I casi sono due: o chi scrive non ha mai capito nulla di economia, e più ancora di politica economica, oppure la situazione mondiale va facendosi sempre più grave, e forse addirittura irresolubile. Ma quando i governi di tutto il mondo “economicamente progredito” vogliono farci credere che il problema da risolvere per la ripresa dello sviluppo è - come ormai sembrerebbe evidente da quanto viene propinato alle varie opinioni pubbliche per mezzo della stampa e dai teleschermi - quello dei tassi di interesse, il che significa, quindi, che siamo tutti in trepida attesa del “verbo” che di volta in volta viene annunciato dal signor Duisenberg o dal signor Greenspan, o magari da tutti e due, il problema che sopra ci siamo posti diventa in realtà del tutto insussistente, anzi si risolve da solo, come direbbero i giuristi, per mancanza di oggetto. Perché parlare di variazione dei tassi in senso negativo, cioè anche solo postulare una loro riduzione, ci sembra significhi proseguire in quella politica che, di fatto, ha determinato o almeno agevolato la presente crisi, sta a significare, al contempo, due cose: da un lato che si intende continuare a favorire i ceti privilegiati - industriali, affaristi, finanzieri, speculatori, che per la natura e le caratteristiche della loro attività possono trarre immediata fonte di guadagno dalla riduzione dei tassi - e dall’altro, inversamente, si determina necessariamente una correlativa contrazione della remunerazione del risparmio - generalmente piccolo e privato - con ovvie conseguenze sul potere d’acquisto della gente.
Credevano fin qui, per vero, che un siffatto, e discutibile, modo di ragionare fosse proprio degli industriali italiani - e da anni ormai ne mettiamo in evidenza la assoluta fallacia - ma ora ci accorgiamo che si tratta di un vero e proprio vizio, comune tanto ai governi quanto alle banche centrali di mezzo mondo: gli uni e le altre, infatti, tengono bensì conto delle esigenze dei ceti produttivi, che nei momenti brutti abbisognano di capitali a basso costo, ma non si rendono conto - o forse non vogliono farlo - del fatto che un incremento della produzione postula un correlativo incremento della domanda del mercato. E laddove manchi quest’ultima, o quanto meno continui a stagnare, l’aumento produttivo si risolve in una pure perdita.
Stiamo scrivendo queste righe tre o quattro ore prima della “tanto attesa” audizione del signor Duisenberg al parlamento europeo, nella quale il presidente della Bce - il tempo verbale che usiamo si riferisce evidentemente al momento in cui il giornale sarà in distribuzione, cioè alla giornata di martedì - ha precisato la politica dei tassi che verrà seguita nelle prossime settimane. Il fatto che essi restino all’attuale livello - e già basso, quindi scarsamente remunerativo per i risparmiatori, quindi di per sé del tutto disincentivante - ovvero che esso scenda ancora, come sembra allo stato assai più probabile, con effetti ancor più negativi per la gente comune, sta appunto dimostrare che la scelta fatta dalle grandi istituzioni economiche e finanziarie mondiali appare ormai irreversibile, anche se tale scelta, alla fine, non avvantaggia neppure coloro nei confronti dei quali è stata a suo tempo operata ed ora viene mantenuta.
Il che sarà ancora maggiormente illuminante nel caso in cui analoga decisione venisse presa dalla Federal Riserve (anche se la tradizionale prudenza di Greenspan ci porterebbe ad escluderla , a mano che se non subentrassero motivi di prestigio politico nordamericano) e se quindi tra Europa ed America si sviluppasse una vera e propria “guerra dei tassi” che - almeno così ci appare in tutta la sua oggettiva evidenza - si risolverebbe a tutto danno della gente comune. Oltre che, di fatto, rinvierebbe alle calende greche ogni possibilità di effettivo sviluppo dell’economia mondiale che non fosse una formale - e fatalmente brevissima - implementazione dell’attività industriale, e soltanto in “certi” Paesi.
Per molti anni, a dire il vero, noi abbiamo rimproverato alla Banca d’Italia di aver fatto “solo” politica monetaria, anche se abbiamo dovuto riconoscere che la cosa era in qualche modo necessitata dalla mancanza di una adeguata politica economica da parte dei governi del centro-sinistra, perché Bankitalia ha svolto per lungo tempo una funzione di sostanziale supplenza alle carenze dei vari esecutivi. Naturalmente, come del resto era prevedibile, gli italiani ne hanno subito conseguenze non certo positive, se non altro in termini di carichi fiscali. Ma la più volte esperita possibilità del ricorso a periodiche svalutazioni compensative della lira, allora esistente, fece in qualche modo superare, sia pure provvisoriamente, le difficoltà di tempo in tempo verificatesi: il che dimostrava al contempo, i vantaggi ed i limiti della politica monetaria. Vantaggi per l’immediato, limiti, a dir poco, per il futuro.
Ora quello che era un fenomeno geograficamente limitato va ora oggettivamente allargandosi, quindi a peggiorare nei suoi effetti, perché il ricorso alla politica monetaria si sta diffondendo dall’Italia al mondo intero, o almeno alle nazioni industrializzate. Non a caso, da parte di qualche istituzione internazionale, sia pure con “avvisi”, peraltro non sempre chiari per non allarmare la gente, si mettono periodicamente in luce non meglio precisati “pericoli”.
Resta da vedere se e quanto durerà questo tipo di politica di supplenza. E resta da vedere, soprattutto, i danni che essa in prospettiva non potrà non creare tanto alle economie dei Paesi sviluppati quanto, a quelle, ormai progressivamente e pericolosamente fatiscenti, del terzo mondo, che non avrà altra strada da percorrere se non ulteriormente favorire le migrazioni di massa che già tanto turbano l’opinione pubblica di quello che una volta era considerato “l’opulento occidente”.
Ora il pericolo è che quest’ultimo corra ai ripari, adottando la politica delle lesina neri confronti dei propri cittadini, politica che si risolve in una radicale compressione dei diritti, accompagnata da una altrettanto risoluta riduzione, se non addirittura eliminazione, del “welfare state”: sono, in parole piovere, quelle riforme di struttura di cui troppo si parla. Il tutto nella perpetuazione della mancanza di una politica economica di lungo respiro, e del riconoscimento della preminenza degli intersessi generali rispetto a quelli di ristrette caste o di particolari gruppi economici.
Insomma, la gente che conta di lezioni ne ha avute a iosa: solo che per incompetenza, iattanza o, forse, per ignoranza pura e semplice ancora non le ha capite, o almeno non le ha digerite a sufficienza.