Si vede proprio che questo governo è distande dai lavoratori e dai cittadini...
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Nessuna marcia indietro. Il governo intende chiudere al più presto la partita sulla riforma del mercato del lavoro aperta con l'attacco all'articolo 18 e sfociata poi nel patto per l'Italia. Il referendum promosso da Rifondazione comunista per estendere il diritto al reintegro a tutti i lavoratori dipendenti si conferma perciò come l'unica strada realisticamente percorribile per arrivare a contrastare questo progetto. L'obiettivo della destra, condiviso nei fatti da Cisl e Uil, è sempre quello: rendere il lavoro ancora più precario e flessibile, per far fuori il sindacato e mettere così a disposizione dei padroni manodopera più ricattabile e senza diritti.
Il primo passo consiste nell'approvazione della prima parte della delega, da ieri in votazione al Senato, che introduce nuovi istituti di flessibilità estrema, quali il lavoro a chiamata, e che consegna il collocamento nelle mani dei privati.
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Nota: lavoro a chiamata dignifica che tu stai a casa non pagato o pochissimo, però sempre pronto se c'è bisogno. Se non ti presenti, perdi la possibilità di lavorare.
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Nonostante l'ostruzionismo dell'opposizione (sono stati presentati 500 emendamenti e la seduta è stata più volte interrotta per chiedere la verifica del numero legale), il disegno di legge numero 848 dovrebbe ricevere entro stasera il via libera dell'Aula di Palazzo Madama. Dopo di che, fa sapere il sottosegretario al Welfare Maurizio Sacconi, toccherà al famigerato "848 bis", che contiene la modifica dell'art.18. «Abbiamo una comprensibile fretta a vedere approvata anche questa parte della riforma», ha spiegato Sacconi.
Con buona pace di quanti, nel centrosinistra, avevano gridato allo scampato pericolo subito dopo le parole ipocritamente rassicuranti («non andremo avanti sull'articolo 18») pronunciate a capodanno dal premier Silvio Berlusconi. «Avete visto? Tanto rumore per nulla», dissero nell'occasione Rutelli e Fassino, con il chiaro intento di bacchettare la Cgil. In realtà, le deroghe alla tutela contro i licenziamenti ingiusti, concordate dal ministro Maroni con Cisl e Uil, vanno avanti, anche se Sacconi rassicura: una volta recepite le modifiche, di articolo 18 «non se ne parlerà più per tre anni» neanche «se prevarranno i no al referendum».
L'esecutivo dovrà tuttavia fare i conti con la «ferma opposizione» di Rifondazione comunista, che si appella alla Costituzione e a Ciampi: «Una volta indetto il referendum - spiega Gigi Malabarba, capogruppo al Senato del Prc - qualsiasi legge che lo riguardi può essere applicata solo nel senso indicato dal quesito e non in direzione contraria». Questo impedirà al Capo dello Stato di promulgare l'848 bis prima del referendum, «mentre se vincerà il sì - sottolinea Malabarba - non sarà più proponibile dopo».
In allarme anche la Fiom: l'operazione del governo, afferma Giorgio Cremaschi, rischia di «essere pericolosa come un cesto di mele avvelenate». Il motivo è semplice: nel disegno di legge che cancella l'articolo 18 è stato inserito anche il finanziamento della mobilità lunga per i dipendenti di aziende in crisi come la Fiat. Chi si oppone alla delega, afferma Malabarba, si potrebbe perciò trovare nella condizione scomoda di dovere votare contro un provvedimento atteso con ansia da quei lavoratori in esubero «che sperano nell'aggancio alla pensione». Problema, tuttavia che, sostiene il senatore del Prc, potrebbe essere risolto dal governo con un decreto.
L'occasione per saltare a pié pari le trappole disseminate dall'esecutivo sulla strada di chi si oppone alla distruzione dei diritti dei lavoratori è rappresentata proprio dal referendum. Diventa pertanto sempre più urgente coagulare un forte schieramento favorevole al sì all'estensione dell'articolo 18. La domanda che tutti si pongono è: cosa farà la Cgil? Dopo il passo avanti di Epifani («certo non staremo con il no»), gli occhi sono puntati sul dibattito interno al più grande sindacato italiano. Ieri la Cgil, per testimoniare la propria contrarietà alla delega, ha organizzato un presidio simbolico davanti al Senato. «La destra vuole un mondo dove la precarietà la fa da padrone», attacca Claudio Treves, della Cgil nazionale. E il referendum? «Decideremo. Io personalmente, se vado a votare, voto sì - rivela Treves -, anche se ritengo che l'eventuale vittoria non risolverà il problema degli atipici».
Da Liberazione
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