….della morte di Stalin.
Ricordato da Giuliano Ferrara.
Avevo un anno quando Stalin morì, ne avevo sei quando l’ho visto dormire accanto a Lenin, due sposi, nel Mausoleo della Piazza Rossa. Lenin era d’immagine fredda, grigia, asciutta, borghese.
Stalin un’icona caucasica, satrapesca, orientale, sommersa di fiori luccicanti nell’atrio marmoreo. Imbalsamazione perfetta, illuminazione prodigiosa, devozione infinita della folla. Se il morto della mia infanzia fosse stato John Kennedy o addirittura Kurt Cobain, sarei una persona diversa. Invece, scusate il cinismo, sono uno stalinista.
Un vaccino formidabile. Inoculato come il Salt, con quella increspatura circolare sulla pelle del braccio che testimonia la tua inattaccabilità al vaiolo, il tatuaggio di una generazione a rischio.
Il mio stalinismo immaginario e infantile mi ha consentito di capire, da adulto, che i giochi d’apparato dei partiti comunisti erano diventati una farsa, che la politica è tosta e che non c’era spazio per essere altro se non comunisti o anticomunisti, perché le terze vie sono prima di tutto ridicole. Sono come un fondo di Antonio Padellaro sul giornale fondato da Gramsci, fanno scompisciare dal ridere. Sono come una manifestazione pacifista senza se e senza ma. Sono molto simili a una riunione dell’Ulivo allargato: O a una recensione di Ivano Fossati firmata dal caro Veltroni. O una tirata umanitaria di Bill Clinton alla vigilia dei bombardamenti in Serbia.
Vorrei essere una persona candida, vorrei pensare che la legalità è più importante della politica, che la pace è semplicemente il contrario della guerra, che la leadership è l’esercizio innocente di un servizio al pubblico, che la Chiesa serve a consolare e redimere invece che a educare, dominare e legare. Ma non ci riesco per via di quella visita remota al Mausoleo, quarantaquattro anni fa. La leggenda di Stalingrado, il patto di ferro con Winston Churchill contro l’imbianchino, tutto questo viene dopo, me ne rendo conto, e legittima razionalmente il colpo d’ombra che mi condannò al sentimento tragico dell’esistenza.
Ora che arriva il cinquantenario della morte di quel eccezionale criminale politico che fu Stalin, ricomincerà la tiritera comparatista. Era come l’imbianchino, no, era appena meglio oppure appena peggio. Invece Stalin era molto simile a Stalin. Era georgiano e russo per destino, non austriaco. Alle spalle si lasciò lo Zar, non la Repubblica di Weimar. Nacque in un esperimento bestiale di cui il secolo passato fu la cavia, il comunismo. Crebbe fra i fuochi della prima guerra mondiale e della guerra civile, conquistò Berlino. Alla fine del suo regno non si poteva credere che morte tanti ne avesse disfatti. E come esattore del dolore fu forse il più esigente tra tutti i suoi contemporanei.
Il suo vantaggio è uno solo: fu un incubo, non prometteva sogni.
saluti
ps: c'è qualcuno che gentilmente mi chiarisce chi è Kurt Cobain?




Rispondi Citando