di Paul Rogers

Il controllo dell’area del Golfo Persico, come zona strategica vitale per gli interessi americani, è da almeno 30 anni una delle direttrici fondamentali della politica estera degli Stati Uniti. La ragione sta nell’importanza delle risorse petrolifere della zona: un fatto, questo, cui spesso viene data poca attenzione. L’articolo che pubblichiamo di seguito nella traduzione italiana, è uscito il 27 dicembre 2002 sul sito inglese openDemocracy. L’autore, Paul Rogers, è docente di Peace Studies all’Università di Bradford (GB).

Ora sembra chiaro, alcuni direbbero abbondantemente chiaro, che l’Amministrazione Bush è decisa a mettere fine al regime di Saddam Hussein, ed è francamente difficile vedere come potrebbe essere impedita la guerra. Tutti i segnali politici che arrivano da Washington indicano un conflitto entro i prossimi tre mesi, e ci sono numerose indicazioni del fatto che la fase finale dell’ammassamento delle forze militari è imminente. La guerra è probabile, che il personale dell’UNMOVIC faccia progressi o meno, e il rifiuto immediato dell’offerta di accesso alla CIA fatta dall’Iraq è una ulteriore indicazione del fatto che l’Amministrazione Bush non verrà distolta dal suo scopo. Questo ci riporta a una delle questioni fondamentali che circondano la crisi: perché Washington è così impegnata su questa strada? Articoli precedenti di questa serie hanno messo in evidenza i problemi delle armi di distruzione di massa e dei cambiamenti nella politica Usa della sicurezza quando Bush è arrivato al potere, ma dobbiamo anche guardare da vicino all’importanza delle riserve petrolifere della regione. E’ strano quanta poca attenzione si stia dando a questo aspetto della crisi, ma ciò è dovuto in parte a una mancanza di comprensione dell’importanza delle riserve petrolifere del Golfo. Questo, a sua volta, riguarda una questione di cronologie. C’è un argomento secondo il quale il controllo dei giacimenti petroliferi iracheni da parte degli Usa ridurrebbe l’importanza di una Arabia Saudita potenzialmente instabile e presenterebbe anche una notevole opportunità di investimento per le major petrolifere Usa. Un contro-argomento è che qualunque guerra aumenterebbe il rischio di una perturbazione dei mercati petroliferi, il che si suppone sia una brutta notizia per le società petrolifere. In pratica, questo succede di rado. Durante precedenti periodi di prezzi petroliferi in rapida crescita, come il 1974 e il 1979, molte delle società petrolifere furono in grado di rendere profitti record. Questo era dovuto principalmente alla loro capacità di aumentare i prezzi al dettaglio quasi immediatamente dopo che questi erano saliti al punto di produzione, anche se poteva esserci una catena di distribuzione di 100 giorni. Ad esempio, il petrolio alla fonte poteva aumentare di prezzo del 20%. Questo aumento di prezzo veniva allora trasferito al consumatore entro 15 giorni, lasciando nella catena di distribuzione 85 giorni di valore in petrolio che era stato acquistato al prezzo vecchio ma venduto al nuovo. Nella maggior parte delle circostanze, le società che operano nel campo dell’energia primaria tendono a trarre vantaggio da mercati al rialzo, così, se la guerra prossima porterà a un improvviso aumento del prezzo del petrolio, possiamo aspettarci profitti molto buoni per le società petrolifere entro un anno. Anche così, la crisi irachena non riguarda solo vantaggi a breve termine per le società petrolifere: la oil connection è in effetti molto più preoccupata di tendenze a lungo termine. Per avere un’idea dell’importanza del petrolio iracheno nei decenni a venire, guardatela in questo modo. Prendete tutte le riserve petrolifere conosciute del bacino del Caspio al di fuori dell’Iran, poi aggiungete le riserve petrolifere della Siberia. Aggiungete a queste le rimanenti riserve petrolifere del Mare del Nord e poi includeteci i giacimenti delle West Shetlands. Infine, metteteci le intere riserve petrolifere degli Stati Uniti, compresi i giacimenti dell’Alaska che ancora devono essere sviluppati. Se mettiamo insieme tutte queste, ci avviciniamo abbastanza al 10 per cento di tutte le riserve petrolifere mondiali. L’Iraq da solo ha più di questo, e aggiungendo gli altri stati del Golfo arriviamo vicini al 70% delle risorse mondiali. Questo ci dà un certo senso di prospettiva ma solo sotto forma di un’istantanea. Quello che è molto più significativo è la natura delle tendenze a lungo termine in riserve, produzione e consumo. Quando ci inseriamo questo, abbiamo una indicazione chiara di questa importanza in costante crescita del petrolio del Golfo Persico rispetto a ogni altra parte del mondo. Trent’anni fa, gli Stati Uniti erano praticamente autosufficienti in riserve petrolifere, ma oggi essi importano oltre il 60% dei loro fabbisogno, con le importazioni di petrolio dal Medio Oriente che crescono costantemente. Il riconoscimento di ciò non è nulla di nuovo: fu uno dei fattori decisivi dietro lo sviluppo della originale Forza di dispiegamento rapido quasi 25 anni fa. Inoltre, era una situazione che fu chiaramente riconosciuta dai Repubblicani che arrivarono al potere con Ronald Reagan, 20 anni prima di George W. Bush, e venne chiaramente dimostrata da una delle prime dichiarazioni dell’era Reagan. Ogni anno il comitato degli Stati Maggiori Riuniti Usa diffonde una Military Posture Statement (MPS) per l’anno finanziario successivo. La MPS per il 2004, ad esempio, verrà pubblicata fra un paio di mesi. Nel 1981, subito dopo l’elezione di Ronald Reagan, la MPS per il 1982 fu attesa con ansia come una dichiarazione chiara del "riarmo dell’America" di fronte alla percezione della minaccia sovietica che aveva aiutato Reagan ad andare al potere. La MPS certamente aveva molto da dire sulle relazioni est-ovest, ma il suo capitolo di apertura era, con sorpresa di molti, molto più preoccupato della vulnerabilità crescente degli Stati Uniti ai conflitti per le risorse. Esso descriveva, carta geografica dopo carta geografica, un mondo in cui gli Usa erano sempre più dipendenti da risorse importate: al 93% per la bauxite, al 95% per il cobalto, al 97% per il manganese e al 98% per il columbio e il tantalio. La maggior parte di queste significavano poco per i non esperti, ma sostenevano i meccanismi di una importante economia industriale, e i reaganiani avevano paura dell’ingerenza sovietica in Africa, Asia e in altre fonti di approvvigionamento. Molto più significativa, e sottoposta ad analisi più dettagliata, era la preoccupazione per le risorse petrolifere. Ricordate: ciò avveniva più di 20 anni fa, quando la dipendenza degli Usa dal petrolio importato era molto minore di adesso, tuttavia la Posture Statement entrava considerevolmente in particolari sulle vulnerabilità americane e la necessità di garantire la sicurezza del Golfo. E’ giusto dire che molto di questo era nel contesto della supposta minaccia sovietica alle riserve petrolifere del Golfo, ma era anche nel periodo immediatamente successivo alla rivoluzione iraniana, e i consiglieri per la sicurezza di Reagan si stavano già preoccupando delle "minacce" regionali alle riserve petrolifere del Golfo. Più di 20 anni dopo vediamo la tendenza verso una dipendenza crescente dal petrolio del Medio Oriente come un fenomeno a lungo termine, che si proietta in là nel futuro, ma ciò era già stato riconosciuto agli inizi degli anni ’80. Inoltre, molti dei "falchi" dell’era Reagan degli anni ’80 sono tornati al potere con Bush, spesso in posizioni di maggiore influenza. Perciò, esiste un riconoscimento profondo e diffuso nel cuore dell’Amministrazione Bush del fatto che la più significativa vulnerabilità futura per gli Stati Uniti è la loro dipendenza che cresce costantemente dal petrolio del Golfo. Il Messico, la Colombia e il Venezuela possono essere fonti utili di approvvigionamento, benché di qualità inferiore, e il bacino del Caspio e la Siberia possono aiutare un po’. Queste, tuttavia, sono essenzialmente risposte a breve termine a un problema permanente. Il Golfo Persico è dove si trova il petrolio, e ciò che deve essere fatto è assicurarsi completamente che il Golfo sia controllato in modo sicuro per molti anni a venire. E’ un esempio inconsueto di pensiero strategico, non un fenomeno comune negli ambienti politici, e permea l’Amministrazione Bush a un punto che viene di rado riconosciuto. La crisi con l’Iraq, che adesso sembra arrivare a un punto risolutivo, è parte di una strategia più ampia che riguarda l’influenza a lungo termine sulle riserve petrolifere. Riconoscere questo ci mette in grado di vedere quanto è importante, secondo l’Amministrazione Bush, che venga messa fine al regime di Saddam Hussein e che esso venga sostituito, per garantire un quadro globale più accettabile del potere nella regione.