Il giorno dopo l’incontro tra il presidente russo Vladimir Putin e il presidente della commissione europea Romano Prodi, che ha rimarcato il legame fra Mosca e l’Unione europea, il Cremlino è tornato a far sentire la sua posizione.
Lo ha fatto attraverso la voce del ministro degli Esteri, Igor Ivanov, che in un’intervista pubblicata ieri su “Il Corriere della Sera” ha chiarito ulteriormente l’ottica del proprio Paese sulla crisi irachena.
Primo punto fondamentale per il delegato di Mosca è stato ribadire l’importanza del lavoro degli ispettori, quello effettuato fino ad ora e quello che andranno a compiere, fermo restando che “le ispezioni non possono durare per sempre”.
Per definire in maniera adeguata tale situazione “la Russia ha proposto che l’Unmovic e l’Aiea sulla base della risoluzione 1284 presentino un piano di lavoro indicando i tempi e quello di cui hanno bisogno per svolgere il loro compito.”
La questione su cui la Russia focalizza la propria attenzione, infatti, è cosa sia rimasto da fare in pratica perché le ispezioni siano considerate utili ed fruttuose.
“ Oggi si dice che ci vuole più collaborazione da parte dell’Iraq. Ma concretamente cosa serve? Il permesso al sorvolo degli aerei da ricognizione, le
interviste con gli scienziati, l’adozione di una legge che proibisca la fabbricazione delle armi di sterminio. Tutto questo lo abbiamo ottenuto. Gli ispettori ci dicano se serve altro”.
Un modo diplomatico per evidenziare quanto fino ad ora non si sia fatto altro che cavillare e fare ostruzione, pur di offire all’opinione pubblica un immagine demonizzata dello Stato iracheno.
Riguardo la possibilità di approvare la prossima risoluzione che Usa e Gran Bretagna presenteranno la settimana prossima, attraverso cui ottenere il via libera alle loro brame nel Golfo, Ivanov ha ribadito che il suo Paese non è concettualmente contrario ad una nuova risoluzione, ma che nel caso in questione, “ sulla base dei rapporti degli ispettori e dell’Aiea non ce n’è la necessità.”
“Per essere chiari - ha sottolineato - se la risoluzione mira ad avere l’autorizzazione all’uso della forza, allora crediamo che sia dannosa”.
Ciò non significa comunque l’intenzione della Russia di alimentare e creare ulteriori divisoni in ambito internazionale, opponendo una cieca resistenza nel Consiglio di Sicurezza, “bensì mantenerne al massimo l’unità.”.
In questa direzione, anche il diritto di veto, di cui dispone insieme alla Francia e alla Cina, rimane “una misura estrema, a cui ricorrere in maniera responsabile.”
È emerso chiaramente, dunque, quanto l’opposizione russa al conflitto non nasca dall’antica rivalità con la vecchia nemica America, quanto dalla lucida considerazione delle reali conseguenze di una guerra.
“Sarebbero negative” non solo perché la guerra rappresenta il fallimento di una strategia politica unitaria nella risoluzione di problemi comuni, e “danneggerebbe seriamente i meccanismi multilaterali soprattutto all’interno dell’Onu.”, ma soprattutto per le ripercussioni che potrebbe avere nei rapporti con il mondo islamico.
Secondo Ivanov, infatti, “l’Islam potrebbe recepire queste azioni come manifestazioni di uno scontro di civiltà.”
Inoltre, “la guerra si ripercuoterebbe seriamente sulla situazione
nell’area nel Golfo e nel Vicino Oriente”, ostacolando i tentativi finora inutili della comunità internazionale di sanare alcuni dei gravi problemi già esistenti.”
“Infine, influirebbe sulla situazione generale economica nel mondo.”
Ragioni sufficiente per indurre a riflettere prima di agire ed innescare un meccanismo di destabilizzazione mondiale molto pericoloso.
Ma la prudenza della Russia non vuol dire codardia - come ha impunemente affermato nei giorni scorsi Tony Blair riferendosi al presidente francese Jacques Chirac, accusato di non volersi assumere la responsabilità di una scelta difficile -, né tantomeno disimpegno, ha a che fare piuttosto con la lucidità e la lungimiranza.
Il Cremlino, infatti, è uno dei pochi Paesi che nel corso degli ultimi anni ha tentato di perseguire gli stessi obiettivi di cui ora si fregiano gli alleati, cioè rendere l’Iraq inoffensivo, senza ricorrere alla forza.
“Siamo in contatto permanente con le autorità di Baghdad per convincerle alla massima collaborazione con gli ispettori internazionali: è la miglior garanzia di evitare la guerra”.
Pace non significherebbe leggerezza o mancanza di coraggio, ma semplicemente azione diplomatica e rispetto per le sovranità altrui. Rispetto che si misura anche sulla posizione relativa all’ipotesi di esilio di Saddam Hussein,liquidata da Ivanov come “un’ingerenza negli affari interni di un altro Paese”.
Una posizione ben ferma che volente o nolente si scontra apertamente con la politica degli Stati Uniti e i suoi alleati.
Questa netta contrapposizione è apparsa ancora più evidente durante una conferenza stampa cui ha partecipato ieri il ministro degli Esteri russo.
Il rappresentante di Putin si è reso latore di una grave denuncia con la quale ha accusato la Casa Bianca di esercitare pressioni sugli ispettori dell’Onu affinchè creino “i presupposti per una loro partenza, come avvenne nel 1998, o consegnino al Consiglio di sicurezza valutazioni che possano essere
usate a pretesto per l’impiego della forza contro l’Iraq”.
Sebbene durante il suo intervento Ivanov non abbia voluto chiarire da che parte provengano tali pressioni l’allusione agli Stati Uniti è stata ben chiara. E visti i precedenti tutt’altro che improbabile.