interpretare razionalmente i fenomeni della vita, o, comunque, tutto ciò che non rientra nei loro schemi paraocchieschi, tendono sempre e comunque a rapportare e ad incasellare tutto negli angusti confini delle loro realtà... Il P.V. non ha mai visto un burattino, ma per lui, che conosce solo i pesci, le reti e le padelle, non può essere altro che un pesce...
    Ahhhhhh... Questa è poesia...! Questo è genio, illustrissimo Sig. Kirikrate...! Io rido e mi commuovo allo stesso tempo, quando leggo le pagine del Pescatore Verde!
    Ma anche in questa circostanza, il Benigni Roberto la pensa diversamente da me (la figura del Pescatore Verde, assente nel film, è solo in parte ravvisabile nel banale Mangiafoco-burattinòfago)...
    Comunque... sono di nuovo fuori tema...

    3) Sig. Penthotal! A proposito del rapporto tra Gesù Cristo e il burattino Pinocchio, proprio jeri mi veniva in mente un piccolo particolare comune ai due personaggi: quello del "padre" anziano e falegname.
    La figura del vecchio "padre" Geppetto, infatti, può far pensare all'altrettanto vecchio padrigno di Gesù (padre putativo, dicono i preti nella loro eufemistica e sfacciata ipocrisia): entrambi hanno una certa età, entrambi non sono veri e propri padri ed entrambi sono falegnami. Inoltre sia Gesù che Pinocchio sono figli (adolescenti) ribelli e contestatari che s'allontanano da casa molto presto... Gesù è un ribelle consapevole e motivato. Pinocchio, forse, lo è un po' meno.
    Non so se sia un discorso valido. Io, co' miei esigui ed esili strumenti, non sono in grado d'approfondire ulteriormente il concetto (come peraltro mi garberebbe).

    Cordiali saluti a tutti e buona notte,

    G.L.-

  5. #5
    Omo de Panza
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    Interessante. Premetto che non ho letto il libro collodiano, ho scaricato l'e-book, una bella versione (se vuole, esimio Goyassel, le indichierò come scaricarlo), ma non ho avuto tempo e forse voglia di leggerlo. Una sola cosa mi preme constatare, visto che parla spesso del "guitto di Vergajo": l'amore che lei mi sembra avere per il libro è idenico all'amore che, stando alle sue dichiarazioni e alle sue interviste, ha il guitto stesso. Possibile che, a suo parere, il risultato finale (parlo del suo film) sia così poco "amoroso" e riuscito (non dico come film, quello lo so giudicar da me, e non bene: parlo del rapporto con il testo)? Mi piacerebbe sapere cosa ne pensa, e magari anche il giudizio di Kiricrate. Salutoni.

  6. #6
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    Originally posted by Pentothal
    Interessante. Premetto che non ho letto il libro collodiano, ho scaricato l'e-book, una bella versione (se vuole, esimio Goyassel, le indichierò come scaricarlo), ma non ho avuto tempo e forse voglia di leggerlo. Una sola cosa mi preme constatare, visto che parla spesso del "guitto di Vergajo": l'amore che lei mi sembra avere per il libro è idenico all'amore che, stando alle sue dichiarazioni e alle sue interviste, ha il guitto stesso. Possibile che, a suo parere, il risultato finale (parlo del suo film) sia così poco "amoroso" e riuscito (non dico come film, quello lo so giudicar da me, e non bene: parlo del rapporto con il testo)? Mi piacerebbe sapere cosa ne pensa, e magari anche il giudizio di Kiricrate. Salutoni.
    In tutta sincerità, mio gentile interlocutore, non riesco ad immaginare cosa sia una vita senza Pinocchio. Non s'offenda, la prego: non si tratta d'un rimprovero o d'un rimbrotto. E' solo una constatazione. Una constatazione e un'ammissione d'incredulità (la mia). Perché per me - e ben prima che esplodesse questa fatua moda, nata sulla scia del film di Benigni - Pinocchio è da anni uno straordinario compagno di viaggio, una specie d'angelo custode che mi sta allato ogni istante della mia vita. Non solo il protagonista di un libro che adoro, ma anche un amico, un parente, una presenza costante. Lui e i suoi casi. (Qualcuno, ma non mi ricordo chi fosse, disse le stesse cose che sto dicendo io su Pinocchio, a proposito del Tristram Shandy sterniano...). Pensare che si possa vivere senza questa presenza mi provoca un certo stupore e una certa curiosità... E pensare che, proprio ultimamente, mi sto rendendo conto che siete in tanti a non conoscere o a conoscere questo capolavoro in maniera superficiale...
    Io, dal canto mio, considero Pinocchio insostituibile. Insostituibile per sorridere (ho detto sorridere; non ridere che è cosa ben più semplice), insostituibile per riflettere, insostituibile per comprendere meglio la realtà che mi circonda... Quando penso alla pagina del consulto dei tre medici al capezzale del burattino o a quella del Tribunale d'Acchiappa-citrulli e della successiva amnistia, io mi sciolgo, piango dalla soddisfazione, vado in brodo di giùggiole (ma il Benigni pare insensibile anche a questo)...
    Pinocchio è un vero capolavoro...
    Collodi è stato l'unico, in tanti secoli, che è riuscito, non dico a superare e non dico neanche a raggiungere, ma ad avvicinarsi (questo sì) alla vetta di Dante. L'unico. L'unico che è riuscito, con tanta maestria, con tanta poesia, con tanta genialità, a creare un equilibrio così perfetto, così soave tra il realismo più crudo (il realismo dei tribunali e dei "giandarmi"... il realismo del lavoro, della scuola, dei maestri, dei genitori... il realismo della fame e della povertà) e la fantasia più lieve e giocosa. Una contaminazione sublime... eccezionale... meravigliosa... (con questa serie d'aggettivi mi par d'essere Paolo Limiti!) Un armonioso equilibrio tra la ferrea logica de' rapporti umani (Darwin e Hobbes svolazzano nel cielo come avvoltoj...) e la graziosa levità della fantasia e del non-senso...
    Ah! Non mi faccia commuovere, per carità.... Non mi faccia pensare al quella sublime invenzione che è la lumachina della Fata... Ma se lo immagina, Sig. Pentothal? Una lumaca vera e propria impiegata in una casa come cameriera... Una lumaca che per andare ad aprire alla porta impiega ben due ore...
    Questa è genialità pura!

    Lei dice che io e il Benigni Roberto siamo accomunati da un grande amore per il Capolavoro Collodiano. Mah! Cosa risponderle? Di me sono sicuro e l'ho detto e ripetuto dianzi. Sul "guitto" non saprei.
    Le possibilità son due: o il Benigni ama Pinocchio, ma non è riuscito a comprenderne appieno la profondità e la poesia; o, forse, il Benigni ha capito benissimo Pinocchio, ma ha scelto di stuprarlo e di banalizzarlo per renderlo più... commerciabile. In entrambi i casi il prodotto che ne è venuto fuori a me pare assai banale, esile e grossolano. Lui, poi, il regista e protagonista della pellicola, non è stato in grado minimamente di "calarsi" nel personaggio di Pinocchio. Tanto era stato bravo nel creare e nell'interpretare il Guido Orefice della Vita è bella (tutta un'altra cosa!), quanto è stato mediocre nel film di cui stiamo parlando. Seguendo il Pinocchio non si ha mai l'impressione di trovarsi dinanzi a Pinocchio e nemmeno dinanzi ad un altro personaggio; ma sempre e comunque dinanzi a Roberto Benigni-Braschi. Il peso della sua preponderante personalità (mi si perdoni la ridondanza) è riescito a oscurare, a schiacciare e a violentare una delle figure più delicate e geniali non solo della nostra letteratura, ma della nostra cultura, del nostro mondo, della nostra vita.
    Di questo passo, conoscendo l'ambizione del Benigni e la sua mancanza di senso della realtà, non mi stupirei certo se un domani ci proponesse una sua... Lectura Dantis... Dio ci liberi! Se lo immagina, Sig. Pentothal? Un film sulla Commedia con lui ne' panni di Dante e la scialba consorte in quelli di Beatrice...! Padre, Figlio e Spirito Santo!
    Guardi: se proprio debbo sforzarmi per trovare qualcosa che m'è piaciuto nel film, ammetto che ho trovato incantevoli i panorami e i paesaggi (mi pare che però siano umbri, non toscani) e molto simpatica l'inquadratura degli ingranaggi del bìndolo. Poi non mi viene in mente altro. Anzi: una cosa, forse. Il personaggio di Medoro (il cane-cocchiere) a cui è stato dato - e non a torto - molto più spazio di quanto gliene fosse concesso nel libro. Punto e basta.
    Le trovate benignesche non sanno di nulla: pacchianotto il motivo conduttore del "lecca-lecca-al-mandarino-che-è-la-fine-del-mondo" e pacchianotta la farfallina turchese che svolazza in ogni dove... Per non parlare di Lucignolo che spunta da tutte le parti...

    Ma adesso mi fermo perché, seguitando ad andare fuori tema, non vorrei vedere montare in collera il già fin troppo paziente Sig. Kirikrate.
    Tornerò sul mediocre film Pinocchio e sui suo' rapporti con il Capolavoro Collodiano nei prossimi giorni. Magari sul forum della "Accademia".

    Cordiali saluti,

    Goyassel La Zucca.

    P.S. - Un consiglio: acquisti un'edizione non virtuale di Pinocchio di Collodi, con belle illustrazioni, e se la legga - tutta d'un fiato - la prossima domenica. Non se ne pentirà.

  7. #7
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    Originally posted by Goyassel La Zucca
    [...] Lei dice che io e il Benigni Roberto siamo accomunati da un grande amore per il Capolavoro Collodiano. Mah! Cosa risponderle? Di me sono sicuro e l'ho detto e ripetuto dianzi. Sul "guitto" non saprei.
    Le possibilità son due: o il Benigni ama Pinocchio, ma non è riuscito a comprenderne appieno la profondità e la poesia; o, forse, il Benigni ha capito benissimo Pinocchio, ma ha scelto di stuprarlo e di banalizzarlo per renderlo più... commerciabile. In entrambi i casi il prodotto che ne è venuto fuori a me pare assai banale, esile e grossolano. Lui, poi, il regista e protagonista della pellicola, non è stato in grado minimamente di "calarsi" nel personaggio di Pinocchio. Tanto era stato bravo nel creare e nell'interpretare il Guido Orefice della Vita è bella (tutta un'altra cosa!), quanto è stato mediocre nel film di cui stiamo parlando. Seguendo il Pinocchio non si ha mai l'impressione di trovarsi dinanzi a Pinocchio e nemmeno dinanzi ad un altro personaggio; ma sempre e comunque dinanzi a Roberto Benigni-Braschi. Il peso della sua preponderante personalità (mi si perdoni la ridondanza) è riescito a oscurare, a schiacciare e a violentare una delle figure più delicate e geniali non solo della nostra letteratura, ma della nostra cultura, del nostro mondo, della nostra vita.
    Di questo passo, conoscendo l'ambizione del Benigni e la sua mancanza di senso della realtà, non mi stupirei certo se un domani ci proponesse una sua... Lectura Dantis... Dio ci liberi! Se lo immagina, Sig. Pentothal? Un film sulla Commedia con lui ne' panni di Dante e la scialba consorte in quelli di Beatrice...! Padre, Figlio e Spirito Santo!
    Guardi: se proprio debbo sforzarmi per trovare qualcosa che m'è piaciuto nel film, ammetto che ho trovato incantevoli i panorami e i paesaggi (mi pare che però siano umbri, non toscani) e molto simpatica l'inquadratura degli ingranaggi del bìndolo. Poi non mi viene in mente altro. Anzi: una cosa, forse. Il personaggio di Melampo (il cane-cocchiere) a cui è stato dato - e non a torto - molto più spazio di quanto gliene fosse concesso nel libro. Punto e basta.
    Le trovate benignesche non sanno di nulla: pacchianotto il motivo conduttore del "lecca-lecca-al-mandarino-che-è-la-fine-del-mondo" e pacchianotta la farfallina turchese che svolazza in ogni dove... Per non parlare di Lucignolo che spunta da tutte le parti...

    Ma adesso mi fermo perché, seguitando ad andare fuori tema, non vorrei vedere montare in collera il già fin troppo paziente Sig. Kirikrate.
    Tornerò sul mediocre film Pinocchio e sui suo' rapporti con il Capolavoro Collodiano nei prossimi giorni. Magari sul forum della "Accademia".

    Cordiali saluti,

    Goyassel La Zucca.

    P.S. - Un consiglio: acquisti un'edizione non virtuale di Pinocchio di Collodi, con belle illustrazioni, e se la legga - tutta d'un fiato - la prossima domenica. Non se ne pentirà.[/size][/font]
    Ha perfettamente ragione a "bacchettarmi" gentilmente: queste opere sono tra quelle cose che è sempre opportuno farsi un'idea dalla fonte originale. Penso anche, per esempio, alla versione disneyana, che, se non immagino male, è ancora più colpevole di non aver saputo capire l'opera collodiana. Mi ricordo, bimbino, ricordi sfumati aleatori impalpabili, i miei genitori mi portarono a Collodi, al parco dedicato a Pinocchio: quanto mi rimase impressa la grande balena! praticamente mi ricordo solo qualla, e una generale atmosfera di disarmo: e parlo di tanti anni fa, chissà com'è ora...
    So, per sentito dire, che anche il maestro Carmelo Bene interpretò il burattino: anche di questo non ho conoscenza diretta, ma mi piacerebbe sapere cosa ne pensa...
    Quanto a Benigni: anche a me il film è dispiaciuto. E condivido molte delle sue osservazioni (soprattutto sulla difficoltà di intepretare Pinocchio senza interpretare se stesso che interpreta Pinocchio: ma questo può esser problema di chi guarda: chissà se lo vedesse qualcuno che Benigni non sappia nemmeno chi sia). Eppure di una cosa sono certo (nei limiti in cui si può esser certi del pensiero altrui): che, a spingerlo in quest'impresa, c'era un amore fortissimo per l'opera collodiana. Fare un film su un testo letterario è sempre una forzatura, fai sempre, imprescindibilmente, violenza al testo. Al di là delle diversità ermeneutiche, quello che dovrebbe comunque uscir fuori è l'amore e il rispetto del testo: e mi sorprende che lei pensi, al di là delle critiche di merito, che quest'amore non esce fuori.
    mi riprometto di leggerlo al più presto, e poi proverò a dire le mie impressioni in merito a questo argomento (Il guitto & il genio), se la cosa la interessa.
    Salutoni.

  8. #8
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    Originally posted by Pentothal
    Ha perfettamente ragione a "bacchettarmi" gentilmente: queste opere sono tra quelle cose che è sempre opportuno farsi un'idea dalla fonte originale. Penso anche, per esempio, alla versione disneyana, che, se non immagino male, è ancora più colpevole di non aver saputo capire l'opera collodiana. Mi ricordo, bimbino, ricordi sfumati aleatori impalpabili, i miei genitori mi portarono a Collodi, al parco dedicato a Pinocchio: quanto mi rimase impressa la grande balena! praticamente mi ricordo solo qualla, e una generale atmosfera di disarmo: e parlo di tanti anni fa, chissà com'è ora...
    So, per sentito dire, che anche il maestro Carmelo Bene interpretò il burattino: anche di questo non ho conoscenza diretta, ma mi piacerebbe sapere cosa ne pensa...
    Quanto a Benigni: anche a me il film è dispiaciuto. E condivido molte delle sue osservazioni (soprattutto sulla difficoltà di intepretare Pinocchio senza interpretare se stesso che interpreta Pinocchio: ma questo può esser problema di chi guarda: chissà se lo vedesse qualcuno che Benigni non sappia nemmeno chi sia). Eppure di una cosa sono certo (nei limiti in cui si può esser certi del pensiero altrui): che, a spingerlo in quest'impresa, c'era un amore fortissimo per l'opera collodiana. Fare un film su un testo letterario è sempre una forzatura, fai sempre, imprescindibilmente, violenza al testo. Al di là delle diversità ermeneutiche, quello che dovrebbe comunque uscir fuori è l'amore e il rispetto del testo: e mi sorprende che lei pensi, al di là delle critiche di merito, che quest'amore non esce fuori.
    mi riprometto di leggerlo al più presto, e poi proverò a dire le mie impressioni in merito a questo argomento (Il guitto & il genio), se la cosa la interessa.


    Eccomi qua, Sig. Pentothal!

    Per quanto riguarda Carmelo Bene e Pinocchio, ahimè, non so nulla. Forse lo sapevo e me ne sono dimenticato. Forse non l'ho mai saputo. Guarderò su Internèt.

    Per quanto concerne, invece, la "balena" di Collodi (Collodi parco, dico), credo di esservi entrato anch'io, anni e anni fa. E credo - se la memoria non m'inganna - d'aver financo scattato alcune fotografie (mi pare che ci fosse - ne' paraggi - anche un gendarme a gambe larghe).
    A proposito: lo sa che Lorenzini, nel suo testo, non ha mai parlato di balena? Balena - presumo - è un'invenzione di Gualtiero Disnei; invenzione che peraltro ha avuto molta fortuna. Lorenzini aveva parlato, invece, di pescecane. Anzi, di pesce-cane col-trattino (come dicono i teorici dell'Ulivo). E su questo punto, miracolosamente, anche il saltimbanco di Vergajo s'è comportato bene. Sì al pesce-cane, quindi; e no alla banalissima balena disneiana.

    Infine, per quanto riguarda il Disnei, pur non amando particolarmente quel cartone animato, paradossalmente lo ritengo migliore o, comunque, più innocuo del benignesco. E questo perché la storia, la fabula è dichiaratamente un'altra storia. Un'altra storia che non ha, a differenza di quella benignesca, la pretesa d'essere una lettura o un'interpretazione fedele del romanzo. Il Pinocchio di Disnei è un Pinocchio indubbiamente banalizzato. Ma, perlomeno, è un Pinocchio rielaborato e reinventato. Quello di Benigni vorrebbe essere fedele, ma di fatto si rivela assai grossolano. Non voglio però ripetermi più, che pajo un disco incantato.
    E' inutile fare "crociate", amico mio: in questa Italia dei Benigni, dei Bocelli, dei Nino Manfredi, degli Andrea Camilleri e de' Francesco Giorgino, in quest'Italia dei videocitofoni e dell'olio di semi si perde solo tempo, fiato e danaro (tutte cose delle quali io non dispongo).

    L'altra sera mi sono addormentato leggendo la prefazione che Francesco Merlo ha preparato, mesi fa, per il volume Pinocchio allegato al "Corsera". Qualcosa di buono c'è. Se ne avrò la forza, aggiungerò ancora due note.
    Interessante anche lo scritto di Calvino, pubblicato in appendice ad una recente (2002) edizione Einaudi delle Avventure.

    Adesso però la saluto!

    G.L.-

    P.S. - Buona lettura!




    (Immagine del pesce-cane collodiano trovata su Internèt)

  9. #9
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    Ben tornato avvocato!


    Shalom!

  10. #10
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    Originally posted by Pieffebi
    Ben tornato avvocato!


    Shalom!
    Lieto di rileggerla, Ill.mo Sig. P.F.B.!

 

 
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