L’Unione Europea ha di nuovo rabberciato la sua compattezza.
Questo è il messaggio che i Quindici hanno voluto mandare dal vertice straordinario svoltosi lunedì scorso a Bruxelles.
Lo ha detto ieri mattina il presidente di turno dell’UE, Costas Simitis, soddisfatto del compromesso raggiunto nel corso dell’ultima assemblea sull’Iraq.
“Siamo riusciti a dimostrare che le procedure di cooperazione fra di noi danno risultato” ha affermato il premier greco davanti all’Europarlamento, manifestando tutta la sua soddisfazione per essere riusciti a sanare le fratture delle ultime settimane.
In base al documento firmato “la forza dovrebbe essere usata solo come ultima risorsa”, dopo aver esaurito tutte le altre possibilità pacifiche.
Nel testo si legge anche che: “Le ispezioni non possono continuare infinitamente in assenza di una piena cooperazione irachena”. E che il disarmo dell’Iraq dovrà essere “pieno ed effettivo.”
Un monito deciso dell’Europa che desidera mostrarsi ferma, in accordo con le risoluzioni dell’ Onu, ma che non si sente di imporre un ultimatum. Come invece piacerebbe a Gran Bretagna e Stati Uniti.
Una chiara allusione a questo è nelle parole di Smitis.
“La giornata di ieri - ha spiegato - non sarà stata certo soddisfacente per coloro che volevano una determinata tabella di marcia con delle scadenze precise entro determinate date”.
“Ma - ha proseguito - noi riteniamo che nella situazione attuale non è possibile fissare delle scadenze precise; bisogna ponderare bene quello che succede entro un determinato lasso di tempo. L’iniziativa spetta al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite”.
Questi i punti su cui l’Europa pare aver ritrovato una comunità di intenti.
Un’apparente nuova unità che si sta concretizzando nelle ultime ore, dopo che la Nato ha approvato la pianificazione della protezione del territorio turco in caso di aggressione all’Iraq.
Un fronte comune che certamente propone un’immagine importante sul piano internazionale, ma che rischia di trasformarsi, però, in un discorso più formale che sostanziale.
Lo dimostra innanzitutto la modalità con cui domenica scorsa l’Assemblea Atlantica ha raggiunto un accordo, dopo numerose sedute inconcludenti e fumate nere.
Sotto le pressioni statunitensi, infatti, la Nato ha fatto ricorso al Comitato dei piani di difesa della Nato, di cui la Francia non fa parte. Ipotesi a cui aveva già accennato il consigliere del Pentagono Richard Perle.
Una decisione nata sotto l’egida degli Stati Uniti, estromettendo la loro più decisa avversaria, che ha messo alla luce come sia necessario contiuare a mantenere un fronte comune.
È bastato, infatti, tagliar fuori l’oppositore più accanito per riuscire a piegare Germania e Belgio e convincerli a rimuovere il proprio veto.
Veto che fino ad allora aveva rappresentato una simbolica opposizione alla logica della guerra.
Nonostante in sede assembleare il ministro degli Esteri belga, Louis Michel, abbia tentato di arginare il più possibile le richieste della Turchia, proponendo un patto a carattere esclusivamente difensivo e ribadendo che Germania, Francia e Belgio si sarebbero comunque svincolate da eventuali operazioni in Iraq, resta il fatto che il voto finale registri l’ennesima forzatura made in Usa.
Anche riguardo l’ultima assemblea straordinaria dell’Ue non sono mancati evidenti campanelli d’allarme di pericolose divisioni. Alle prime soddisfatte reazioni di Simitis, del presidente dell’Ue Romano Prodi - “L’Europa è oggi unita di fronte alla crisi irachena, e la sua voce deve essere ascoltata” -, del premier spagnolo Aznar - “L’accordo a 15 rappresenta un forte passo in avanti e una proiezione delle posizioni europee”- , hanno fatto seguito le polemiche dichiarazioni del presidente francese Jacques Chirac, a cui si è accodata anche la Germania.
Il capo dell’Eliseo ha dapprima espresso parole di plauso per la ritrovata unità - “Personalmente sono soddisfatto della posizione comune. Questa sera mi sembra ci sia stato un vero riavvicinamento tra i Quindici”- ma poi non ha mancato di chiarire una questione rimasta in sospeso.
Riferendosi a quanto accaduto alcune settimane fa, quando otto Paesi firmarono una lettera di solidarietà nei confronti degli Stati Uniti, Chirac ha ribadito la sua posizione, accusando in special modo le Nazioni dell’Europa dell’Est, dimostratesi deboli e incaute, incapaci di un pensare comune.
“Questi Paesi non si sono comportati bene e si sono dimostrati incapaci di prevedere il pericolo di allinearsi troppo rapidamente alla posizione di Washington. Non hanno tenuto un comportamento responsabile”.
“Onestamente - ha continuato il presidente transalpino - credo che queste giovani democrazie abbiano agito con leggerezza. Far parte dell’Unione europea implica un minimo di comprensione delle esigenze degli altri membri”.
La questione si è riproposta nei giorni scorsi, quando altri Stati dell’europa Orientale hanno sottoscritto un documento di solidarietà, eufemismo per sottomisione, agli Usa.
Le critiche di Chirac si sono rivolte ad alcuni dei firmatari, soprattutto Romania e Bulgaria, prossime ad entrare nell’Europa Unita, che così facendo hanno dimostrato la mancanza di considerazione per i dettami comuntari.
“Bucarest e Sofia sono state davvero irresponsabili - ha detto l’inquilino dell’Eliseo - vista la delicatezza della loro posizione. Se la loro intenzione era diminuire le proprie chance di essere ammesse nell’Unione non potevano trovare una via migliore”.
Una posizione sposata appieno anche da Romano Prodi che ha espresso il proprio rammarico per la palese manifestazione di filoamericanismo degli Stati candidati all’ammissione.
Una grave mancanza che dimostra “la carenza di consapevolezza che l’Europa è molto di più di una semplice unione economica e monetaria”.
La miccia riaccesa ha trovato terreno fertile anche a Berlino.
Nonostante la ferma intenzione di stendere un pietoso velo sull’infausto episodio, il cancelliere tedesco non ha perso l’occasione per rimarcare l’inopportunità dell’accaduto, liquidandolo come un “pezzo di storia non dei più fulgenti” e sottolineando come durante la riunione di ieri si fosse deliberatemente scelto di non discuterne.
Una scelta saggia, l’unica possibile, per permettere all’Europa di esprimersi con un’unica voce.