E’ meglio dividersi in maniera chiara se poi si vuole ritrovare l’unità nella coalizione
I costituzionalisti hanno un approccio professionale: individuare interpretazioni di un testo normativo ritenendole vincolanti. Questo atteggiamento tende poi a sconfinare in ogni aspetto della realtà. Può darsi che quanto segue sia legato a questa mentalità; me ne scuso. Tuttavia non posso mancare di rilevare un dato: le forze politiche dell'Ulivo sono basate su vecchie linee di frattura che non coincidono con le divisioni programmatiche. Finora si è cercato di eludere tale problema o di risolverlo solo in termini di regole dell'Ulivo, del come essere uniti. Vi è però anche il problema del come essere divisi, che, nell'incertezza generale, ha prodotto un primo embrione di regole dell'Ulivo sostanzialmente inutilizzabile perché basato sulla sfiducia reciproca, di cui gli alti quorum sono la traduzione.
Vi è un'area ben organizzata che raccoglie gran parte del correntone ds, verdi, comunisti e un piccolo spezzone della Margherita e che si riconosce nella leadership di Sergio Cofferati: esso esprime posizioni che non condivido, ma che sono politicamente serie perché prevedibili, dotate di coerenza interna, oltre che espressive di posizioni diffuse nel Paese. Guai a trasporre le differenze di valutazione politica in forme di fastidio per posizioni che hanno diritto di cittadinanza in qualsiasi centrosinistra europeo. Vi è un'altra area, che fa capo alle maggioranze interne di Ds e Margherita, che si muove con altre sensibilità politiche e che è meno organizzata per due ragioni di fondo: il primo è la diffidenza reciproca tra i vari leader che affollano questa costellazione (nessuno infatti contesta che in una competizione bipolare la leadership debba essere scelta in essa, ma ciò causa conflitti per l'esistenza di varie e legittime aspirazioni) e l'altra è il senso di responsabilità di chi si trova, come Fassino e Rutelli, a gestire il presente, dovendo per forza porsi come custodi della sacralità del vincolo matrimoniale, delle unità dei rispettivi partiti e di quella, pur minima, della coalizione. Un ruolo assolutamente ingrato (grazie!) e non privo di un argomento forte: perché sfasciare il minimo di bene in nome di un ottimo astratto? Dietro questo ragionevole senso di responsabilità vi è poi un fiorire di mediatori, dagli intenti positivi, ma dagli esiti non sempre proporzionali: come si fa a firmare l'appello sulla pace “senza se e senza ma” e poi non votare insieme a Rifondazione? Si fa così violenza sulle esigenze di chiarezza rispetto al Paese.
Mi chiedo se, invece, posto che non sia realistico in questa fase l'obiettivo di costruire un partito unico, non debba essere avanzata un'alternativa: costruire dentro la comune cornice dell'Ulivo due forze politiche diverse che corrispondano alle linee di frattura reali che passano dentro la coalizione, dando a ciascuna la possibilità di contarsi, considerando peraltro che la prima forte scadenza politica sono le Europee dove si vota con la proporzionale e dove le differenze sulla politica sovra-nazionale non potrebbero essere occultate. Una delle ragioni delle reciproche intolleranze che si manifestano in entrambe queste aree è data dall'incertezza sui consensi reali: la componente più radicale pensa che la capacità indubbia di mobilitazione che ha dimostrato coincida anche con una simmetrica forza elettorale; l'altra ritiene invece che ci sia un salto tra entrambe le dimensioni, che l'elettore medio (compresi molti dei mobilitati) riversi poi nel voto una logica specifica, attenta ai risultati effettivi, anche se distanti dalla purezza degli obiettivi. Personalmente condivido la seconda opinione, ma non è questo il problema collettivo, che invece consiste nel darsi un'occasione effettiva di conta. Mi sembra molto più corretto avere una competizione tra liste anziché una guerra fratricida per le preferenze tra candidati di idee notoriamente divaricanti. Perché non avere nella stessa lista europea Napolitano ed Enrico Letta da una parte (magari insieme a Pat Cox e a Zapatero, come fece il Pci per Duverger), Cofferati e Rosy Bindi nell'altra, insieme a leader pacifisti europei?
Non sono certo il primo a teorizzare questa scomposizione e ricomposizione, con esiti finali analoghi a buona parte dei Paesi del continente. Basti ricordare sul versante speculare (non dico opposto perché l'avversario resta Berlusconi) le posizioni di Riccardo Barenghi. Si può rifiutare questo ragionamento in nome dell'evitare sconvolgimenti inutili, ma non sarà che, così facendo, ci ritroveremo tra qualche settimana ad arrivarci per necessità anziché per scelta e dopo aver accumulato una dose di risentimenti personali che peseranno inutilmente? Non siamo chiamati ad una prova di laicità che le elezioni europee potrebbero positivamente sancire?
Tratto dal riformista di oggi.
Cordiali Saluti




Rispondi Citando