del prof. Romeo Sgarbanti


Pubblichiamo integralmente l’articolo del prof. Romeo Sgarbanti apparso su Chiesa Viva del mese di ottobre 2002.

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Qualora sia condiviso il dossier sulle "Situazioni ostative all’ingresso della Turchia nell’Unione Europea", si rende quanto mai opportuno un approfondimento delle modalità per evitare l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea.
Un diplomatico polacco, Cristoforo Warszewicki, nel 1593, osservò argutamente, ma con acutezza, che l’Europa non era capace di vincere i Turchi, poiché essa somigliava al drago della favola dotata di una sola coda e di diverse teste, mentre il Turco era il medesimo drago, ma dotato di più code (per colpire) e di una sola testa (una unica e coerente strategia), di guisa che tutte le sue code dovevano andare sempre dietro l’unica testa. L’osservazione mantiene una sua attualità e la questione turca merita di essere valutata nelle forme odiernamente assunte.
Le considerazioni, che seguono, sono da considerare tracce per opportuni approfondimenti politici.
1. - Un primo ordine di problemi riguarda le argomentazioni, o per essere più precisi, l’unica argomentazione per cui la Turchia dovrebbe entrare in Europa: il suo ingresso servirebbe a garantire la stabilità e la pace nell’area sudorientale.
Questa funzione di baluardo orientale è venuta meno dopo il processo di dissoluzione dell’U.R.S.S., in partenza dal 1989.
Il 1990 è l’anno della svolta radicale nella politica mondiale americana.
Le sei repubbliche islamiche del Centro Asia si rendono indipendenti da Mosca. Le stime americane valutano che i giacimenti petroliferi di quest’area potrebbero superare quelli del Medio Oriente.
La Turchia diventa strategica per gli USA, essendo intermedia tra i due grandi bacini petroliferi del Medio Oriente e del Caspio. Le basi americane in Turchia sono strategiche per tenere sotto controllo militare il Medio Oriente, e la Turchia diventa ulteriormente indispensabile agli USA per porsi in alternativa alla Russia nell’influenza politica sulle repubbliche centro asiatiche, musulmane e turcofone, così da essere agevolata nell’ottenere lo sfruttamento delle risorse petrolifere in consociazione con tali regimi turcofoni.
In Turchia soffiano i venti dello sciovinismo panturco, e la classe militare politica rinviene, in questa circostanza, l’occasione storica per ristabilire la propria influenza, già dell’Impero ottomano, nei Balcani e nel Centro Asia. L’interesse della Turchia ha il placet dell’OCI, Organizzazione della Conferenza Islamica, il blocco politico di tutti gli Stati e le entità politiche musulmane, che già nella Conferenza di Lahore del 1974 si era proposta una progressiva azione di islamizzazione dell’Europa, approfittando delle libertà democratiche e delle aperture economiche europee indotte dal petrolio, per trasformare in invasione demografica l’iniziale contenuta immigrazione di musulmani.
Scatta un asse politico-militare tra Turchia ed USA, la quale accetta, in cambio della sua egemonia mondiale sulle risorse petrolifere, di favorire, con il disegno sciovinista panturco, anche la tragica conseguenza dell’islamizzazione d’Europa.
Questa svolta radicale degli USA ribalta il rapporto con gli Stati d’Europa, la quale da alleata passa al rango subalterno di protettorato politico militare: "La dominazione americana dell’Europa è assiomatica" (Zbigniew Brzezinski). L’Europa incomincia a subire le imposizioni americane di cui, strano a dirsi, il politico che ne intuì, con lungimiranza, gli effetti devastanti, fu il defunto presidente francese Francois Mitterand, che, in un’intervista al giornalista Georges Mare Benamon, ebbe a dichiarare:
"La Francia non sa, ma noi siamo in guerra con l’America. Sì, una guerra permanente, una guerra economica, una guerra senza morti. Sì, sono molto duri gli americani, sono voraci; essi vogliono un potere da non dividere con altri. Una guerra sconosciuta, una guerra permanente, senza morti apparentemente, pur tuttavia uccide! Gli americani vogliono mandare i Turchi a bombardare i Serbi".
Ma poi, essi hanno dovuto farlo direttamente, coinvolgendo, attraverso la Nato, gli stessi europei, per non creare un ostacolo politico insormontabile all’ingresso della Turchia nell’Unione Europea. L’Europa, per essere costretta al suo ruolo subalterno politico-militare, viene condizionata economicamente dagli USA con le armi della finanza. Inutile, quindi, fingere di non vedere: "caro petrolio" e "caro dollaro", salvo intermittenti armistizi, sono i segni del sotterraneo conflitto USA-Europa.
L’asse di ferro USA-Turchia, con le sue ripercussioni anti-europee, parte con la legge101-513 per lo stanziamento di fondi per operazioni internazionali conseguenti a tale accordo. Il 5 novembre 1990, il Congresso degli Stati Uniti, approvando tale legge, ha dato il via alle iniziative capaci di provocare lo smembramento della repubblica federale socialista di Jugoslavia, onde aprire la strada alla creazione di entità politiche balcaniche filo-turche, ben sapendo di dover provocare sanguinose guerre civili. Le azioni impostate hanno avuto, infatti, una forza dirompente dell’unità iugoslava, sfruttando le contrapposizioni nazionalistiche ed etnico-religiose. In breve, ciò che è stato operato in forza dei dispositivi della legge 101-513:
a) immediatamente, senza alcun preavviso, si è tagliato ogni aiuto, credito e prestito degli Stati Uniti, provocando l’interruzione di crediti e prestiti anche da parte della Banca Mondiale, del Fondo Monetario Internazionale e di altre istituzioni finanziarie internazionali, strangolando così l’economia di un Paese indebitato e privo di moneta forte;
b) richiesta di elezioni separate in ognuna delle sei repubbliche federate, e l’approvazione delle procedure elettorali e dei risultati prima di ripristinare aiuti non più allo stato federale, bensì ad ogni singola Repubblica;
c) solo le forze, valutate dal Dipartimento di Stato USA come "democratiche", avrebbero ricevuto finanziamenti. Queste operazioni, movimentando i piccoli partiti nazionalisti favoriti dai fondi americani, e organizzando apertamente le milizie islamiche in Bosnia e Kosovo, si sono proposte l’affondo della Serbia che si opponeva allo smembramento.
La storia della frantumazione iugoslava è da riscrivere dal momento che gli Stati europei sono intervenuti successivamente per timore di contraccolpi, restando estranei all’intervento americano che, a sua volta richiedeva, dopo aver innescata la deflagrazione iugoslava, la copertura europea. Gli Stati europei si sono così assoggettati ad un’operazione politica, che, come è stata svolta, ha destabilizzato i Balcani e vi ha introdotto la Turchia come potenza regionale balcanica contro gli interessi europei.
Gli USA, non contenti di ciò, hanno premuto e stanno premendo per l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea.
I Governi europei, seguendo una linea iniziale prudente, si sono limitati a concedere l’ingresso alla Turchia nell’Unione Doganale Europea, consentendo la libera circolazione di prodotti e di servizi nell’area europea. Questa apertura è da considerare un limite, oltre cui non andare, se l’Europa non vuole essere balcanizzata e libanizzata.
Ammesso che i politici non credano alla finzione di "cavallo di Troia" della Turchia per un disegno di prevalenza islamica in Europa, non possono però disattendere altri riflessi del panturchismo turco destabilizzanti per l’Europa.
Riguardo alla Cecenia, la Russia ha accusato ripetutamente la Turchia di appoggiare i guerriglieri ceceni, addebitando in diversi episodi una indulgenza sospetta di favoreggiamento. Ed anche di aver fornito ai ceceni impianti con tecnologia americana per la costruzione di quattro raffinerie clandestine. Peraltro, un esponente turco, Muharrem Karsli, ha dichiarato senza ricorso ad eufemismi: "I ceceni si battono per noi turchi, essi, in questa guerra, lavorano più per noi che per loro stessi".
Infine, vi sono in essere gli scottanti problemi dei curdi e della situazione cipriota: questioni laceranti che l’Europa finirebbe per portarsi in casa accettando la Turchia nell’Unione Europea.
2. - Un secondo ordine di problemi riguarda i criteri stabiliti a Copenaghen (giugno 1993) per l’ingresso nell’Unione Europea, che sono da considerare selettivi soltanto per l’ammissione di paesi dell’Europa orientale, cioè dell’Europa continentale, con i quali, pur nella diversità di tradizioni storiche intervenute, permane secolare affine civiltà. Lo Stato turco, oltre alla non appartenenza territoriale all’Europa continentale, è uno stato islamico. L’aggettivo islamico, non è un attributo superfluo, poiché qualifica una condizione di totalitarismo politico sulla base di un assolutismo religioso. La Turchia non è e mai potrà essere (salvo ripudio dell’Islam) uno Stato di diritto ed uno Stato democratico.
Non è uno Stato di diritto, poiché in Turchia non c’è libertà di coscienza, non c’è libertà religiosa, non c’è libertà di opinione, non c’è libertà artistica, non esiste una libera circolazione di idee e di dottrine alternative all’Islam politico.
Non è uno Stato democratico, poiché la laicità, come autonomia nella formazione della volontà generale dello Stato da assolutismi ideologici e confessionali, è rigettata dal diritto islamico, la cui fonte primaria è il Corano, ed esso costituisce un diritto parallelo e fondamentale superiore al diritto costituzionale. La Turchia ha firmato fittiziamente i trattati europei sui diritti umani, che regolarmente non trovano applicazione al suo interno in ciò che contrastano le concezioni islamiche: come la non uguaglianza tra uomo e donna, tra fedele islamico ed infedele cristiano, la precedenza della norma coranica sulla norma positiva nei comportamenti individuali, ed altro ancora.
In definitiva, l’applicazione dei criteri di Copenaghen alla Turchia rischia di tradursi in un tradimento dei principi, scritti e non scritti, che sono alla base dei trattati europei.
Infatti, si sta tentando di varare una colossale operazione di ipocrisia formale sulla base di una "convenzione politica" (frutto di diplomazia segreta tra U.S.A. ed U.E.), che porta a considerare democratica la Turchia, non perché lo sia, e nemmeno perché lo possa diventare, ma nella direzione di una "democrazia inclusiva", ovvero di un processo di inglobamento di norme senza che abbiano possibilità di essere efficacemente applicate. Cioè, ci si accontenta che la democrazia turca sia una democrazia intenzionale, ovvero che sia almeno un regime "decente", le cui istituzioni rispettino certe condizioni di giustizia politica, come l’abolizione della pena di morte.
Queste valutazioni restano confermate dagli stessi esponenti turchi. Il Premier Bulent Ecevit ha dichiarato che la Turchia islamica entra in Europa senza subire un condizionamento politico (vale a dire il cambiamento da un regime islamico a quello democratico), lasciando al vice presidente Sevket Bülent Yannici completarne il senso: "L’Islam sunnita è consunstanziale all’identità turca".
3. - Un terzo ordine di problemi concerne le gravi incompatibilità che impediscono l’ingresso della Turchia in Europa.
Una insormontabile difficoltà è data dall’appartenenza della Turchia all’OCI, Organizzazione della Conferenza islamica. L’OCI è il blocco politico di tutti gli stati islamici, nel cui ambito vengono fissati obiettivi politici comuni, come quello definito a Lahore, nel 1974, di islamizzare l’Europa, considerata l’area chiave da conquistare per procedere verso un’egemonia universale dell’Islam.
Dopo l’abolizione della carica di califfo (1924), si è formato nell’Islam un movimento di opinione per rinvenire una forma sostitutiva, di cui l’OCI è il risultato, occupandosi non solo di tutti i problemi religiosi e politici del mondo islamico, ma altresì delle minoranze islamiche in Stati non islamici. Pertanto l’OCI rinverdisce le funzioni del califfo, assumendone l’eredità nella forma di struttura collettiva, simbolo dell’unità dei musulmani e loro guida. L’OCI-Califfato opera in stretta unione con la "Lega del mondo islamico", cui sono affidati funzioni rientranti nel "progetto panislamico" (cioè l’ideologia del panislamismo sottesa all’Ummah musulmana) in collegamento con il "Consiglio internazionale supremo per le moschee". Dall’OCI-Califfato dipendono il "Fondo islamico di solidarietà", la "Banca islamica di sviluppo" e la "IINA-Agenzia islamica internazionale di stampa". Il mondo islamico preme perché, come sua espressione unitaria, all’OCI sia riservato un seggio nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
L’OCI-Califfato non è una semplice alleanza a rilevanza internazionale, ma è il vertice dell’Ummah, la cupola del blocco politico islamico.
Un’altra insormontabile difficoltà è il carattere totalitario dell’Islam, di cui la Turchia è parte inscindibile. I canoni ideologici, che sono costitutivi dell’identità turca sono il turchismo, cioè una distinta identità etnica turca e l’islamismo, ovvero l’adesione comune all’Ummah quale comunità mondiale dell’Islam. Turchificazione e islamizzazione sono elementi inseparabili.
Si deve evidenziare il drammatico rischio nell’accogliere una nazione come la Turchia, impregnata di un’ideologia che ha coniugato islamismo e nazionalismo. Il suo nazionalislamismo, pur con tutte le contraffazioni di facciata, subordina ogni ordine e piano nella società ad un potere ideologicamente dispotico, che ad esso si sovrappone.
È venuto, quindi, il momento di prendere atto dell’ipoteca totalitaria islamica sull’Europa, in quanto il nazional-islamismo turco è irreformabile e irreversibile, assolutamente antitetico alla civiltà politica dei popoli europei: e lo ha crudelmente confermato pochi decenni fa nell’occupazione parziale di Cipro, distruggendo tutte le chiese cristiane ed ogni segno della civiltà europea, uccidendo e scacciando la popolazione indigena per colonizzare il territorio con immigrati dell’Anatolia, imponendo con la forza l’assolutismo islamico.
In definitiva, relazioni economiche e militari non bastano da sole a creare una fusione tra popoli. Il Giappone ha sicuramente assimilato elementi del progresso e della civiltà europei in misura ampiamente maggiore della Turchia. Eppure, nessuno penserebbe di cooptare il Giappone nell’Unione Europea per le influenze ricevute dall’occidente, poiché la mentalità e la civiltà giapponesi restano tipicamente asiatiche.
Il discorso vale, in forma più marcata, per la Turchia, che resta collocata storicamente e culturalmente nell’Islam, cioè in una cultura ed in una forma mentis che respinge ogni forma di integrazione, nonché elementi derivabili dalla cultura dei popoli europei, avvertiti come una contaminazione dell’Islam.
Chi fa parte dell’Europa deve condividere valori e civiltà: la Turchia non avrà mai il senso di appartenenza ad un progetto comune!



Romeo Sgarbanti, Chiesa Viva, ottobre 2002