La guerra prossima ventura sembra aver imbalsamato completamente la politica italiana.
In verità, già da tempo il confronto tra maggioranza e opposizione non è più fondato su diversità ideologiche, e nemmeno politiche, ma solamente su questioni marginali, in ogni caso sempre frutto della medesima visione liberaldemocratica.
In questo quadro desolante non deve stupire più di tanto se le due principali coalizioni continuano ad affrontarsi sulla diversa interpretazione dell'indulto e dell'indultino. Oppure se tutta la riforma della giustizia debba o meno ruotare sulla divisione delle carriere o delle funzioni.
Oppure se ancora la devolution, da approvare frettolosamente per evitare un referendum che potrebbe essere ancora più devastante, debba essere ampia o risicata.
Ogni atto di questa farsa consumata nel Palazzo ha avuto la sua prima ballerina, il suo comico e la sua spalla, proprio come in un qualsiasi avanspettacolo.
In ogni caso la politica italiana ha dato il meglio di sé nel dibattito e nel conseguente voto sulla adesione italiana alla guerra atlantica contro l'Iraq.
Ma andiamo con ordine.
L'Italia è da tempo ridotta al rango di una colonia americana in Europa.I governi debbono ricevere il nulla osta da Washington ed il loro servilismo verso il padrone americano è vincolante.
Il gioco delle parti permette però alcune diversificazioni.
Se a Palazzo Chigi sedesse oggi un esponente di centrosinistra, come ai tempi dell'aggressione atlantica contro la Serbia, sarebbe stato facile trovare un accordo bipartisan, perchè il centrodestra è comunque incapace persino di sviluppare un sottile distinguo, quando si tratta di appoggiare le iniziative americane.
Poichè però a Palazzo Chigi ci sta Berlusconi, la sinistra, per salvare il salvabile del suo elettorato, ha comunque tentato di sbandierare una posizione vagamente pacifista, che comunque non disturbasse troppo il manovratore atlantico.
L'accordo bipartisan non si è quindi realizzato, ma l'unità non è stata trovata nemmeno all'interno del centrosinistra.
L'Ulivo, dopo molte acrobazie, è riuscito a presentare una proposta unitaria, ma la parte diessina che fa capo al correntone ha poi votato anche la mozione presentata da Rifondazione, esplicitando in questo modo una crisi che, in tempi mediobrevi, non potrà che portare ad una scissione.
Cofferati sembra ormai essere il grande stratega di questa operazione.Fassino è ormai un segretario dimezzato, come ormai dimezzata è l'influenza di D'Alema nel partito.
E se Cofferati tira da una parte, l'area liberal della Quercia ormai tira dall'altra parte, così, in questa settimana, sono scoppiate le polemiche anche tra Quercia e Il Riformista, il quotidiano semivirtuale da poco apparso all'orizzonte.
La sinistra italiana ha così approvato una mozione contro la legge "senza se e senza ma", ma questo solo formalmente, perchè i continui attacchi contro il partito Ba'ath e Saddam Hussein altro non sono che involontari contributi alla causa atlantica.
D'altra parte la confusione sembra essere proprio l'unica costante in questa sinistra italiana.
Il tempo delle chiacchiere è però terminato.
Tra pochi giorni cominceranno a cadere le bombe sull'Iraq e tutti i politicanti, forse compresa Rifondazione, si augurano una guerra breve. Non per spirito pacifista, ma perchè un rapido successo atlantico permetterebbe a tutti di mantenere le proprie ipocrite posizioni.
Qualche manifestazione per la pace, qualche manifestazione pro Usa e poi di nuovo tutti a casa.
Sarebbe invece imbarazzante una guerra lunga, un nuovo Vietnam.
Ci sarebbe il tempo per prendere posizioni dure, decisioni irrevocabili:quelle decisioni che nessuno vuole in effetti prendere, perchè nessuno vuole diventare reale opposizione ed abbandonare la fetta di potere che si è conquistato.
Così, invece, Cofferati potrà fare il duro e puro e, contemporaneamente, il candidato leader di un Ulivo dove coabitano anche i post-democristiani.
Con un occhio al padrone americano e l'altro agli interessi di bottega, invece, la nave Italia continuerà a navigare sottocosta, a vista, anzi, nella nebbia della sua stessa nullità.