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  1. #1
    SENATORE di POL
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    Predefinito Chi arma l'Iraq e chi fa il soldatino di Saddam dietro le linee "nemiche"

    dal quotidiano di Confindustria:

    " Il Sole 24 ore del 24/02/2003


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    Lo schieramento anglo-americano e' ormai pronto a sferrare il proprio attacco militare decisivo. L'irak ha colmato le perdite del '91 comprando soprattutto radar e sistemi di comunicazione

    Tutti in fila per armare Baghdad
    Il grosso degli stock rimanenti è franco-russo
    Alessandro Politi
    --------------------------------------------------------------------------------

    La lotta contro il traffico illegale di armi convenzionali e di distruzione di massa si conduce in luoghi dove la memoria storica è un culto, l'archivio un'arma multiforme e totale, il documento un bisturi per sezionare le viscere della politica e della corruttela. Anonime scrivanie, grigie casseforti, comitati semisconosciuti e molti occhi affaticati per aver visto troppe carte e troppe verità scomode.
    Per esempio, nei documenti irakeni consegnati dal regime di Saddam all'Onu esiste una lista di ditte che hanno avuto contatti significativi con il governo irakeno per la possibile fornitura di materiali militari convenzionali e missilistici che è stata fatta filtrare al quotidiano berlinese Tageszeitung.
    La serie di nomi è impressionante e il loro occultamento in sede Onu non è stata la migliore difesa contro eventuali disinformazioni. Per gli Stati Uniti troviamo Honeywell, Spectra Physics, Semetex, TI Coating, Unisys, Sperry Corp, Tektronix, Hewlett-Packard, Eastman, Kodak, Rockwell, Carl Zeiss Usa, Intemational Computer Systems, Bechtel, EZ Logie Data Systems Inc. (cui vanno aggiunte altre 50 sussidiarie di ditte straniere operanti dagli Usa e un certo numero di enti governativi americani).
    La Cina è presente con le ditte China Wanbao Engincering Company, Huawei Technologies Co. Ltd e China State Missile Company. La Francia con Aerospatiale, Matra Espace e Thomson Csf La Gran Bretagna con International Computer Systems, Walter Somers Ltd, International Computer Limited, International Military Services, Sheffield Forgemasters, Technology Development Group, International Signal and Control, Terex Corporation, TMG Engineering. L'Urss prima e la Russia poi hanno in elenco: Soviet State Missile Co, Niikhism, Mars Rotor, Livinvest, Russia Aviation Trading House e Anisar Trading.
    Altri Paesi europei sono presenti con Delft Instruments N.V. ( Olanda ); OIP Instrubel, Poudries Réunies Belge SA, Space Research Corp. ( Belgio ); Dotiabat (Spagna); Saab-Scania (Svezia) . La Germania è rappresentata con più di 80 imprese, di cui molte ancora menzionate in documenti irakeni del 2002.
    Ciò che manca nella lista viene integrato da molteplici rivelazioni d'intelligence. Secondo un recente dossier pubblicato da The Times, attraverso compiacenti intermediari in Giordania, Iran, Libano, Siria e Yemen sono (o potrebbero essere) arrivati armi convenzionali più o meno sofisticate (dai radar ai sistemi di comunicazione via cavo, più difficilmente penetrabili dai mezzi d'ascolto Usa) o sistemi di guida missilistici da Corea del Nord, Bielorussia, Bulgaria, India, Repubblica Ceca, ex Jugoslavia (sotto Milosevie), Romania e Ucraina.
    Le conseguenze di questi contatti, molti dei quali probabilmente non andati a buon fine, sono purtroppo serie. Innanzitutto, un mal regolato e sorvegliato commercio degli armamenti continua a produrre pericolosi paradossi, molto simili per natura, se non per entità, a quelli nel 1991, con un Irak armato da Urss e Paesi occidentali.
    In questo senso l'embargo, sia pure allentatosi nell'ultimo quinquennio, ha avuto finora successo, ma non c'è più la scusa della Guerra Fredda a giustificare queste ultime esportazioni. In secondo luogo l'Italia è assente da questo ginepraio, ma il suo buon esempio non è stato seguito e a livello europeo occorre fare ancora molto i per evitare ennesimi giri di valzer ipocriti.
    "

    Cordiali saluti

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  2. #2
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    sempre dallo stesso quotidiano...

    " Il Sole 24 ore del 24/02/2003


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    La colossale crescita degli anni 90 consente agli Stati Uniti di non badare ai costi bellici. Nonostante le attuali difficolta', nel 2003 il mondo dovrebbe crescere a un tasso di oltre il 3 per cento

    Ma la guerra non «tira» lo sviluppo
    Usa, Europa e Giappone vittime delle «bolle»
    Alberto Ronchetti
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    Le incognite legate all'evoluzione della vicenda irakena oggi frenano le economie e zavorrano i mercati . Ma è probabile che tra sei mesi il caso sarà stata chiuso, in un modo o nell'altro. A quel punto il mondo avrà una incertezza in meno e, forse, starà un po' meglio.
    Ma, dal punto di vista economico, neanche tanto. I problemi strutturali in Occidente esistevano anche prima della corsa alla guerra, ricordano gli analisti, sono ancora li e per riassorbirli ci vorrà un po' di tempo. E in ogni caso, per effetto della globalizzazione e della grande "dislocazione produttiva" in corso verso i Paesi in via di sviluppo, I'Occidente dovrà attendersi anni di crescita più modesta rispetto a quella dello scorso decennio.
    I costi delle operazioni belliche, diretti e indiretti, sono ancora difficilmente stimabili. Però saranno certamente pesanti. L'incognita di fondo - blitz o conflitto di lunga durata - è poi la più importante per capire se tutto si risolverà in un mini-shock economico o si evolverà verso una pesante recessione globale.
    Nota spese. Ma vediamo qualche cifra. Il Congressional Budget Office americano lo scorso ottobre aveva avanzato una ipotesi di "nota spese", nel caso di conflitto di due mesi seguito da un'occupazione di un biennio , tra i 55 e i 133 miliardi di dollari a carico del Tesoro Usa . La somma - che comprende i costi di mobilitazione, combattimento, smobilitazione e occupazione varia a seconda della centralità dell'uso dell'arma aerea (opzione meno costosa) o dell'attacco terrestre (più costoso).
    Il beneficio diretto dello sforzo bellico per l'economia americana, scrive un recente studio di Intesa Bci, «potrebbe oscillare, sotto forma di ordini e retribuzioni, tra 10 e 15 miliardi di dollari» . In effetti il defense spending e il brillante andamento degli ordini nel settore difesa (a dicembre +12,2% anno su anno) già da mesi sostengono il bilancio della "corporate America".
    Ma «queste valutazioni - avverte l'ufficio studi d'Intesa Bci - non tengono conto nè del danno causato dall'incertezza e dall'aumento dell'avversione al rischio, nè del costo economico del petrolio più caro». Quanto pesino queste incertezze lo si è visto settimana scorsa, con l'esplosione del deficit commerciale e il calo del superindice Usa accompagnati da una ripresa dei prezzi al consumo. Una miscela potenzialmente esplosiva: economia in stallo e rischi inflazionistici.
    Il conflitto con l'Irak, secondo le stime ufficiose del Fondo monetario internazionale, potrebbe dimezzare la crescita del Pil mondiale nel 2003, abbassandola all'1,5% dal 3% dell'anno scorso, se si prolungasse al di là delle previsioni. Mentre, senza la guerra o con un conflitto rapido e vincente, l'economia globale potrebbe espandersi di oltre il 3 per cento.
    Problemi strutturali. Un 3% comunque differenziato tra Europa e Giappone (molto sotto la media), Usa (un po' meno) e Paesi emergenti (molto oltre). «Le incertezze legate alla variabile Irak certamente pesano e peseranno - osserva inoltre Luca Mezzorno, responsabile della ricerca macroeconomica all'ufficio studi d'Intesa Bci - però per quanto riguarda gli Stati Uniti vi sono problemi strutturali che esistevano già prima dell'acuirsi della tensione internazionale. Questa li ha certo aggravati, ma fattori problematici come l'eccesso di capacità produttiva delle imprese americane, la stagnazione degli investimenti aziendali e l'esaurimento dell'effetto stimolo ai consumi erano preesistenti».
    Mezzomo è comunque cautamente ottimista sull'ipotesi di una "discreta ripresa" nella seconda parte dell'anno. «Il nostro scenario centrale - spiega prevede una rotazione della domanda, con una ripresa degli investimenti industriali che compenserà la diminuzione dei consumi privati».
    Così il Prodotto interno lordo americano potrebbe crescere, secondo le stime Intesa Bci, del 2,7% nel 2003, per poi allungare il passo al 3,6% del 2004. Cifre sicuramente migliori delle previsioni per Eurolandia (1,1% quest'anno e 2% il prossimo), ma ancora lontane - almeno nel breve periodo - dai ritmi a cui ci aveva abituato la "Corporate America" nella seconda metà dello scorso decennio, quando la crescita dell'economia yankee era superiore al 4% annuo.
    «Le cose comunque non vanno poi troppo male - pensa Alessandro Fugnoli, strategist di Abaxbank - Piano, ma l'Occidente sta crescendo: le stime di consenso pongono al 2-2,5% lo sviluppo del Pil americano nel 2003 e all'1-1,5% quello europeo. E soprattutto, cosa che spesso si dimentica, c'è l'altra metà del mondo, quella dei Paesi in via di sviluppo, che vive un boom senza precedenti anche in questo difficile 2003». Dai Balcani alla Cina, dalla Russia alle Filippine, i tassi previsti d'incremento del Pil oscillano tra il 5 e il 9 per cento.
    Un 2% "eroico". «E' in corso - spiega Fugnoli - il più rapido e gigantesco processo di dislocazione delle forze produttive della storia. E questo è un gioco a somma positiva, perchè di fronte a una metà dell'umanità che cresce complessivamente e stabilmente del 7% ponderato all'anno non c'è un'altra metà in recessione, bensì in crescita di un eroico (in questo contesto) 2 per cento».
    Il problema, però, è che le imprese occidentali investono e trasferiscono tutto ciò che possono nelle aree del mondo in via di sviluppo . «Questo fenomeno non abbassa il nostro tenore di vita, perchè lo shock di offerta proveniente dall'Asia produce deflazione per molti prodotti e servizi - aggiunge Fugnoli -. La questione è piuttosto che le nostre aziende si "svuotano" di capitale e non sono da prevedere massicci investimenti come quelli della seconda metà degli anni 90. Questo porrà, almeno per i prossimi anni, un "tetto" alla crescita occidentale, a meno che non si vada su servizi ad alto valore aggiunto».
    Nel complesso, «il mondo globalizzato avrà più prodotti, più occupati, più ricchezza globale e presto anche più capitale, quindi con tassi che faranno tutto fuorchè crescere ». Però, continua Fugnoli, «le Borse occidentali dovranno seguire per qualche anno il ritmo blando di crescita della nostra metà del mondo, accontentandosi di un incremento faticoso degli utili finali».
    Quindi, pensa lo strategist di Abxbank, «sul dopo Irak non bisogna essere eccessivamente ottimisti». Però «si può legittimamente immaginare un "circolo virtuoso lento", con Bush vittorioso su Saddam che suscita una ripresa (moderata, non euforica) delle Borse e sfrutta il momento favorevole per superare la resistenza dei democratici all'approvazione del suo pacchetto fiscale».
    In questo modo, conclude, anche la prevista detassazione dei dividendi «sarà fatta passare in qualche modo al Congresso, dando un'altra spinta ai mercati azionari e stimolando per questa via una modesta ripresa degli investimenti produttivi».
    "


    Saluti liberali

  3. #3
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    dal quotidiano liberaldemocratico IL GIORNALE

    " il Giornale del 24/02/2003


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    Ferrovieri al lavoro per fermare i treni
    Su internet i macchinisti insegnano ai no global come sabotare i convogli. La rivolta si estende anche ai porti - E Casarini attacca Cofferati e Epifani: "I vostri tesserati stanno con noi"

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    Sono i ferrovieri a insegnare ai no global come bloccare i treni carichi di materiale bellico Usa. Le prove si trovano sul sito Internet "antagonista" indymedia: qui i macchinisti spiegano come far scattare il semaforo rosso utilizzando una sbarra di ferro oppure come provocare un cortocircuito senza correre il pericolo di rimanere fulminati.
    Oggi i no global torneranno (dopo la pausa per lo sciopero) all'assalto dei convogli e si preparano attacchi alle navi. Intanto il leader dei Disobbedienti Casarini attacca Cofferati ed Epifani: "I tesserati della Cgil stanno con noi, sono loro a fornirci i piani di viaggio".
    "


    Cordiali saluti

  4. #4
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    Dal quotidiano LIBERO l'Unitá

    Esteri




    24.02.2003
    Il Vaticano durissimo con l'amministrazione Usa: «La guerra preventiva è un crimine»
    di red

    Lezione di diritto internazionale del Vaticano. Lezione indirizzata all'amministrazione statunitense. Monsignor Jean-Louis Tauran, il ministro degli Esteri della Santa Sede, ha ricordato stamane - usando esattamente le stesse parole usate alcuni giorni fa dall'Osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Uniti- che «il diritto internazionale ha messo fuori legge la guerra e che per l'articolo 2 della dichiarazione universale del diritti umani dell'Onu"gli Stati rinunciano alle guerre per risolvere i loro conflitti"». Di più: «La minaccia o l'uso della forza sono proibite», «una guerra di aggressione costituirebbe un crimine contro la pace e un intervento di legittima difesa presuppone l'esistenza di un'azione armata previa».

    Queste cose Monsignor Jean-Louis Tauran, ha detto queste cose ntervenendo al convegno - significativamente intitolato: «Nulla è perduto con la pace» - organizzato dall'Idi. L'arcivescovo francese ha ricordato che «il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite ha la responsabilità principale del mantenimento della pace e della sicurezza intenzionale». «Nessun regola del diritto internazionale -ha detto ancora- autorizza gli stati a ricorrere unilaterlamente alla forza per cambiare il regime o la forma di governo di uno stato solo perchè detiene armi di distruzione di massa».

    «Solo il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite -ha proseguito mons. Tauran- potrebbe decidere in casi particolari che il possesso di armi di distruzione di massa costituirebbe una minaccia alla pace ma questo non vuole dire -che il ricorso alla forza sia l'unica risposta adeguata».

    Il prelato vaticano ha ricordato come l'azione diplomatica della Santa Sede, soprattutto a partire dall'inizio del XX secolo, si sia basata su «diritto naturale, diritto internazionale e Vangelo». Riguardo alla crisi di questi giorni che coinvolge l'Iraq e l'intera regione del Medio Oriente, «tutto per noi deve essere intrapreso e deciso nel contesto delle Nazioni Unite». «Vanno sfruttate tutte le risorse del diritto internazionale e ponderate le conseguenze che un intervento armato potrebbe avere sulle popolazioni civili senza dimenticare le prevedibili reazioni degli altri paesi dell'area che per solidarietà verso l'Iraq potrebbero assumere atteggiamenti estremi».

    No alla guerra preventiva, dunque. «Naturalmente anche i responsabili politici dell'Iraq -ha aggiunto- dovrebbero saper regolare la loro azione politica secondo il codice di condotta che impone loro l'appartenenza alla Società delle Nazioni». Oggi «il diritto internazionale non conosce il concetto nuovo di ordine mondiale che permetterebbe il ricorso alle armi e alla guerra». La Santa Sede, insomma, rimane «profondamente preoccupata» dalla presenza di armi di distruzione di massa «non solo in Medio Oriente».

    Monsignor Tauran ha nuovamente messo in guardia contro qualsiasi intervento «unilaterale» degli Stati Uniti con le stesse parole : «Il
    processo delle ispezioni, anche se può apparire lento -ha ammonito- può portare ad un consenso così largamente condiviso da rendere quasi impossibile scelte unilaterali senza il rischio di un isolamento internazionale».

    «Una guerra generalizzata contro l'Iraq porterebbe dei danni sproporzionati -ha detto ancora- in rapporto agli obiettivi che si prefigge di raggiungere e violerebbe le regole fondamentali del diritto internazionale umanitario», ignorando inoltre la «dimensione giuridica delle relazioni internazionali». Per monsignor Tauran «siamo ben lontani da interessi politici» ma piuttosto «di fronte ad una scelta che ognuno deve compiere fra
    legge della forza e forza della legge».

    La Santa Sede basa la propria strategia su tre canali: «proclamare in modo forte e chairo il suo rifiuto della guerra, incoraggiare il disarmo effettivo e promuovere un ordine internazionale fondato sul diritto e sulla giustizia

  5. #5
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    da www.giornale.it

    " Tolleranza zero contro i blocchi dei no global

    Il Viminale passa al contrattaco. E dichiara tolleranza zero contro le azioni dei no global che vogliono impedire il transito dei treni con le armi statunitensi. Nessuno sconto ai violenti, dunque, con buona pace di Sergio Cofferati che continua a interpretare le istituzioni come se ancora fosse il capo di un sindacato.
    Il ministreod ell’Interno per scongiurare altr azioni dei gruppik che fanno riferimento a Luca Casarini ha dispopsto un piano che copinvolge le prefetture di tutta Italia. i rpefetti dovranno disporre presidi di polizia nelle stazioni e ordinare controlli lungo le tratte ferrovirie e le strade.
    Complessivamente dovrebbero essere almeno mille gli uomini chiamati a garantire la partenza e l’arrivo dei treni e dei Tir che trasportano materiale destinato alle basi militari. Altri contingenti saranno sistemati nei porti, primo fra tutti Livorno, visto che i «No war» hanno annunciato l’intenzione di coinvolgere nella loro protesta anche i lavoratori portuali.
    Saranno modificati gli orari, studiati nuovi itinerari, ma al ministero dell’Interno si sta anche valutando la possibilità di presentare una denuncia nei confronti di quei macchinisti che nei giorni scorsi avrebbero fornito ai Disobbedienti i dettagli sul percorso dei convogli.
    « Si tratta di manifestazioni non autorizzate - spiegano al Viminale - e dunque nei casi più gravi può scattare l’interruzione di pubblico servizio. La consegna del materiale rientra infatti nei trattati internazionali che obbligano il governo italiano a garantire che i carichi arrivino a destinazione ».
    Oltre ai treni, i Disobbedienti sono intenzionati a bloccare Tir e aerei. Per quel che riguarda il trasporto su gomma, si stanno studiando percorsi alternativi che non attraversino le autostrade o comunque le vie di maggior scorrimento. Gli autotreni, guidati da militari, saranno scortati dai carabinieri che nei casi di emergenza predisporranno anche dei controlli a staffetta. Negli aeroporti, già presidiati per l’allarme terrorismo, saranno intensificate le verifiche sui cargo e bloccate tutte le vie di accesso alle piste.

    24 Feb 2003
    "

    Cordiali saluti

  6. #6
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    Dal quotidiano libero "Il Corriere della Sera"
    ESTERI
    Tauran: «Allo stato attuale sarebbe un crimine»
    Vaticano, solo l'Onu può decidere la guerra
    Dura presa di posizione della Santa Sede contro un eventuale intervento militare Usa: decisione tocca a Consiglio di sicurezza
    CITTA' DEL VATICANO - Ferma presa di posizione del Vaticano contro la guerra in Iraq. Per la Santa Sede ogni azione «deve essere intrapresa e decisa nel contesto delle Nazioni Unite»; «solo il Consiglio dell'Onu ha il potere di decidere un intervento armato di legittima difesa, che presuppone l'esistenza di una aggressione previa». È quanto ha sottolineato il «ministro degli Esteri» della Santa Sede, monsignor Jean Louis Tauran, che è intervenuto stamani a Roma ad una conferenza presso l'Istituto Dermopatico dell'Immacolata. situazione attuale, dunque, ha aggiunto Tauran, «una guerra di aggressione unilaterale costituirebbe un crimine verso la pace e una violazione della Convenzione di Ginevra».


    NECESSARIA AUTORIZZAZIONE ONU - «Solo il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite - ha proseguito monsignor Tauran - potrebbe decidere in casi particolari che il possesso di armi di distruzione di massa costituirebbe una minaccia alla pace ma questo non vuole dire che il ricorso alla forza sia l'unica risposta adeguata». Il prelato vaticano ha ricordato come l'azione diplomatica della Santa Sede, soprattutto a partire dall'inizio del XX secolo, si sia basata su «diritto naturale, diritto internazionale e Vangelo». Riguardo alla crisi di questi giorni che coinvolge l'Iraq e l'intera regione del Medio Oriente, «tutto per noi deve essere intrapreso e deciso nel contesto delle Nazioni Unite». «Vanno sfruttate tutte le risorse del diritto internazionale e ponderate - ha osservato Tauran - le conseguenze che un intervento armato potrebbe avere sulle popolazioni civili senza dimenticare le prevedibili reazioni degli altri Paesi dell'area che per solidarietá verso l'Iraq potrebbero assumere atteggiamenti estremi». «Naturalmente anche i responsabili politici dell'Iraq - ha aggiunto Tauran - dovrebbero saper regolare la loro azione politica secondo il codice di condotta che impone loro l'appartenenza alla Societá delle Nazioni». Oggi ha concluso Tauran «il diritto internazionale non conosce il concetto nuovo di ordine mondiale che permetterebbe il ricorso alle armi e alla guerra».
    24 febbraio 2003 DA CORRIERE.IT
    Powell: «Iraq colpevole, è tempo di agire» (23 febbraio 2003)
    Bush: «La seconda risoluzione Onu sarà chiara» (22 febbraio 2003)
    Il Papa a Blair: «Scongiurate la guerra» (22 febbraio 2003)
    Blix: «Distruggete i missili». L'Iraq: «Vedremo» (22 febbraio 2003)
    In rete la sfida dei blog
    di Paolo Salom
    (21 febbraio 2003)
    «Pronti al dialogo, se Usa rinunciano all'attacco» (21 febbraio)
    Rumsfeld: «Tutto pronto per l'invasione» (21 febbraio 2003)
    Bush: colpire Saddam, lezione a tutti i dittatori (20 febbraio 2003)
    Blix all'Iraq: distruggete
    i missili al-Samoud 2 (20 febbraio 2003)
    Frattini: "Non ci sono prove di legami con i terroristi" (20 febbraio 2003)
    Bush: sì alla seconda risoluzione (19 febbraio 2003)
    Annan: «Ispezioni senza limiti di tempo» (19 febbraio 2003)
    Vertice europeo, accordo raggiunto sull'Iraq (17 febbraio 2003)
    Nato, gli alleati trovano l'accordo (17 febbraio 2003)
    Lo scacco dell'Onu divide gli uomini di Bush (16 febbraio 2003)

  7. #7
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    da www.adnkronos.it

    " Forum sociale europeo: mobilitazione nazionale indetta per il 26
    Treni Usa, vagoni pronti per raggiungere Camp Darby
    Appelli dei 'disobbedienti' alla mobilitazione nelle stazioni per il blocco dei convogli

    Grisignano (Vi), 24 feb. (Adnkronos) - Con l'aggancio dei due locomotori, 2656, sono state completate nella stazione di Grisignano di Zocco (Vi) le manovra di composizione del quarto convoglio militare Usa che dalla caserma Ederle raggiungera' la base toscana di Camp Darby. Si tratta di circa 20 vagoni caricati con jeep Humer, camion, escavatrici e una carrozza cuccette. In stazione tutto si e' svolto senza alcuna tensione.
    Dalle frequenze di Radio Sherwood intanto i 'disobbedienti' hanno ripreso gli appelli alla mobilitazione nelle stazioni per il blocco di questo e dei successivi convogli.
    Nella base americana di Camp Darby e' stata rafforzata la sorveglianza ai 15 chilometri di perimetro esterno. Un cordone di pattuglie miste di carabinieri e polizia militare americana a bordo di fuoristrada circondano l'area di raccolta logistica off limits che sorge nel cuore della Toscana, in piena macchia mediterranea nella pineta di Tombolo, rea Pisa e Livorno. Un pezzo d' America, isolato dal resto del mondo, protetta da un' alta recinzione metallica dove cartelli in italiano e in inglese diffidano eventuali visitatori ad allontanarsi.
    Nel frattempo, sono arrivati nella stazione di Grisignano carri ferroviari compatibili con la composizione di un secondo convoglio Us army da caricare con materiale logistico destinato alla base toscana di Camp Darby. L'evolversi della situazione viene trasmessa in diretta da Global Radio, sulle frequenze della padovana Radio Sherwood, da un presidio di disobbedienti.
    Questa mattina era stato il portavoce Luca Casarini ad annunciare forme di protesta 'creative'. E sempre via radio un 'addetto ai lavori' ha suggerito al popolo dei pacifisti una forma 'creativa' di ''boicottaggio attivo dal basso'', spiegando come azionando il blocco di emergenza di qualsiasi convoglio sia possibile amplificare l'eco del dissenso, aggirando la militarizzazione delle stazioni.
    Al momento in Veneto sarebbero due i convogli passeggeri bloccati con l'attivazione del freno di emergenza, uno lungo la linea Monselice e Padova, l'altro sulla Verona-Mantova. Sono stati intanto annunciati, per questa sera, i coordinamenti dei pacifisti di Padova, Verona e Vicenza per preparare la giornata di mercoledi'.
    Intanto, nel corso della riunione del Forum sociale europeo, oggi sono state delineate alcune iniziative per manifestare la contrarieta' del movimento alla guerra in Iraq: una ''giornata, il 26, di mobilitazione in tutta Italia per dire no alla guerra e per fermare i treni che trasportano armi'', un'assemblea nazionale del movimento per i giorni 1 e 2 marzo a Livorno e una manifestazione l'8 marzo di fronte alla base Usa di Camp Darby, tra Livorno e Pisa, seguita da un ''campeggio permanente'' di pacifisti.
    ''Chiederemo ai cittadini di esporre le bandiere, promuoveremo una campagna di boicottaggio alle compagnie petrolifere che fanno riferimento alle multinazionali americane e l'obiezione fiscali alle spese militari'', dice Vittorio Agnoletto.
    ''La nostra disobbedienza ha come riferimento don Milani e non Saddam. Organizzeremo iniziative pacifiche e non violente, la popolazione italiana e' con noi''. Il Parlamento, rileva l'esponente no global ''non ha mai votato l'entrata in guerra dell'Italia''. Quanto al blocco dei convogli ferroviari attuato in questi giorni, ''l'iniziativa non ha provocato disagio ai cittadini, ma ha solo ostacolato i treni che trasportano le armi. ] Abbiamo lanciato un appello all'obiezione di coscienza, chiedendo ai ferrovieri di non trasportare materiale bellico perche' in caso contrario c'e' il rischio di diventare corresponsabili di una scelta di guerra''.
    Condividiamo -prosegue Agnoletto- la scelta della Cgil sullo sciopero dei portuali di Livorno. La possibilita' di fermare, rallentare, intralciare la macchina da guerra e' assolutamente reale''. Il governo italiano ritiri l'autorizzazione all'uso di ferrovie, porti e infrastrutture stradali per il trasporto delle armi. L'Italia -conclude Agnoletto- non e' in guerra e questa e' un'azione di guerra''.
    "


    Cordiali saluti

  8. #8
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    dal quotidiano di Alleanza Nazionale

    " Secolo d'Italia del 25/02/2003


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    Blocchi ferroviari - Il boicottaggio dei "pacifisti" adesso prende di mira i treni passeggeri. Dopo Cofferati, anche Violante lo giustifica suscitando le proteste dei moderati dell'Ulivo. Casini: la causa della pace non puo' essere confusa con l'illegalit

    I Ds "scusano" i violenti
    An chiede fermezza contro i "disobbedienti", il governo vara un piano

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    Roma - Due treni passeggeri bloccati azionando il freno d'emergenza, propositi bellicosi per i prossimi giorni e pericolose incitazioni a fermare convogli utilizzando sistemi ad alto rischio sulle rotaie. I "Disobbedienti di Luca Casarini hanno lanciato una vera e propria campagna di incitazione all'illegalità. Ma il fatto più grave è che da sinistra, anziché ferme prese di distanza, arrivano valutazioni indulgenti o addirittura incoraggiamenti. Dopo Cofferati, anche il "moderato" Violante non sconfessa gli estremisti ma li giustifica, suscitando le proteste dei moderati della coalizione che tuttavia al momento sembrano messi ai margini. Alleanza nazionale è indignata. Gianfranco Fini accusa con parole molto ferme le iniziative del cosiddetto "movimento": "Qui non si tratta di disobbedienza, ma di atteggiamenti che secondo il nostro codice sono eversivi". Fa eco il presidente della Camera Casini: "La causa della pace non può essere confusa con atti illegali". Il governo, dal canto suo, annuncia di essere determinato a garantire la regolarità della circolazione ferroviaria, compresa quella da e per le basi americane, a cominciare da Camp Darby. Misure speciali, ha detto il sottosegretario Alfredo Mantovano, "sono già in atto", anche se ovviamente i dettagli non saranno pubblicizzati.
    "

    Shalom!!!

  9. #9
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    Predefinito Re: Chi arma l'Iraq e chi fa il soldatino di Saddam dietro le linee "nemiche"

    Originally posted by Pieffebi
    dal quotidiano di Confindustria:

    " Il Sole 24 ore del 24/02/2003


    --------------------------------------------------------------------------------
    Lo schieramento anglo-americano e' ormai pronto a sferrare il proprio attacco militare decisivo. L'irak ha colmato le perdite del '91 comprando soprattutto radar e sistemi di comunicazione

    Tutti in fila per armare Baghdad
    Il grosso degli stock rimanenti è franco-russo
    Alessandro Politi ....
    "
    Strano che nel suo articolo di accuse (sacrosante) Politi nomini quasi esclusivamente i Paesi europei che sono contrari alla guerra all'Irak.

    Davvero una strana COMBINAZIONE, non trovate?

  10. #10
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    Predefinito

    Forse la stranezza (eheheheh...) consiste nel fatto che sono prevalentemente i "contrari a disarmare Saddam" con la forza ...ad essere i suoi fornitori principali di armi e sistemi di difesa e attacco.

    Saluti liberali

 

 

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