GUERRA
GERUSALEMME IN UNA SITUAZIONE SEMPRE PIÙ IMBARAZZANTE

SHARON STA CON BUSH,
GLI ISRAELIANI NO

Nel Paese cresce il fronte che non ritiene la guerra la soluzione migliore per risolvere la crisi mediorientale.



La grossa sorpresa è giunta da un sondaggio: nonostante la posizione ufficiale del Governo israeliano, schierato a fianco degli Usa, solo il 46 per cento degli israeliani crede che Bush debba attaccare l’Irak al più presto, mentre il 23 per cento ritiene che gli Stati Uniti debbano attaccare solo qualora fallissero tutti i tentativi di mediazione e se gli ispettori delle Nazioni Unite entrassero in possesso di prove inconfutabili sull’esistenza di armamenti di distruzione di massa da parte dell’Irak. Il 20 per cento degli israeliani si oppone decisamente a un attacco americano, e si dice estremamente preoccupato per le ripercussioni che una nuova guerra del Golfo avrà sull’intera area.

Durante le manifestazioni contro la guerra che si susseguono a Tel Aviv, sempre più spesso vengono pubblicate le lettere scritte dai refusnik, cioè i militari israeliani che stanno scontando in prigione la pena prevista per chi si rifiuta di prestare servizio nei Territori, che invitano i soldati americani e inglesi a seguire il loro esempio.

Nonostante la posizione di Israele sia molto influenzata dal conflitto con i palestinesi, nonostante Saddam appoggi la rivolta armata palestinese e l’uso di terroristi suicidi, e per questo sia visto come uno dei principali nemici di Israele, le incertezze della popolazione rispetto alla guerra crescono. Il Governo di Gerusalemme tenta di far credere che il dopo Saddam porterà a un periodo positivo per tutti, che vedrà l’eliminazione politica di Arafat e quindi la diminuzione della crisi economica e della violenza palestinese; una serie di eventi la cui realizzazione viene considerata possibile soltanto da una parte dell’opinione pubblica israeliana.

Israele si colloca quindi su una posizione di mezzo tra quella interventista americana e quella europea più attendista, se non addirittura contraria alla guerra, con l’unica eccezione della Gran Bretagna di Tony Blair.

La stampa israeliana ha dato notizia della visita in Vaticano del premier britannico, evidenziando come anche il Santo Padre abbia preso atto che la grave situazione irachena deve trovare una soluzione, naturalmente pacifica.

Sul fronte interno Sharon ha tentato di trascinare la costituzione della nuova coalizione governativa fino all’attacco americano, nel tentativo di dar vita a un Governo di unità nazionale con i laburisti, partito che ha più volte detto di non avere alcuna intenzione di appoggiare il Governo Sharon, manovra che non gli è stata possibile.

Addio piano di pace

Il premier ha quindi accelerato i tempi, costituendo un esecutivo con il partito Shinui, il Partito nazional-religioso e il Fronte nazionale: una coalizione di Centrodestra che, stando alle posizioni dei diversi partiti che la formerebbero, avrebbe però ben poco da spartire con il piano di pace al quale Bush intende mettere mano subito dopo la prima fase della guerra all’Irak.

I nuovi sviluppi, l’imbarazzante situazione degli americani rispetto alle Nazioni Unite, i milioni di manifestanti contro la guerra, non assicurano che il presidente degli Stati Uniti possa rispettare i tempi della sua agenda mediorientale, né tantomeno risolvere la crisi economica e di sicurezza che in Israele si aggrava ogni giorno.

L’unica possibilità di Sharon di sottrarsi alle forti pressioni americane sarebbe convincere i laburisti a sostenere stabilmente la sua coalizione.