L'annuncio di Arafat: «Nominerò un premier»
Il presidente dell'Anp comunica la decisione al Quartetto
Patrizia Viglino Ramallah - nostro servizio
Le trattative segrete in corso da settimane tra esponenti dell'Anp e il premier israeliano Ariel Sharon hanno portato ieri a una dichiarazione del presidente Arafat che si è rivolto ai suoi a Ramallah per annunciare l'imminente nomina di un primo ministro che aprirà il corso a una serie di riforme per giungere alla formazione di un nuovo governo di transizione in carica sino al 2005, data entro cui dovrebbe concludersi la prima parte del piano delle cosiddette "road maps" nato sotto l'ombrello di Usa, Onu, Ue e Russia.
I possibili candidati
Arafat non ha dichiarato né chi sarà il primo ministro né quando verrà nominato, ma ha annunciato l'imminente convocazione del Consiglio Legislativo palestinese e del Congresso di Fatah per legittimare la nomina. Secondo alcune indiscrezioni il candidato sostenuto anche dal quartetto Usa, Onu, Ue e Russia è un palestinese targato Usa, Salam Fajjat, ora ministro delle Finanze, ma di certo si sa solo che i quattro mediatori palestinesi designati a portare avanti questi accordi sono Abu Alaa, capo del governo e già protagonista degli accordi segreti durante il processo di pace di Oslo; Abu Mazen, portavoce di Arafat e Hani Hassan ministro degli Interni. Questo che difficilmente può essere definito un processo di pace si basa ancora una volta su un progetto a lunga scadenza che non riporta con chiarezza lo status definitivo degli accordi ma nel frattempo offre ad Israele, l'occasione per concretizzare una serie di progetti infrastrutturali che a partire dalla costruzione del Muro di sicurezza, o di separazione, stanno cancellando sul terreno la possibilità di uno Stato palestinese sovrano. Infatti le "road maps" offrono in due anni la costituzione di nuove aree di semiautonomia palestinese nel 42% della Cisgiordania e nel 70% di Gaza controllate da una polizia palestinese non armata o dislocata al di fuori delle grandi città, sotto controllo del ministro degli Interni la cui autorità dovrebbe ridurre al silenzio anche tutti gli altri gruppi politici. I palestinesi potranno controllare i confini tra Egitto e Giordania ma non potranno aver relazioni commerciali e diplomatiche con nessun altro Stato arabo, né controllare lo spazio aereo o il sottosuolo (risorse idriche, minerali, siti archeologici tra cui il sottosuolo della moschea di Al Aqsa). Inoltre si esclude il riconoscimento del diritto al ritorno dei profughi palestinesi e la designazione di Gerusalemme araba-est capitale dello stato palestinese.
Si comprende dunque perché il tono del discorso di Arafat non fosse entusiasta ma piuttosto turbato dal precipitare degli eventi tanto che l'unica richiesta palestinese a Sharon è stata l'incolumità dell'Autorità nazionale palestinese e delle forze di sicurezza palestinesi. Lo spazio politico di Arafat si riduce così alla possibilità di nominare quale primo ministro uno dei suoi tra Hani Hassan, Abu Alaa, Abu Mazen oppure Nasser Qudwa, il rappresentante palestinese alle Nazioni Unite. Sia l'Ue che le Nazioni Unite hanno esercitato delle pressioni per convincere Arafat a collaborare anche perché - hanno lasciato intendere - non potranno comunque intervenire quando con la guerra all'Iraq nessuno si preoccuperà più quello che succederà nei Territori occupati.
Aspettando la guerra
E le preoccupazioni da parte palestinese crescono di ora in ora. Temono che alla politica di trasferimento interno forzato già in atto nelle zone di Hebron e del Muro si aggiungeranno trasferimenti di prigionieri e leader carismatici all'estero (si parla di Iraq) e di azioni volte a far fuggire la popolazione dalle zone degli insediamenti colonici. Ma lo spettro più vicino è quello del coprifuoco sino a sei settimane consecutive come avvenne durante la prima guerra del Golfo con la differenza che oggi i palestinesi non sono attrezzati a un'emergenza medica e alimentare di questa portata.
L'imminenza di una catastrofe umanitaria è anche nei pensieri del professore Fakhri Fahed Al Turuk, presidente del Comitato di Emergenza per la riabilitazione e ricostruzione di Jenin, oltre che membro del Consiglio Legislativo palestinese. Gli accordi in corso tra l'Anp e Israele sono solo un modo per rendere accettabile ai palestinesi e al mondo arabo la guerra all'Iraq fa notare il professor Al Turuk. Intanto nel Mokhayyam Jenin il vuoto creato dalla rimozione delle macerie dei quattro quartieri distrutti lo scorso aprile rispecchia la totale mancanza di speranza della popolazione. Tutti i progetti di ricostruzione sono in fieri e solo una parte delle infrastrutture è stata riabilitata. Circa 250 famiglie vivono ancora in case in affitto e attendono la ricostruzione nello stesso punto dove sono state distrutte le case. Anche la più importante festa musulmana che celebra il pellegrinaggio annuale alla Mecca è trascorsa qui con pesanti restrizioni. A circa un centinaio di palestinesi diretti alla Mecca è stato impedito il transito per Allenby Bridge al confine con la Giordania mentre tutti i palestinesi al di sotto dei 35 anni non si sono potuti spostare da una città all'altra per celebrare in famiglia la festività, né si sono potuti recare a pregare a Gerusalemme. Nei tre giorni di festività l'esercito israeliano ha arrestato 18 palestinesi a Jenin città.
Intanto, mentre si aspetta la guerra, la violenza nei Territori occupati non si ferma. All'alba di ieri due palestinesi sono morti nel sud della striscia di Gaza, Ziad Shar, di 24 anni e Mohammed Kista di 21 anni, mentre cercavano di usare uno dei tunnel di collegamento con l'Egitto, a est di Saladin Gate. In serata è giunta infine una dichiarazione di Rantisi, portavoce di Hamas, che ha assicurato l'Autorità palestinese che non userà razzi kassam contro i kibbuz israeliani a patto che gli israeliani non compiano incursioni militari nei Territori.
Liberazione 15 febbraio 2003
http://www.liberazione.it


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fermate quest'uomo.

