…che mantiene la rotta senza cedere né ai depistaggi né ai sondaggi.
Comunque siano andati cena e dopocena tra i leader europei riuniti ieri a Bruxelles, se abbiano o no mangiato quei “cavolini” bolliti che Teofrasto chiamava raphanot attribuendo loro il potere di alleggerire le tensioni, l’euroCav. Riporta oggi a casa tutto ciò che s’era portato dietro.
Riporta la dignità di un premier che ha percepito la drammaticità del frangente storico sfidando la facile popolarità, l’eco dei sondaggi (per quanto possa essere per lui indigesto), la lusinga degli applausi del paese retorico. “Apprezzato” dal capo dello Stato, preceduto dal suo discorso al Parlamento italiano da un weekend di diplomazia telefonica e dalla convinzione più volte ribadita che l’Ue abbia in questo momento l’occasione di “giocare un ruolo decisivo” nella difficile partita internazionale non disperdendo quel tanto di comune che ancora le rimane, ieri il Cav. ha speso le sue credenziali da leader di un paese che è stato socio fondatore della Comunità e oggi, insieme a Gran Bretagna e Spagna, tra i più convinti che il rapporto con gli Usa sia da preservare tanto quanto l’unità europea. Interpretando al meglio se stesso, la sua vocazione di mediatore internazionale e la sua collocazione di fatto di premier di un paese europeo e atlantico che non vuole rinunciare ad un ruolo strategico (“solo una chiara responsabilità può evitare l’eventualità drammatica del ricorso alla forza”), ha interpretato al meglio anche la lettera di Ciampi, la lettera e lo spirito della moral suasion quirinalizia. Ne saranno delusi i solerti esegeti della vigilia, le accreditate gole profonde di più di un Palazzo che addomesticano a comando parole e fatti, gli scrutatori dei presunti ondeggiamenti del Cav., dipinto come intimorito dalla piazza o redarguito da Ciampi o addirittura sul punto di passare “da amico di Washington a ostaggio di Parigi”. Da sottolineare che il compito non facile di Berlusconi è stato aggravato dal retaggio di antiche divisioni interne, da una classe dirigente che trova conveniente non compromettersi. Ha parlato a Bruxelles un premier italiano sostenuto nel suo paese da una maggioranza parlamentare che non si era mai vista, ma che tuttavia, nei momenti decisivi, deve trarre il potere, di cui gli altri leader europei godono istituzionalmente, solo “dalla forza della sua personalità”. Così ha annotato un convertito Financial Times:”What is good for Berlusconi is good for Italy”, alludendo al fatto che le divisioni stridenti apparse in questi giorni si possono superare con le riforme istituzionali.
E’ dubbio tuttavia che il Cav., che ha sempre desiderato “essere come Chirac”, potente e protetto, costituzionalmente, come il presidente francese, si sia sentito da meno. Le classi politiche che assecondano il sentimento dell’opinione pubblica, il desiderio di soluzioni non dirimenti, costitutivamente maggioritari nelle ultime generazioni del mondo occidentale, il più generico del quale è proprio l’essere contro la guerra e per la pace, hanno vita più facile finchè sono esentate dal decidere. La riunione di ieri ha mostrato proprio questo paradosso, l’ineffabile intreccio tra l’apparente vantaggio di quei leader casualmente in sintonia con l’opinione pubblica del “no alla guerra”, in testa Chirac, e la difficoltà che la Ue ritrovi un profilo decisionale unico.
Salutare la trasformazione della bandiera pacifista nella bandiera francese come la nascita di un “popolo europeo” (lo ha fatto E. Scalfari) che si accorge di stare al mondo solo quando può parlar male dell’America, non è poi così semplice.
Decidere, per i quindici, era ieri assai difficile, senza che la vittima diventasse proprio la stessa Ue.
Non hanno potuto accontentarsi della nascita del “popolo europeo” ma, alla fine, l’impossibilità di perdere il legame con gli Usa e la consapevolezza della necessità di poter minacciare l’uso della forza come strumento contro Saddam, i due obbiettivi sui quali aveva puntato il Cav. ne definire il terreno della ricomposizione europea, ha spinto Chirac ha dire:”I muscoli americani sono fondamentali per il disarmo di Saddam”.
E quasi a sottolineare le parole del francese ecco l’inglese:”E’ difficile fare una guerra con milioni di dimostranti per le strade di Londra, Roma, Parigi e Berlino”.
E’ per questo che Berlusconi può dire:”Ora chi porrà veti sarà responsabile della spaccatura”.
saluti




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