Perché nessuno scandalo se Chirac riceve Mugabe?
G li atlantisti duri e puri si erano molto indignati per il veto della Francia, del Belgio e della Germania a che si aprisse automaticamente l’ombrello protettivo della Nato a difesa della Turchia in caso di guerra all’Iraq. Ma, una volta caduto il veto, la stessa Turchia, che pure s’era per conto suo fortemente adombrata per la «scortesia» francese, belga e tedesca, ora alza il prezzo della propria collaborazione logistica alle truppe americane: vuole 32 miliardi di dollari, invece dei 26 offerti dagli Stati Uniti. I pacifisti puri e duri si erano molto compiaciuti dell’opposizione della Francia alla guerra americana a Saddam, e ne avevano eletto il presidente Chirac a paladino dell’unità e della dignità europea di fronte all’«arroganza» dell’America «imperialista» di Bush, insensibile ai diritti umani calpestati dai dittatori amici dell’Occidente. Ma, ora, Chirac, alla ricerca del sostegno africano nel Consiglio di Sicurezza, riceve a Parigi con tutti gli onori il presidente dello Zimbabwe, Robert Mugabe, un tiranno al quale l’Unione europea ha comminato delle sanzioni e vietato di mettere piede in Europa per le sue sistematiche violazioni dei diritti umani. In Italia, i parlamentari dell’Ulivo hanno votato, per puro calcolo di politica interna, contro la mozione della maggioranza sull’Iraq, sostanzialmente analoga a quella approvata in sede Ue dal loro futuro leader, Romano Prodi; poi, come non bastasse, una parte di quei parlamentari ha votato anche la mozione di Bertinotti, che dice esattamente l’opposto di quella dell’Ulivo che essi stessi avevano approvato. C he piaccia o no agli atlantisti e ai pacifisti puri e duri, così va il mondo. Mi scrive il lettore Alberto Belcamino: «Nel suo editoriale "Il bellicista inesistente", riaffiora, come è nel suo stile (che io considero una virtù), il legame che cerca di costruire tra fatti empirici e la loro discendenza da principi filosofico-politici di stampo naturalmente liberale. Stabilisce quindi tale connessione secondo il metodo kantiano: rapporto tra sensazioni empiriche da un lato e ragione che opera riconducendo la materia del mondo dentro le categorie della "relatività" e della "possibilità", in quanto facoltà dell’intelletto. Essendo quindi contrario alle verità assolute, di cui sarebbero portatrici le masse che si mobilitano per la pace (da qui il loro trascendentismo metafisico) lei oppone una ratio che pensa sulla base dei fatti empirici, stigmatizzando coloro che vogliono muovere la piazza contro il governo o l’area politica istituzionale, sede naturale dell’esercizio della Ragione, anzi delle contrapposte ragioni».
«Nel suo schema non v’è cittadinanza, dunque, per coloro i quali fanno opera di mediazione (tra società civile e Stato) e si lasciano andare a pratiche assemblearistiche che si pongono, di per sé, sul terreno della metafisica e dell’assoluto (...) A questo punto, nel suo schema intellettuale trovano posto solo le opposizioni rappresentate dagli interessi dei diversi governi, ma non le contraddizioni della società civile mondiale, espresse dalle lotte di milioni di uomini che contestano, con Ragione, la Ragione dei governanti mondiali, divisa solo sul terreno della distribuzione del potere nel mondo».
Caro Belcamino, pur contestandomi, meglio lei non avrebbe potuto dire. Così va il mondo. Quanto, poi, alle contraddizioni della società civile, ricordo che, fra Cristo e Barabba, la società civile scelse Barabba. Viviamo, fortunatamente, in un mondo imperfetto; perfettibile, ma imperfetto. Dio ci guardi da chi lo vuole perfetto.
postellino@corriere.it




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