da la stampa
A GIORNI POTREBBERO ATTRACCARE QUI LE NAVI CHE TRASPORTANO LE STRUTTURE DI GUERRA AMERICANE INDIRIZZATE A CAMP DARBY
Livorno, al porto cresce il fronte del «non passeranno mai di qui»
«Se vogliono il braccio di ferro noi siamo pronti: si blocca tutto»

24/2/2003

inviato a LIVORNO LO vede questo mare? Per gli americani siamo disposti a trasformarlo in una palude dove non si muoverebbe neanche una barca». Il fronte del porto dice un no, duro e senza sfumature: come certe facce che vedi scrutarti con sguardi interrogativi in questi spiazzi nei pressi delle banchine e che s'irrigidiscono quando gli parli di Camp Darby. E' gente per cui «la storia ha ancora un senso»: «Le lotte per la libertà, a Livorno, non le abbiamo respirate invano. E, allora, se Bush vuole fare la sua guerra preventiva cerchi qualcun altro che gli carichi le navi di armi». Cielo d'un azzurro che sembra straripare sopra questo scalo domenicale con il motore al minimo e poca gente svagata. Nelle parole di chi lavora qui c'è il tono d'una promessa: «Se verranno si scontreranno con un bel no a muso duro», dicono schierati dietro le affermazioni definitive di Roberto Piccini, presidente della Compagnia dei portuali che riunisce 600 soci: «Da parte nostra nessuna collaborazione». Piccini, con la voce calma di chi sa di non dovere gridare per farsi sentire, mostra l'orgoglio suo e dei suoi: «Il vero lavoro del porto siamo noi: siamo noi la sua cronaca e la sua memoria. Tradizione di pace e di sinistra. E dobbiamo fare in modo che Livorno non si macchi come il luogo da cui è salpata questa guerra». Oggi il no è proprio senza se e senza ma. Come chiede l'«ottima e numerosa compagnia» che sta accompagnando lungo l'Italia la propria protesta e che piace a questa sorta di «console» al quale è andata di traverso la battuta di Berlusconi secondo cui «per ottenere la pace bisogna preparare la guerra»: «Se cerca complici non li troverà al porto di Livorno». C'è, nella storia di questo scalo, un momento duro nel quale l'inizio d'un conflitto, quello del Golfo, segnò uno strappo: allora i lavoratori dibatterono a lungo se caricare il materiale bellico, anche sofisticato, a bordo di 15 navi pronte a partire per il Medio Oriente. Erano carri armati, blindati, esplosivi, arrivati in gran parte dalla Germania: ci fu chi si dissociò e se ne tornò a casa abbandonando la banchina in un sussulto d'obiezione politica. Ma le imbarcazioni, militari e civili, presero, comunque il largo. Piero Nocchi, segretario provinciale della Cisl di Livorno ricorda bene quei giorni. E subito frappone un distinguo a qualsiasi tentativo di strumentalizzazione della storia: «Allora si parlava di guerra umanitaria, fatta sotto l'egida di istituzioni mondiali come l'Onu, la Nato. Oggi ci troviamo di fronte alla scelta unilaterale, e quindi inaccettabile, d'un governo sordo a tutti gli appelli». L'America che vive non lontano da qui, in quei mille metri quadrati di pineta che sembrerebbero un villaggio del Midwest se non fosse per le gobbe più o meno evidenti dei suoi 125 bunker, si chiama Camp Darby: ha un percorso privilegiato per arrivare al porto, un canale navigabile battezzato «dei Navicelli» lungo 11 chilometri. Su quest'autostrada d'acqua scivolano le chiatte che, ciclicamente, fanno giungere all'imbarco il vario «e spesso non troppo identificato» materiale della base. E, da qui, potrebbero arrivare nei prossimi giorni (giovedì?) tutti quegli «arnesi di guerra» che fino all'altra sera erano irti sui treni inseguiti dai pacifisti. «Altro che jeep e gru - dice Raffaella Bolini dell'Arci che se li è visti passare davanti in pochi secondi sferraglianti -. C'erano anche lanciarazzi e rampe lunghe quattro metri per indirizzare missili». Lungo le banchine dello scalo livornese queste descrizioni alimentano leggende e rabbia. Chiediamo: «E se l'esercito americano arrivasse qui e, dopo aver fatto attraccare le navi necessarie, decidesse di fare tutto da solo? In fondo sono abbastanza organizzati per essere autosufficienti». L'ipotesi è plausibile e pesante. Punge e tormenta. Anche se in parecchi tentano di scrollarsela di dosso con un'alzata di spalle: «Certo,in base al regolamento del porto - spiega Piccini - si può arrivare ad una sorta di confisca delle banchine per esigenze di tipo militare. Durante la Guerra del Golfo accadde proprio questo. Ma, allora, lo scalo era strutturato in un modo completamente diverso: oggi, logisticamente, tutto ciò non potrebbe accadere». Navi con un pescaggio tale da consentire certi carichi possono attraccare soltanto a quest'immenso terminal, proteso nel mare come un immenso braccio lungo un chilometro e mezzo. Di fronte, un piazzale di 400 mila metri quadrati che oggi sa di secco sotto il sole e dove un uomo sembra una formica. Domanda: «Se gli americani, con l'appoggio del nostro esercito, piombassero con merce e attrezzature proprio lì e iniziassero a riempire le stive?». I portuali sanno che, a questo punto, il braccio di ferro potrebbe essere perso. Ma traggono forza da una considerazione: «Una scelta del genere in pratica paralizzerebbe tutto lo scalo livornese con il collasso dell'attività commerciale e, quindi, anche del nostro lavoro. Che cosa potremmo fare? Guardare girandoci i pollici una ventina di navi che, in rada, attendono di caricare o scaricare?». «Non mettiamo il carro davanti ai buoi» invita pragmaticamente Vladimiro Mannocci, membro del consiglio d'amministrazione della Compagnia: «Intanto mi pare davvero difficile che possano organizzarsi senza appoggiarsi a noi e alle nostre strutture». «Dipende - interviene uno con una smorfia - se le navi sono tipo traghetto, jeep e blindati e carri armati possono essere stivati tranquillamente senza bisogno delle nostre gru...». Piccini spazza ogni dubbio: «Per intervenire e fermare tutto ci basta che anche uno solo di noi subisca un'ingiustizia o un danno economico. Da parte di chiunque, anche se si chiama esercito o stato. I portuali possono scioperare anche senza preavviso. Se sarà necessario non ci tireremo indietro. Questa è la posizione di Livorno e di ntutti gli scali del Paese». La voce è sempre quella, pacata. Ma lui e suoi lo sanno: non c'è bisogno di gridare quando si hanno forti braccia e la possibilità di incrociarle.