Al centro dei commenti il riconoscimento del ruolo del Prc
L'anomalia Rifondazione

Rina Gagliardi

«Ieri, la mozione unitaria dell'Ulivo, tanto faticosamente costruita, è franata a sinistra, sotto l'incalzare della linea intransigente di Bertinotti... Ancora una volta sono stati i Ds, molto più della Margherita, a pagare il prezzo più salato... In un certo senso si potrebbe dire che Cofferati agita l'albero e Bertinotti raccoglie i frutti. Succede sul tema della guerra, ma è accaduto anche sull'articolo 18». Non è un amico di Rifondazione comunista a dipanare questo lucido ragionamento, ma uno dei più illustri analisti della politica italiana, Stefano Folli, ieri sul Corriere della sera. Ma l'opinione dell'inventore della «nota alla Folli» è tutt'altro che isolata: tutti i giornali, o quasi, a proposito della giornata parlamentare di mercoledì, convergono proprio sul significativo ruolo esercitato dal Prc. Da La Stampa («E la mozione Fausto spacca di nuovo la Quercia») al Riformista, dal Sole 24 ore («Bertinotti divide ancora l'Ulivo») all'Unità e al manifesto («Bertinotti ha tenuto fermo il timone e ha ottenuto un ottimo risultato: ha dato voce istituzionale a quel che milioni di persone pensano e ha giustamente spaccato un centrosinistra ancora penosamente impacciato e profondamente diviso», scrive nell'editoriale il direttore Riccardo Barenghi). Unica eccezione, La Repubblica, che preferisce sottolineare la ritrovata unità ulivista. Comuqnue, quando un giudizio politico-analitico è così diffuso, se non unanime, vuol dire anche, di solito, che è azzeccato. Ma che cosa è successo, dunque, e soprattutto che cosa sta succedendo nelle sparse file delle sinistre italiane?

Quell'Ulivo che non c'è
Succede che la dura realtà dei fatti - la guerra - sta mettendo alla frusta l'identità dei soggetti della politica: nel senso che costringe tutti a scegliere, a collocarsi, a prendere posizione. E succede, parimenti, che i partiti del centrosinistra oppongano a questa pressione una vera e propria "resistenza" collettiva, nel tentativo di coprire le differenze (e i contrasti) interni con l'ambiguità, la vaghezza, la tecnica del rinvio permanente, la certosina distillazione di testi scarsamente significanti. Sulla guerra, oltre ai «se» e ai «ma», è in uso, da tempo, la linea del «ni», col gioco di scatole l'una incastrata dentro l''altra - Onu, Ue, Prodi, Nato, e perfino Pannella. Ma l'operazione "nascondimento" è destinata a un quotidiano naufragio, sia perchè man mano si avvicina il tempo delle decisioni e della chiarezza, sia perchè gli spazi dell'iniziativa politica non sono certo consunti. Come l'irruzione sulla scena di fattori soggettivi "pesanti": pesanti non per quantità, ma per il profondo legame, politico, concreto e simbolico, che rappresentano con i processi reali.

L'anomalia Rifondazione, in questo senso, si rivela preziosa: assumendo e rilanciando anche nelle sedi istituzionali le istanze del movimento (e di una ancor più vasta opinione pacifista), il Prc non rompe una coalizione che non c'è, ma scopre l'autoreferenzialità separata del gioco politico e immette dentro di esso una attiva connessione "politico-sentimentale". Una "semplice" mozione, certo. Ma una mozione che rispecchia le idee e le emozioni (giust'appunto) vissute, in questi giorni, da alcuni milioni di persone. Per questo, stavolta, non è possibile nè ignorare Bertinotti nè accusarlo, più di tanto, di aver "guastato la festa". Quale festa? L'unità tattica del centrosinistra non è durata nemmeno dodici ore: ieri pomeriggio, puntuale, si è riprodotta la divisione tra Sì, No e astensioni sul finanziamento della "missione" degli alpini in Afghanistan.


La crisi verticale dei Ds
Ma il dato politico che emerge clamorosamente dall'ultimo dibattito parlamentare non è la crisi - strategica, politica e perfino ormai tattica - del centrosinistra. Essa è oramai di lunga data ed è acquisita per tutti (basti considerare la proliferazione di quotidiani e periodici, tutti "di nicchia", tutti riferiti ad aree diverse della coalizione). Il dato nuovo è che al centro di questi affanni ci sono i Ds, vale a dire il più grande dei partiti dell'Ulivo, e della sinistra di governo.

Le divisioni parlamentari della Quercia (mercoledì quattro tipi di comportamento, ieri, giovedì, "soltanto" due), sono solo la punta dell'iceberg di posizioni, e soprattutto di culture politiche, sempre più divaricate, talora non compatibili. Tra i così detti liberal (Morando, Debenedetti, Ranieri, più la destra interna tradizionale) e l'ala sinistra del correntone, quella più legata al movimento no global, non c'è praticamente nulla in comune: i primi parlano una lingua atlantica, neoconfindustriale e tendenzialmente bipartizan; i secondi sono pacifisti, ambientalisti, antiliberisti (cum juicio) e vocati all'opposizione. Perciò, il rapporto tra queste due ali è ormai di tipo antagonistico, di vero e proprio combattimento: con una campagna quasi ossessiva contro Sergio Cofferati (considerato, forse non del tutto a ragione, come il vero leader occulto del correntone, quello che gli detta ogni giorno le linee di condotta), per altro condivisa e attiviamente coadiuvata dai così detti dalemiani. Se poi andiamo a vedere qual è l'idea, anzi quali sono le concezioni rispettive del Paritto e della politica, si scopre che i "riformisti", così dichiaratamente a-ideologici e modernizzanti, sono allo stesso tempo anche i più legati a un'idea antica di disciplina - è di poco tempo fa, un'intervista molto aggressiva anche in questo senso di Giorgio Napolitano, ed è di ieri un richiamo di Emanuele Macaluso alla necessità di rispettare regole e norme di partito. Appunto: ma qual è il collante che consente ai Ds di stare insieme, e di "pensarsi" come gruppo di interessi comunque solidali? In realtà, prima che l'indefessa attività di mediazione neocentrista svolta da Piero Fassino (che interpreta il suo ruolo di segretario con criteri quasi geometrici), si tratta forse di una rete molto spessa ed articolata di poteri locali, amministrativi, sindacali, gestionali, sparsa nelle regioni centrali, e in qualche centinaio di città e di comuni. Una "base materiale" che un tempo sarebbe apparsa solida, ma che oggi è per forza molto più complicata, contraddittoria, precaria. E che comunque non è in grado di supplire agli affanni d'identità che abbiamo sommariamente ricordato - la globalizzazione fa sentire i suoi effetti spiazzanti anche qui, anche nella crescita delle contraddizioni tra territori e "centro".

Riassumendo. Può apparire "patriottico", a scriverlo così: ma non è vero che Rifondazione comunista, se non ci fosse, bisognerebbe proprio inventarla?

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