Sono convinto che il cosiddetto movimento no-global esprima sia pur confusamente un'esigenza sacrosanta: quella di contrastare il progetto di omologazione culturale e di spartizione iniqua della ricchezza che accompagna il processo di globalizzazione in atto; sono parimenti convinto che liquidare le ragioni del suddetto movimento accusandolo di estremismo, di propensione alla violenza o di nostalgie per i fantasmi dei secoli passati sia un mezzuccio della propaganda liberal-liberista per negare legittimità alle critiche rivolte contro la globalizzazione.
Premesso ciò, ritengo doveroso indicare sinteticamente i motivi per cui il movimento in questione, così come si è venuto configurando da Seattle fino a Firenze, mi pare contraddittorio e incoerente e quindi, in definitiva, incapace di opporsi validamente al fenomeno che esso dichiara di voler combattere.
Già dovrebbe dar da pensare il fatto che il movimento no-global si autodefinisca mediante un sintagma anglosassone, dimostrando così una passiva accettazione di quella che è diventata la lingua ufficiale del gobalismo; osservazioni analoghe si potrebbero fare circa l'assunzione,da parte di molti suoi membri, di elementi culturali di provenienza statunitense o comunque di gusto "globale".
A parte le questioni non certo secondarie di linguaggio e di stile, ciò che spesso emerge dalla galassia no global è un'adesione sostanziale ed acritica a quegli stessi pesupposti ideologici che ispirano la globalizzazione, tant'è vero che alcune componenti del movimento hanno riprodotto elaborazioni teoriche relative alla "globalizzazione possibile" o alla "democrazia globale" ed hanno proposto denominazioni che rivelano aspirazioni molto pcoo antiglobaliste.
D'altronde, sarebbe irrealistico attendersi un coerente e radicale rifuuto della globalizzazione da parte di un movimento in cui sono piuttosto evidenti i lasciti di un cosmopolitismo d'origine illuministica, i cascami di uno pseudouniversalismo evangelico più o meno secolarizzato, i residui dell'utopismo internazionalistico e , in genere, le manifestazioni di quella che Heidegger denunciava come la "universale fraternizzazione priva di consistenza", vale a dire tutta una serie di sintomi di quel medesimo spirito egualitaristico, omologatore e livellatore che trova oggi la sua versione più aggiornata e più virulenta proprio nell'ideologia della globalizzazione, cioè nel mondialismo.
In altre parole, i veri oppositori della globalizzazione non possono certo essere coloro che più o meno consapevomente ne condividono i presupposti mondialisti e si limitano a polemizzare sui metodi e sulle modalità anziché contestare il fatto in sé, o addirittura si pongono l'obiettivo di "globalizzare la globalizzazione, cancellandone le principali asimmetrie", per citare la formula di un esponente della sinistra parlamentare italiana; una formula che, al di là del grottesco linguaggio democratichese in cui è espressa, riecheggia significativamente le tesi di un neoconvertito alle tematiche new global: lo speculatore planetario George Soros, interessato fautore della "società aperta" di popperiana memoria e promotore di sospette attività "filantropiche".
L'omologazione culturale, politica e giuridica del pianeta trova invece i propri antagonisti autentici e radicali in quelle realtà che il fondamentalismo occidentale, ammaestrato dai teorici dello "scontro delle civiltà", ha indicate come i principali obiettivi da colpire: le culture tradizionali, comunitarie e identitarie, basate sulla spiritualità e il radicamento. I popoli che le rappresentano, trovandosi in prima linea contro la superpotenza globalizzatrice, combattono e muoiono anche per noi Europei, che da oltre mezzo secolo subiamo da parte del loro medesimo nemico un'occupazione militare, politica, culturale ed economica che sembra non debba avere mai fine.
Ecco perché, nell'imminenza dell'aggressione atlantica contro l'Iraq, un movimento antiglobalista degno di questo nome dovrebbe respingere quel pacifismo generico e ipocrita che spesso tende a mettere sullo stesso piano l'aggressore e l'aggredito e dovrebbe schierarsi decisamente al fianco di coloro che l'imperialismo ha individuato come i propri nemici.
Claudio Mutti




Rispondi Citando
