Carl Carlsson




Il numero di Time edizione europea, che porta la data del 20 gennaio 2003 e che in questi giorni è in edicola, dedica un interessante servizio di otto pagine alla diffusione ormai evidente di un forte sentimento antiyankee in Europa. La copertina del settimanale è molto esplicita: sullo sfondo di una bandiera statunitense in fiamme campeggia il titolo America sotto accusa. Non sorprende più di tanto che una rivista con sede a London adotti la diffusa mistificazione lessicale che consiste nell'attribuire l'appellativo di "America" a quegli "Stati Uniti" che ne costituiscono (Alaska, Hawaii e acque interne comprese) il 22,25% della superficie totale. Ancora gli studenti rivoluzionari di Berkeley tenevano a definire il loro paese "The States", qualche decina di anni fa, quando già nel tempio mondiale dell'usura, il New York Stock Exchange, la spocchiosa e abusiva denominazione di "America" andava per la maggiore. Noi diremo, beninteso, "Stati Uniti", poiché aderiamo a quanto affermò Stokely Carmichael: "Quando lo schiavo inizia a rifiutare le definizioni dei suoi padroni, inizia a liberarsi". Ciò che più conta, qui, anche al di là degli stessi contenuti ovviamente improntati alla linea editoriale della rivista, è comunque il significato dell'articolo di Time, la cui testata-madre - non va scordato - è per l'appunto statunitense: la crescita dell'avversione agli Yankee in Europa è ormai un fenomeno troppo importante per poter essere sottaciuto. Il titolo del servizio nelle pagine interne è "Mad at America", Arrabbiati con l'America. A Washington ci si rende conto, non senza dispetto, che la stessa "solidarietà" artatamente pompata verso il regime al potere negli Stati Uniti e la sua politica criminale dopo l'undici settembre dalla serva feccia occidentalista, con uno stomachevole sciacallaggio della solidarietà sempre dovuta alle vittime innocenti, è svaporata in una nube maleodorante. Puoi ingannare tutti per qualche tempo, o qualcuno per sempre, ma non puoi ingannare tutti per sempre, lo scrisse molti anni fa proprio uno dei loro. È stato riportato da Marco d'Eramo, un bravo giornalista e saggista le cui opinioni in materia di globalizzazione non condividiamo però affatto, che il capo-gangster Bush, magnificando l'efficacia della sua propaganda elettorale, forzava il concetto e amava ripetere "Puoi ingannare alcuni per sempre, è su questi che ti devi concentrare". Ma in Europa, per sua sfortuna e nonostante gli sforzi del suo regime, gli aspiranti mangiahamburger a quanto pare non sono maggioranza. E dunque les jeux sont fait: la manfrina propagandistica incentrata sul cosiddetto "scontro di civiltà", inventato dall'ambiguo Samuel Huntington, oltre al consueto pattume liberale-liberista arruola ormai soltanto qualche ragazzotto un po' intontito. È stato ripetutamente pubblicato, e mai smentito, che lo Stato super-canaglia di Washington aveva già da tempo designato l'Irak come prossimo suo obiettivo. Persino lo Zio Tom Colin Powell (così definito dal noto cantante afroamericano Harry Belafonte) ha ammesso che sotto questo profilo l'undici settembre costituiva un'occasione. La negretta della Chevron Condollezza Rice, squallida marionetta alla quale buona parte degli Afroamericani secondo un recente sondaggio riserva giudizi irriferibili, a un anno dagli avvenimenti ha invece definito l'undici settembre "una straordinaria opportunità per gli Stati Uniti". Scriveva Max Weber: "Nulla contribuisce all'efficacia del combattimento quanto la buona coscienza dei combattenti. La mitologia e la menzogna contribuiscono a forgiare questa buona coscienza più spesso che la fedele espressione della verità". Gli Europei qui non hanno abboccato: non è uno "scontro di civiltà" tra il cosiddetto "occidente" e "gli altri" quello che è in atto, ma un conflitto di sistema dove gli Stati Uniti sono in guerra col resto del mondo. Gli Yankee sono nemici dell'umanità, come scrisse Ernesto Guevara. Né l'Europa può illudersi, in questo conflitto, di restare indenne. Coloro che oggi vorrebbero convincerci che l'Islam è il nostro nemico per elezione, sono quegli stessi che hanno finanziato, armato, addestrato e utilizzato i terroristi islamicisti in Afghanistan, Cecenia e Bosnia; che hanno in ogni modo favorito la Völkerwanderung mussulmana verso l'Europa al precipuo scopo di crearvi scompiglio e disordini; che hanno orchestrato l'operazione Iran-Contras; che hanno sostenuto il golpista islamicista Musharraf in Pakistan; che hanno fatto da compari alla banda di predoni wahabiti che infesta la cosiddetta Saudi Arabia; che hanno combinato i propri luridi affari con la famiglia bin Laden; che hanno trafficato coi narcoterroristi del sedicente UCK per distruggere la Jugoslavia e piantare un cuneo destabilizzante nel cuore stesso dell'Europa. Nel settembre 2000 il centro studi PNAC ("Progetto per il nuovo secolo americano"), costituito nel 1997 per promuovere "la leadership americana globale" e diretto da un socio in affari del noto filibustiere Rupert Murdoch, elaborò un documento intitolato "Ricostruire le difese degli Stati Uniti d'America: strategie, forze e risorse per un nuovo secolo". Lo studio era stato commissionato da quattro personaggi che all'epoca non avevano alcun incarico di governo: l'attuale vice-Bush Dick Cheney, l'attuale ministro della difesa ed ex-lottatore Donald Rumsfeld, il suo attuale vice Paul Wolfowitz e il governatore della Florida Jeb Bush, fratello di quell'altro. Nel documento, tra l'altro, si indicava come "conservare la preminenza globale degli USA, impedendo il sorgere di ogni grande potenza rivale e modellare l'ordine della sicurezza internazionale in maniera tale da allinearlo ai principi e agli interessi statunitensi". Circa l'Irak si annotava: "Il conflitto irrisolto contro quel paese fornisce una giustificazione immediata e l'esigenza di avere una sostanziosa presenza delle forze americane nel Golfo va oltre la questione del regime di Saddham Hussein". Tra i soggetti da tenere nel mirino lungo quella che veniva definita "la nuova frontiera americana", oltre a quelli tradizionali come la Siria, la Libia, la Corea del Nord, veniva indicato l'Iran e, più in prospettiva, la Cina (per premere sulla quale si proponeva di incrementare la presenza militare USA in Asia sudorientale) e l'Europa Unita stessa (accusata di voler diventare una rivale degli Stati Uniti). Circa le misure militari, lo studio del PNAC suggeriva "la costituzione di forze speciali per dominare lo spazio e assumere il controllo totale del cyberspazio" e lo sviluppo di armi biogenetiche di distruzione di massa: "forme avanzate di guerra biologica in grado di prendere di mira genotipi specifici potranno trasformare la guerra biologica dal mondo del terrorismo in un'arma politicamente utile". È istruttivo riportare un estratto dalla "dichiarazione di principio" costitutiva del PNAC, sottoscritta dai medesimi Cheney, Rumsfeld e Wolfowitz, che chiama direttamente in causa la prospettiva dei rapporti tra Stati Uniti ed Europa: "Sembra si siano dimenticati gli elementi essenziali del successo dell'amministrazione Reagan: forze militari pronte a raccogliere le sfide presenti e future, una politica estera che promuove con coraggio e determinazione i principi americani all'estero; e una leadership nazionale che accetta le responsabilità globali degli Stati Uniti per dissuadere le nazioni industriali avanzate dallo sfidare la nostra leadership o persino aspirare a un ruolo locale o globale maggiore". L'assunzione di una nuova consapevolezza tra gli Europei, che già ha marcato il distacco dagli USA e va colorandosi di risentimento, è certamente stata innescata dalla visibile e criminale politica di aggressione economica e militare che Washington già aveva intrapreso all'epoca di Clinton (della quale l'attacco alla Jugoslavia che vide i governi europei vigliaccamente accodarsi fu l'espressione emblematica) e che adesso, sotto il despotato petrolifero della banda Bush, supera ogni limite di arroganza e di pretestuosità; e infatti lo schieramento assai ampio che sostenne la prima guerra contro l'Irak è oggi andato in frantumi. Ma all'origine di un tale processo, inevitabilmente, sono le diversità essenziali tra Stati Uniti ed Europa, incomponibili perché di natura culturale, cioè etnica nel senso delle identità condivise, che il contesto odierno aiuta a emergere con maggiore facilità ma che nondimeno sono antiche, e radicate in profondità. E che non è troppo azzardato mettere in rapporto con la distinzione, e spesso l'opposizione, tra Kultur e Zivilisation, tracciata pur con accentuazioni via via diverse da Kant, Schiller, Fichte, Schopenhauer, Nietzsche, Spengler e Thomas Mann. L'equivoco strumentale di un moderno Abendland, di un Occidente transatlantico unito da pretesi "valori comuni" e votato, in ragione della sua asserita "superiorità", a dominare il mondo imponendovi il regime globalista della mercatura newyorkese, è oggi un re nudo: il grido innocente di un bambino lo può finalmente dissolvere. Persino il pessimo Fukuyama, già dipendente del Policy Planning Staff del Dipartimento di Stato USA, firmatario del libello "The end of history and the last man" ("La fine della storia e l'ultimo uomo") nel quale si insinuava che la cosiddetta liberaldemocrazia rappresentava il culmine dell'esperienza politica, e che ancora nell'ottobre 2001, sul Wall Street Journal, scriveva "La fine della storia dopo l'undici settembre" tornando a sproloquiare di "occidente liberale e democratico", in una conferenza tenuta a Melbourne all'inizio di agosto 2002 doveva piegarsi ad ammettere quanto segue: "Il divario che si è aperto fra Europa e Stati Uniti nel 2002 è molto di più di una reazione transitoria nei confronti dell'amministrazione Bush o della situazione internazionale dopo l'11 settembre". E poco dopo, addirittura, a correggere la sua risibile previsione di "fine della storia" in quella, diametralmente opposta, di "fine dell'occidente". Quando sottolineiamo la profonda, radicale incompatibilità tra Europa e Stati Uniti alla luce di una nuova consapevolezza che va maturando, e che, riteniamo, lascerà un segno profondo comunque vada a finire la crisi irakena, non intendiamo, naturalmente, tracciare un grezzo e insuperabile fossato immaginario con gli abitanti en bloc di quel paese. I nemici infatti si definiscono tali non per ciò che sono di nascita, ma per ciò che fanno, in quanto si possano considerare ostili: è anche la ragione per la quale riteniamo criminali da forca coloro che massacrano popolazioni civili inermi e infieriscono su vecchi, bambini e donne per la loro sola appartenenza. Dobbiamo avere contezza di come la cultura storica dell'Europa sia incommensurabilmente distante dal cosiddetto american way of life, ma non per questo vogliamo ignorare il contributo prezioso che studiosi e intellettuali statunitensi come Noam Chomsky, Jeremy Rifkin, Gore Vidal e tanti altri hanno portato in questi anni, nè tutte le persone comuni che si sono battute per buone cause, nè il fatto che la resistenza al globalismo trovò proprio a Seattle, nella dura contestazione del vertice WTO del novembre 1999, un fondamentale momento emblematico al quale riferirsi; nè infine coloro che appena ieri sono scesi nelle piazze, da San Francisco a Washington, per gridare la propria rabbia contro la guerra voluta dalla banda Bush. E d'altra parte nemmeno vogliamo dimenticare come nell'Europa stessa non manchino traditori e collaborazionisti agli apici, e sciuscià nei bassifondi, che operano per conto del nemico e ai quali bisognerà alla fine pur regolare il conto. D'altra parte l'Europa stessa non può sperare di vincere questa battaglia, che è per la sopravvivenza, se non restando sé stessa: rafforzando al massimo la sua coesione politica e valorizzando il proprio patrimonio identitario, ideale e sociale. L'alleanza, o se si preferisce la co-belligeranza, con tutti i popoli aggrediti e oppressi dallo Stato super-canaglia di Washington, non può contemplare primati o gerarchie di comando, ma d'altra parte nemmeno la rinuncia ai valori tradizionali di riferimento, perchè in caso diverso la lotta antiglobalista perderebbe il suo significato e il suo scopo. Concludiamo questa lunga premessa riportando una curiosità. Sul sito web di Time, www.timeeurope.com, dal quale abbiamo tratto il testo del servizio, era in corso un piccolo sondaggio tra i navigatori, senza pretese di scientificità, che chiedeva di rispondere a una semplice domanda sulla guerra, e al quale abbiamo partecipato. La domanda era "Cosa pensate debba avvenire prima di qualunque attacco all'Irak?". Alle ore 22.15 del 17 gennaio 2003, su un totale di 6.678 votanti, le quattro risposte possibili avevano ottenuto, rispettivamente, le seguenti percentuali di adesione:
Ottenere una nuova risoluzione ONU, 11,2%
Provare che l'Irak possiede armi di distruzione di massa, 21,3%
Gli USA e i loro alleati dovrebbero attaccare appena pronti, 9,7%
Nulla. Nessun attacco dovrebbe avere luogo, in nessun caso, 57,8%