«La cultura del dubbio per difendere la pace»
Gli ebrei italiani di fronte ai preparativi di attacco.
Intervista al presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Amos Luzzatto
Guido Caldiron
«Che cosa le devo dire, il clima di questo momento mi angoscia. Nessuna guerra ha mai costruito la pace e questo vale anche per quella che sembra sul punto di scoppiare oggi. La soluzione ai problemi dell'umanità dovrebbe essere trovata dalla politica e invece è la via militare a continuare ad avere la meglio».
Non nasconde i suoi timori e la sua preoccupazione Amos Luzzatto, il presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane che si dice inquieto sia per la possibilità che si arrivi davvero a un conflitto in Iraq, sia per le possibili e "incontrollabili" conseguenze che un simile scenario potrebbe aprire in particolare per il Medio Oriente.
Quale orizzonte si apre di fronte a noi in questo momento, che cosa potrà accadere e cosa possiamo fare per impedire il disastro?
Credo che nessuno possa prevedere davvero lo scenario che abbiamo di fronte. La guerra si sa sempre come inizia, ma mai come continua. Non voglio dire come si conclude ma proprio cosa può accadere mentre sta ancora avendo luogo. E questo perché si mettono in moto energie, movimenti davvero incontrollabili. Mi desta in particolare molte preoccupazioni la situazione delle persone che conosco e a cui sono legato che vivono in Israele. Credo che però in questo momento più che gli interrogativi che riguardano gli eserciti in campo e l'orizzonte di una guerra che sarebbe decisa ovviamente sulla base della disparità tecnologica tra le parti, intendo la superiorità tecnologica degli americani, dovremmo domandarci come si possono risolvere i motivi che stanno dando il via alla guerra. Su questo punto voglio essere molto chiaro: devo ancora vedere una guerra che risolva un problema. Se esiste una soluzione vera ai problemi del mondo, può essere solo di natura politica. La guerra serve solo a rimandare qualunque soluzione. Sia chiaro, non sto dicendo assolutamente che ha ragione Bin Laden o che ha ragione Saddam Hussein. Solo che bombardare Saddam può servire solo a peggiorare le cose. Inoltre, in questo momento il problema non è chi abbia ragione, quanto piuttosto si tratta di capire come la guerra non sia in alcun caso la risposta ai problemi che l'umanità ha di fronte a sé. Volendo riassumerli in un'estrema sintesi, si potrebbe dire che il primo problema con cui si misura l'umanità è la salvaguardia della stessa vita umana sul pianeta, che è minacciata da fattori che in gran partre dipendono sempre da scelte umane. Si pensi ad esempio al "Protocollo di Kyoto" e all'assenza di una autorità internazionale che possa giungere a decisioni che impegnino tutte le parti in causa. E questo è solo un esempio. Il secondo filone delle problematiche del nostro tempo è quello rappresentato dei diritti dell'uomo. Ne parliamo tanto, anche l'Onu ha una propria "Carta" su questo tema, eppure in molti paesi non c'è n'è nemmeno traccia. Ugualmente si parla molto di democrazia - e quando parlo di democrazia mi riferisco alla possibilità di esprimere le proprie opinioni liberamente, non solo in campo elettorale. Ebbene questi due temi dovrebbero essere al centro della politica, mentre invece oggi prevale una visione militare da tutte la parti, visto che anche il terrorismo è ormai un fenomeno tecnologico, che fa parte del confronto armato che abbiamo di fronte, un confronto, appunto, tra tecnologia militare e terrorismo. Questo senza contare che se in passato il terreno di scontro era locale, ora non è più così, si tratta di un contenzioso che si svolge su l'intero pianeta. Per tutto ciò si dovrebbe trovare una formula politica in grado di affrontare le questioni importanti, e invece credo che siamo ancora molto lontani da una simile prospettiva.
Accanto ai venti di guerra sembra prendere corpo anche una sorta di minaccia culturale, rappresentata dall'enfasi che viene posta sull'idea che si stia assistendo a uno scontro ineluttabile tra le civiltà e le culture. Cosa ne pensa?
Intanto si dovrebbe chiarire chi sono i possibili contendenti di quello che viene presentato con la formula di questo "scontro". Perché se si pensa a una "civiltà" rappresentata dai bastoni contrapposta a un'altra iper-tecnologica, bisogna subito affermare che le cose non stanno così. Da questo punto di vista, infatti, Bin Laden è tecnologico come i suoi avversari. Inoltre quando si descrive un simile orizzonte, si mette tutto insieme. "razza", patriottismo, fede, ecc. E' evidente come si tratti di un terreno molto pericoloso. Stiamo forse parlando di una crociata? Di una guerra tra religioni, tra bianchi e neri, tra lingue diverse? Lo stesso si può dire del dibattito sulla futura Costituzione europea: se si deve ribadire che le radici dell'Europa sono solo quelle cristiane significa, implicitamente respingere tutti gli altri, annunciare uno scontro tra religioni. Quale è ad esempio il mio posto in questo continente, visto che sono europeo ma non cristiano? La stessa Europa ha del resto combattuto nel suo passato sul suo stesso territorio sanguinose guerre di religione...
Per questa via non tornano anche ad affacciarsi le idee e l'ideologia del razzismo, che in Europa sembravano non più proponibili pubblicamente dopo il 1945?
Si e no. Mi spiego con un esempio. L'antisemitismo nazista aveva una base teologica? I nazisti non parlavano degli ebrei come deicidi, ma è vero che il nazismo aveva pur sempre recuperato un'antica matrice ideologica di odio antiebraico presente nella cultura europea. Dire che oggi si può ripetere il passato sarebbe sbagliato, ma bisogna avere molto chiaro in mente come di fronte a problemi nuovi come le grandi migrazioni e i processi di globalizzazione culturale, in molti recuperano tematiche teologiche e razziste di vecchia data, sebbene con una nuova veste.
E' in nome di "sacre" certezze che in questo momento si preparano le armi. Aproposito del rapporto tra fede, cultura e rischi di guerra, lei ha recentemente evocato la figura biblica di Giobbe, segnata profondamente dal dubbio, dall'interrogarsi costantemente anche rispetto ai principi. Ce ne può parlare?
Il tema del mio intervento a cui fa riferimento lei era rappresentato soprattutto da questo: la grandezza della Bibbia è stata quella di inserire nel proprio contesto un libro che solleva dubbi sui principi. Ha canonizzato un libro che esalta la funzione del dubbio: il dubbio è lecito. Giobbe è premiato perché ha dubbi, mentre i suoi amici che non ne hanno, no. In questo senso, il vero problema che le religioni dovrebbero riuscire ad affrontare è quello di non negare i dubbi, ma accettarli, metterli al centro del loro percorso. Anche qui le voglio fare un esempio. Il famoso documento del Vaticano sulla Shoah che definiva il nazismo come un regime anticristiano. Ma come è possibile che dopo venti secoli di cristianesimo l'anticristianità e il paganesimo fossero ancora così forti in un pase importante come la Germania? Ecco, io credo che le religioni possano giocare un ruolo molto importante per la pace, ma lo devono fare fino in fondo, senza timori o remore, ma mettendosi davvero in gioco. I missionari comboniani che partono per l'Africa spiegano che laggiù non vanno a portare il Vangelo, ma a lavorare e condividere le sofferenze della popolazione, per cercare di risolvere i loro problemi...
Da questo punto di vista come valuta gli sforzi di dialogo tra le fedi, anche in direzione della pace?
Credo che a dialogare non siano mai "le religioni", ma gli uomini, che hanno bocca, cervello e lingua per parlarsi. Questo perché gli uomini non si identificano totalmente con la loro religione. Ad esempio Giobbe si interroga e dialoga... Gli uomini parlano e quando parlano sinceramente si aiutano e si danno una mano. E' così che tra una "religione" e l'altra si può evitare la catastrofe. Io avevo un amico che andava sempre in una riserva indiana degli Stati Uniti e raccontava come ogni giorno in quel luogo c'era un momento in cui tutti si riunivano e si raccontavano l'un l'altro ciò che avevano sognato. Ecco, credo che se potessimo trovare il modo di raccontarci i nostri dubbi reciproci, potremmo trovare le soluzioni, magari non ai grandi temi del mondo, ma a quelli che ogni giorno possono significare sopravvivenza o meno per molti di noi.
Liberazione 14 febbraio 2003
http://www.liberazione.it


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