Cos’è esattamente, oggi, il partito Ba’ath, il partito della “Rinascita”, laico, nazionalista e socialista al potere sia in Iraq che in Siria?
In Iraq l’organizzazione del partito della Rinascita è capillare nel paese.
Nell’ideologia del Baath, l’Iraq è soltanto una “regione” con 18 governatorati - di cui tre abitati dai kurdi - della più grande nazione panaraba.
Il Ba’ath è stato capace in questi mesi di mettere in piedi, accanto alla propria milizia, anche un esercito popolare di sette milioni di volontari armati contro l’aggressione atlantica. Questo esercito ha un obiettivo e uno slogan di battaglia: “la liberazione di Gerusalemme” (jeish tahrir al-quds).
Nel novembre del 2000, a Baghdad, un gigantesco corteo di questi volontari ha impiegato tredici ore per sfilare davanti alla tribuna del presidente.
Così, con buona pace dei moderni sostenitori dell’ipotesi di una “tirannia” irachena (una calunnia occidentale abbracciata come propria anche dai falsi pacifisti di oggi, primi fra tutti i postcomunisti e i comunisti alla Cossutta, i meccanismi che consentono al presidente iracheno Saddam Hussein di godere di un tale appoggio popolare si rivelano più sofisticati di quanto possano sembrare. E sicuramente fanno piazza pulita dello stereotipo del “regime dittatoriale odiato dal suo popolo”.
Il Baath è lo strumento essenziale di questo sistema di consenso popolare. Grazie al partito, e alla politica di socialismo nazionale applicata a tutti i livelli tra i cittadini iracheni, nonostante i dodici anni di guerra ed embargo, gli iracheni - nonostante la incessante propaganda atlantica - riescono infatti a mantenere alta la loro dignità di popolo.
E’ anche evidente che la partecipazione a tale milizia popolare reca dei vantaggi a chi vi si arruoli. I lavoratori di ogni classe, dell’industria, delle professioni, della scuola, della terra, se iscritti al Ba’ath, sono naturalmente privilegiati, perché in prima linea nella difesa della sovranità irachena.
Il Ba’ath, peraltro è diffuso in ogni settore sociale.
E controlla, a latere, il neo-esercito per la liberazione di Gerusalemme.
La stessa organizzazione del partito, una struttura gerarchizzata, è finalizzata a questi obiettivi. Alla base, la cellula (halaqa) o il nucleo (kheliya) riunisce una volta alla settimana una decina di militanti che abitano nella stessa via o che lavorano in uno stesso servizio. Si discute di attualità e degli orientamenti del governo. Si assumono decisioni territoriali strettamente locali e si ricevono istruzioni, peraltro piuttosto sommarie.
A livello superiore si trova la divisione (firqa), che raggruppa le cellule di un quartiere, di una piccola amministrazione o di una fabbrica, e poi la sezione (shu’ba) e la federazione (fere’) che ingloba l’insieme di una grande città o di un governatorato.
A differenza delle cellule, le sezioni e le federazioni hanno prerogative importanti. Esse assolvono a molte tradizionali funzioni di polizia, in particolare fuori dalla capitale. Dispongono di diversi uffici specializzati, che si occupano degli affari culturali, dell’agricoltura, e di altri settori. In ogni governatorato, il “comando delle organizzazioni” (qiyadat al-tandhimat), che presiede a tutte le organizzazioni, incarna l’autorità popolare di controllo su un’amministrazione che è di tipo tradizionale.
In cima a questa struttura si pone il “comando regionale” (qiyadat al qutr), un direttorio eletto democraticamente al momento del congresso sulla base di un “listone unico” di partito. (Un po’ come accade con i “sindacati unici” dell’Italia “democratica”, per esempio la Fnsi).
Questo comando regionale è dotato di uffici che sono dei quasi-ministeri, investiti di questioni militari o culturali, che si occupano della gestione delle necessità, della tutela dei diritti e del controllo dei doveri di vasti segmenti della popolazione, come i contadini, gli operai e i giovani.
L’esercito, i cui componenti sono obbligatoriamente militanti del partito, è un reticolato di cellule di competenza dell’ufficio militare. Il servizio interno di sicurezza del Baath, infine, garantisce la lealtà e l’ortodossia all’interno del partito stesso.
A differenza del metodico controllo capillare operato dalla polizia politica, la rete del partito viene tessuta interamente dalla stessa popolazione. L’impegno dei reclutati si scagliona in diversi livelli.
Ci si affilia al Baath in qualità di semplice simpatizzante (mo’ayed), senza altro impegno che assimilare l’ideologia professata nelle riunioni settimanali. I gradi superiori di “militante” (nassir) e “militante avanzato” (nassir mutaquaddem) comportano simbolicamente la disponibilità a prendere le armi per difendere l’interesse del partito. La transizione da uno stadio ad un altro implica un periodo di attesa e il superamento di un esame di dottrina. In linea di massima, occorrono circa sei anni per aspirare allo status di “candidato membro” (murasheh ‘edhu), per poi divenire membro a pieno titolo (‘edhu).
Con gli anni e con il lavoro politico, il militante guadagna responsabilità e prestigio sociale. Dal punto di vista economico, per esempio, i segretari generali di federazione percepiscono uno stipendio di 750 dollari al mese.
Nel sud sciita, considerato in Occidente “ferocemente ostile al regime”, la gran parte della popolazione ha scelto volontariamente di aderire al partito. Va anche ricordato che, con uno sforzo politico notevole lo stesso governo dell’Iran - uscito da una feroce guerra per il controllo dello Schatt el Arab (l’Eufrate) - protettore dello sciismo meridionale, si è schierato ufficialmente contro l’aggressione atlantica all’Iraq.
Diverse azioni meritorie, tra cui la partecipazione “volontaria” all’esercito per Gerusalemme, vengono ricompensate con una medaglia. Due medaglie danno l’accesso all’Associazione degli amici del presidente, i cui membri ottengono premi e cinque punti supplementari per i loro figli maturandi. Questa logica cumulativa si protrae con l’eventuale adesione ad altre strutture legate al partito, come la Federazione nazionale delle donne o quella degli studenti.
Il partito ha fatto la sua comparsa in Iraq durante gli anni ‘50, ed era un movimento politico composto da militanti solidali e devoti alla causa della nazione araba. Il suo credo laico e progressista gli è valso un rapido successo tra gli studenti, i piccoli commercianti e l’esercito. Il partito ha svolto un ruolo determinante in occasione del colpo di stato del 17 luglio 1968, che ha inaugurato l’era dell’attuale regime.
Avversario socialista degli oscurantismi religiosi, il Ba’ath ha tuttavia rispetto della religione islamica, e delle sue varie confessioni, come di ogni altro credo, cristiano incluso.
Un rispetto giunto ad onorare l’ispiratore del Ba’ath iracheno, Michel Aflak, siriano di affiliazione cristiano-ortodossa, alla sua morte, con il nome di “Ahmed” e sepolto ufficialmente secondo il rito musulmano. Il sistema politico ba’athista è molto particolare: ha saputo resistere a terremoti quali il fallimento della guerra contro l’Iran (1980-1988) o la cocente sconfitta militare seguita all’invasione del Quwait, nel primo semestre del 1991. La sua longevità, tutt’altro che fortuita, è invece il risultato di una strategia di potere straordinariamente complessa ma accuratamente calcolata.
Da giovane, Saddam Hussein era un ammiratore del sistema fascista, sia dell’”universalismo” italiano (la spada dell’Islam) e sia dell’organizzazione tedesca: una propensione, quest’ultima, ereditata dallo zio materno, Khairoullah Tilfah, che era un risoluto fautore dell’arabismo. I suoi infiammati discorsi radiofonici da Baghdad, tenuti nel 1941 e pubblicati nel 1970, dimostrano tutta la sua ammirazione per la “Macht” (forza), il “Reich” e il “Führer” .
Successivamente Saddam Hussein aveva subìto una certa influenza strumentale per lo stalinismo e per il movimento dei non allineati, sempre in funzione anti-coloniale ed anti.atlantica.
Il sistema che ha cercato di costruire seguirà dunque questa traccia, ma presenterà anche diversi tratti originali. Applicando il modello tedesco, il sistema del Baath iracheno si fonda su quattro elementi: un’ideologia totalizzante, un partito unico, il controllo socialista dell’economia e quello dei media e delle forze armate.
A differenza del modello fascista, la versione del Baath trasformerà le istituzioni sociali tradizionali delle tribù e dei clan, ancora influenti nelle regioni periferiche, provinciali e rurali, in chiavi di volta dello stato. Per prima cosa, vengono assegnate al clan dirigente tre cariche strategiche: quelle di ministro della difesa, di capo dell’ufficio militare del partito (al-Maktab al-’Askari) e di capo dell’ufficio nazionale di sicurezza (maktab al-Amn al-Qawmi). Nei primi anni del regime (al potere dal 1968) si era trattato di un tribalismo statalista, limitato alla tribù dell’élite regnante, l’Albu Nasir, il cui nocciolo duro è costituito dal clan al Bejat. Nel corso degli anni vengono però cooptate altre fazioni tribali di secondo piano. Da quel momento in poi si instaura una strategia della paura volta ad assicurare la stabilità del potere, a costruire un’élite dirigente e a reprimere le scissioni e le lotte di potere che tra il 1958 e il 1970 avevano dilaniato l’esercito e gravato pesantemente sulla vita dei partiti. La rendita petrolifera costituisce un’altra componente del sistema totalizzante instaurato dal Baath. Le cospicue riserve del paese hanno consentito lo sviluppo di servizi pubblici e di varie forme di tutela sociale. Il nuovo potere d’acquisto petrolifero seguito alla guerra dell’ottobre 1973, ha consentito una notevole accelerazione dello sviluppo economico.
In seno alle strutture del potere e alle classi in ascesa, i gruppi tribali o familiari occupano posizioni strategiche. Queste “classi-clan” costituiscono un ceto egemonico nell’esercito, nel partito, nella burocrazia e nel mondo degli affari, e i loro rapporti sono rinsaldati da legami ideologici, da interessi economici o matrimoniali e da una fede profonda nell’ordine dei clan.
Questo sistema politico rappresenta dunque un amalgama di elementi moderni e tradizionali, concepito per controllare le strutture di potere e tenere a bada le masse turbolente di questa società multietnica, in cui gli arabi sono divisi tra sunniti e sciiti e i kurdi rappresentano una forte minoranza. È questa fusione a costituire uno dei principali fattori della longevità del regime.
In termini di coesione dell’élite dirigente e di controllo delle leve del potere, l’esperienza del Baath presenta molte differenze rispetto ai regimi precedenti: quelli, rispettivamente, del generale Abdelkrim Kassem (1958-1963) che aveva rovesciato la monarchia con un colpo di stato, e del maresciallo Abdessalam Aref (1963-1968), fondato sia sull’esercito che sui rapporti di consanguineità (clan Jumailat). Nessuno dei due era riuscito a stabilizzare il potere.
Il Ba’ath, partito a vocazione nazionalista araba e socialista, aggiungerà nuovi ingredienti alla formula di base “forze armate + solidarietà tribale”.
Anche se il nazionalismo laico non faceva parte del discorso tradizionale delle élites tribali nobili, l’arabismo finirà per essere incorporato nei suoi valori. Certo, la ricchezza petrolifera sarà soggetta a continue fluttuazioni; ma saranno inventate altre forme primitive di controllo economico.
In seguito alla trasformazione del contesto regionale globale che aveva consentito l’affermazione del nazionalismo arabo nella regione - in particolare dopo la sconfitta dell’Egitto, della Siria e della Giordania da parte di Israele nel giugno 1967 - il nazionalismo iracheno è chiamato a colmare il vuoto che si era venuto a creare.
Il presidente Saddam Hussein è il grande artefice di questi processi di adattamento, nel segno della flessibilità.
Le guerre - quella assurda - e Usa-guidata - con l’Iran, e quindi la guerra del Golfo - imporranno ristrutturazioni continue. Durante gli otto sofferti anni dello scontro con la “rivoluzione islamica”, la religione diverrà uno snodo cruciale sul piano politico: l’insubordinazione della parte sciita della popolazione araba irachena e il suo atteggiamento nei riguardi della repubblica islamica dell’ayatollah Khomeini saranno al centro delle preoccupazioni di Baghdad.
Questa inutile guerra inghiotte i 38 miliardi di dollari di riserve, lasciando il paese indebitato per una cinquantina di miliardi.
Il 2 agosto 1991 l’Iraq, ancora allettato dalle profferte americane, decide di rientare in possesso della “provincia perduta”, quel Quwait da sempre incorporato nel territorio di Bassora (e nel califfato di Baghdad) ma “regalato dai colonialisti inglesi alla famiglia degli as-Sabah, signorotti assoldati dalla Compagnia delle Indie. La sconfitta del 1991 porta con sé una crisi del Ba’ath. Alla vigilia del congresso del 1991 gli effettivi del partito, che nel 1990 avevano raggiunto la cifra record di 1.800.000, erano diminuiti del 40%, e continuavano a calare.
Peraltro le sanzioni privano il governo dell’enorme rendita petrolifera di cui godeva in passato. La conseguenza è che rispetto al 1982 il Pil è precipitato di più del 75%. Il reddito annuo pro capite, che era di 4.219 dollari, è crollato a 485 dollari nel 1993, e secondo le valutazioni oggi supera di poco i 300.
L’economia pianificata, sostenuta in passato dalla rendita petrolifera, si è incrinata, e la conseguenza è il declino dei ceti medi salariati che rappresentano il grosso dei sostenitori del Ba’ath.
Le conseguenze del cessate il fuoco e delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza hanno imposto al regime vincoli e handicap senza precedenti.
Per far fronte a queste sfide senza precedenti, nel corso di un decennio il regime ha attuato una strategia che si riassume in cinque punti: riportare l’ordine nel clan principale; ristrutturare l’esercito; risuscitare le tribù in tutto il paese per chiamarle all’interno delle organizzazioni del partito; ringiovanire l’arsenale ideologico, e creare nuovi strumenti di controllo economico.
Nel 1979, quando Saddam Hussein, (che peraltro già da tempo aveva sostanzialmente in mano le leve del potere) assume la presidenza al posto di Saddam Al-Bakr, il sotto-clan di quest’ultimo, l’Albu Bakr, viene emarginato e soppiantato dall’Albu-Ghafoor (il sotto-clan di Saddam Hussein).
I Takriti conosceranno la stessa sorte. Negli anni ‘80 Saddam Hussein punta essenzialmente sui tre principali gruppi con i quali è imparentato: i suoi tre fratellastri (Albu Khattab), il cugino di parte materna, nonché cognato ed ex ministro della difesa Adnan Khairoullah Tilfah (Abu Mussallat) e alcuni elementi provenienti dalla famiglia Al Majid, un ramo del sotto-clan Ghafoor.
E’ di questi anni la crescente affermazione dei figli di Saddam Hussein, Udai e Qusai, dei due, Qusai sarà quello prescelto dal padre per assicurare la sua successione. A lui viene affidato il compito di riorganizzare i servizi dell’intelligence e della sicurezza interna; e nel 2000 sarà inoltre abilitato, in caso di necessità, ad assumere l’interim della presidenza. In precedenza, Qusai era stato nominato “supervisore” dell’”Esercito della madre di tutte le battaglie” (divenuta poi l’Armata repubblicana). Nell’aprile 2001 è eletto alla direzione regionale del partito. Si crea così un nuovo nocciolo duro, fondato però su due uomini: Qusai e Kamal Mustafa.
Il Ba’ath saprà anche sfruttare il tribalismo militare proprio delle popolazioni kurde: fin dal 1974, i capi-tribù (agha) dei Sorchy, Mezuri, Doski, Herki saranno reclutati come mercenari per combattere il nazionalismo kurdo fin dal 1974. Nel corso della guerra contro l’Iran, il regime scopre inoltre la vitalità delle tribù arabe del Sud, che combatteranno le forze iraniane e beneficeranno di aperture da parte del potere centrale. Da segnalare infine l’ascesa sociale, verso la fine degli anni ‘80, dei notabili tribali, resa possibile soprattutto dal declino delle associazioni civili pre-guerra.
Se le tribù rinascono in quanto agenti sociali, è dunque per rispondere all’esigenza di colmare il vuoto lasciato dal deperimento delle istituzioni della società civile e dal declino dello stato nelle sue funzioni di responsabile della sicurezza, della giustizia e della tutela della vita e dei beni.
Il patriottismo iracheno (con riferimenti alla storia antica) si coniuga con il patriottismo arabo, per includere anche le etnie non arabe. Per opera dei propagandisti del partito, l’ideologia del parentado, con la glorificazione di alcune radici o identità nazionali sarà posto al centro dell’arabismo: senza l’elemento ereditario il nazionalismo arabo non avrebbe senso.
Un ultimo elemento ha contribuito ad assicurare la sopravvivenza del regime: le sanzioni. Il controllo del programma “oil for food” (petrolio contro cibo) e il conseguente razionamento ha consentito di trasformare le tessere annonarie in strumenti di mobilitazione anti-occidentale. L’Iraq aveva finito per accettare la risoluzione 986 denominata “oil for food” (petrolio contro derrate alimentari) adottata nel 1995, sottoscrivendo, il 20 maggio 1996, un memorandum d’accordo con le Nazioni unite, in base al quale l’Iraq può esportare ogni sei mesi l’equivalente di 2 miliardi di dollari di petrolio; nel febbraio 1998 quest’importo è stato portato a 5,2 miliardi. Il corrispettivo di queste esportazioni veniva depositato su un conto speciale delle Nazioni unite, e utilizzato nella misura del 58% per pagare le importazioni irachene - medicinali, derrate alimentari e altri prodotti per talune esigenze civili; il 13% va ai tre dipartimenti del Nord (Kurdistan) sottratti al controllo del governo centrale, mentre il resto era destinato ai fondi di risarcimento per le vittime della guerra contro il Kuwait (25%) e a varie voci attinenti ai costi legati dell’embargo e al funzionamento delle Nazioni unite (compresi quelli dell’Unscom). La verità è tuttavia che il programma risultava una sorta di ricatto occidentale. Per esempio nessuno sa che, inviando per esempio un’ambulanza a Baghdad questa arriva - o non arriva - nella capitale dopo lo smontaggio dei pneumatici, e di ogni apparecchio dichiarato “utilizzabile in strumenti di guerra”...
L’Iraq è uno Stato indipendente e sovrano retto dal partito unico, il Partito socialista della Rinascita (Ba’ath) Araba. Il Baath, come viene comunemente chiamato, è stato fondato nel secondo dopoguerra, da alcuni militanti nazionalisti arabi che avevano combattuto la “guerra del sangue contro l’oro” al fianco dell’Asse.
Il principale teorico del Baath, Michel Aflak, un cristiano di origine siriana - come ricorda Marco Ghirardi dell’associazione Italia-Iraq - si ispirò ai postulati dei movimenti nazionalrivoluzionari europei nell’elaborare la dottrina che tuttora permea di se il partito. È da notare la perfetta corrispondenza fra la dottrina baathista e, per esempio, il “Manifesto di Verona” del Partito Fascista Repubblicano: socializzazione delle imprese, nazionalizzazione delle risorse naturali, della grande industria, degli istituti di credito, dei trasporti, ecc.
L’Iraq è sottoposto, da oltre un decennio, a uno degli embarghi più criminali che la storia ricordi (esso ha finora provocato la morte di oltre un milione e mezzo di iracheni). La Guerra del Golfo (più che guerra si è trattato di un devastante bombardamento terroristico) è un capitolo della “guerra del sangue contro l’oro”: gli americano-sionisti mirano a ridimensionare l’Iraq (“il vero nemico di Israele”, secondo il criminale Ariel Sharon) dal punto di vista politico, economico e militare (James Baker disse a Tariq Aziz: “... vi riporteremo all’età della pietra, alludendo alla distruzione -quasi una vendetta- delle grandi opere pubbliche, delle infrastrutture realizzate dal regime grazie alla nazionalizzazione del petrolio). È stato l’ebreo-sionista Edward Luttwak a spiegare le vere motivazioni che mossero gli USA a scatenare l’operazione “Desert Storm”: “Quello, disse riferendosi al presidente Saddam Hussein, non è come i principi sauditi, che si spendono gli introiti del petrolio in champagne e donnacce a Parigi. Quello usa i petrodollari per costruire ferrovie! Linee elettriche! Sta formando una classe di tecnici istruiti. Ancora pochi decenni, e l’Iraq rischia di diventare la prima potenza dell’area”.
Il presidente Saddam Hussein è, oggi, il simbolo della battaglia degli oppressi, dei diseredati, degli sfruttati contro “gli affamatori che detengono ferocemente tutto l’oro e tutte le ricchezze della terra”; è il vessillo della battaglia antisionista, antimondialista, antimperialista e anticolonialista.
Il regime nazionalista e socialista iracheno è il punto di riferimento degli Stati nazionalisti di tutto il mondo, dal Venezuela di Hugo Chavez, alla Bielorussia di Lukashenko.
L’Iraq è altresì un modello di convivenza fra cristiani e mussulmani, favorito dalla politica laica, ma non laicista, del regime, rispettoso e garante di tutte le fedi religiose del popolo iracheno.