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La Storia fatta con i se e con i ma
di Fernando Mezzetti
Riflessioni paradossali sulla sentenzaAndreotti
Se Belzebù è colpevole avevano ragione le Br?
E il Pci nulla sapeva di certe "frequentazioni"?
Quante implicazioni strane se si segue la logica...
A bocce ferme, come usava dire Montanelli intervenendo su alcuni fatti o polemiche dopo il primo impatto emotivo, alcune considerazioni sulle motivazioni della sentenza con cui, a Perugia, Andreotti qualche giorno fa è stato condannato quale mandante dell'assassinio di Mino Pecorelli.
Chi scrive si occupa di politica internazionale, non sa nulla di pandette, e come la stragrande maggioranza degli italiani nutre verso la magistratura quella sconfinata fiducia riassunta in un memorabile insegnamento attribuito a un maestro di dottrina come Francesco Carnelutti: "Se ti accusano di aver rubato il Duomo di Milano, comincia col fuggire in capo al mondo".
In questo caso, no. In questo caso osserveremo quel che ci si sente ripetere ogni minuto da vari pulpiti: le sentenze "possono essere criticate, ma debbono essere accettate e rispettate". Non solo rispetto, ma fiducia illimitata nella magistratura. Andreotti, dunque, è il mandante di un assassinio, fatto compiere per motivazioni politiche il 20 marzo 1979: lo stesso giorno in cui formava il suo quinto governo, dopo la fine di quello sostenuto dal Pci, durato dall'11 marzo 1978, superando il dramma del rapimento di Moro avvenuto il 16 marzo, fino al 31 gennaio 1979.
Ma se Andreotti è il mandante di un assassinio, come sentenziato a Perugia, allora le Brigate Rosse erano nel giusto. Esse miravano a scardinare un sistema di cui Andreotti e Moro erano i massimi esponenti. E infatti rapirono Moro il 16 marzo 1978, la mattina in cui Andreotti presentava alla Camera il suo governo monocolore Dc, ufficialmente sostenuto, per la prima volta dal 1947, dal Pci, il quale, dal maggio 1977, aveva appoggiato il precedente governo Andreotti con la formula della "non sfiducia".
Certo i brigatisti non potevano sapere che di lì a un anno Andreotti avrebbe dato il suo "tacito" - i giudici rilevano la nota prudenza del gobbo, quasi fosse un indizio- consenso a un assassinio, ma avevano capito con chi avevano a che fare: cioè con uno che, con le sue frequentazioni mafiose, sarebbe presto diventato mandante di un omicidio politico. Così rapirono il suo massimo complice, Aldo Moro, tessitore delle alleanze politiche per fargli capeggiare quel governo. E uccisero Moro il 16 maggio, dopo che quel mafioso di Andreotti, sia pure "esterno", il cui governo godeva dell'appoggio "esterno" del Pci, non aveva ceduto alle loro richieste.
Altro che spargere sangue innocente. Traendo logiche conseguenze dalla sentenza di Perugia, si deve riconoscere che le Brigate Rosse avevano cercato di fare opera di giustizia, sia pure spicciativa: puntavano a eliminare dal vertice dello stato la mafia che se ne era impadronita.
E come la mettiamo col Pci che sosteneva Andreotti? Col suo imponente apparato informativo e di sicurezza, con le sue sezioni diffuse orizzontalmente nell'intero territorio nazionale più delle caserme dei carabinieri, con la sua presenza in verticale nel tessuto sociale, dalle fabbriche ai salotti, il Pci era proprio all'oscuro della mafiosità di Andreotti?
Come mai il partito della vigilanza perenne a difesa dell'ordine democratico dette il suo appoggio al governo di uno dalle frequentazioni, traffici e usi mafiosi, per cui sarebbe naturaliter arrivato a dare il consenso a un omicidio politico? Per arrivare finalmente al governo dopo decenni di esclusione per il fattore K?. Oh, ma come, il Pci di Berlinguer non era il Pci della questione morale innanzitutto?
Accettando e rispettando la sentenza di condanna di Andreotti, come giustamente si deve fare, si hanno sviluppi logici su cui essa non si spinge, ma che si impongono. Le Brigate Rosse puntavano al cuore di uno Stato che aveva al suo vertice un mafioso il quale godeva non di sostegno politico, ma di complicità mafiosa. Si riabilitino, quindi, i tanti brigatisti che, come dicevano nei loro proclami, avevano "giustiziato" il tale o talaltro, e che per questo sono finiti in galera.
Qualcuno vi è ancora, ed è ora di metterlo fuori, con onori e scuse. Molti sono già da tempo in giro, a fare gli starletti nei talk-show televisivi, o gli ospiti d'onore in assemblee scolastiche in cui, irragionevolmente contriti, vanno a dire delle loro esperienze. Li si ripaghi tutti delle sofferenze subite, con qualche milione di euro per le ingiuste carcerazioni e condanne. Si facciano monumenti a quelli rimasti uccisi in sparatorie con polizia e carabinieri.
Altro che terroristi. Erano martiri della questione morale, della lotta contro la mafia insediatasi al vertice dello stato: finalmente risolta, la questione morale, con l'affermazione chiara e argomentata, in sentenza da accettare e rispettare, che l'Italia è stata per anni governata da un mafioso assassino, contro il quale le gloriose Brigate Rosse si sono invano battute.
(17 FEBBRAIO 2003, ORE 10.30)


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