Nei giorni scorsi abbiamo assistito all'alleanza di centrodestra fra il Likud del primo ministro Sharon, i laici di Shinui e il partito religioso dei coloni, raggiungendo la maggioranza di un soffio, 61 seggi sui 120 della Knesset (parlamento), e secondo i commentatori israeliani non promette molto di buono per il processo di pace e per il risanamento economico del paese. Sharon aveva stravinto le legislative del 28 gennaio, guidando il Likud alla maggioranza relativa: 38 seggi, il doppio degli avversari laburisti.
Ma il vincente "morale" del voto, tuttavia, è stato un piccolo partito di centro, Shinui ("Cambiamento"), che ha triplicato i seggi, diventando di colpo la terza forza politica nazionale e la chiave di questa futura coalizione di governo.
Il programma elettorale è stato alquanto rivoluzionario: "Metter fine a mezzo secolo di dittatura in Israele da parte della minoranza religiosa sulla maggioranza laica". Il suo leader, che ora siede al tavolo delle trattative con lo sterminatore di Sabra e Chatila, è un certo Tommy lapid, 71 anni, uno dei giornalisti televisivi più popolari dell'entità sionista.
Lapid ce l'ha con gli "Haredim", gli ultra-ortodossi vestiti di nero, "che non lavorano, non fanno il servizio militare, non pagano le tasse, si fanno mantenere dallo stato", dice, "e impongono le loro norme di vita agli israeliani che lavorano, fanno il servizio militare, pagano le tasse".
Il suo partito si prefigge due obiettivi. Da un lato vuole cancellare i privilegi di cui godono gli ebrei devoti: privarli dell'assistenza pubblica, obbligarli ad arruolarsi, a trovarsi un lavoro, a pagare le tasse. Dall'altro intende abolire le innumerevoli restrizioni che il rabbinato impone alla popolazione: il divieto nel giorno di shabbat di tenere aperto un caffè, un ristorante, uno shopping-center, o di far circolare i mezzi pubblici; le varie regole della cucina "kasher", purificata, che proibiscono certi cibi o la mescolanza tra determinati alimenti; l'ingombrante presenza della religione, "dalla culla alla tomba", nella vita degli israeliani.
Gli avversari di Lapid lo accusano di aver dichiarato guerra alla religione, lo definiscono un antisemita intenzionato a distruggere l'ebraismo. "Spero che quell'uomo si trasformi in cenere" (giocando sul fatto che lapid in ebraico vuol dire "fiamma"), tuona Shalem Cohen, rabbino di Shas, uno dei tre partiti religiosi che siedono in parlamento (e il più tradizionalista dei tre). "Io sono ebreo e israeliano", dice con orgoglio Lapid, "non permetto a nessuno di mettere in discussione le mie radici o la mia identità. la verità è che Shinui non prepara nessuna guerra di religione. La religione in questa storia non c'entra nulla. E' una questione di diritti e doveri".
Qualcuno sostiene che Lapid non tiene in debito conto il ruolo svolto dalla religone in duemila anni di diaspora, in cui è stata il grande collante che ha impedito agli ebrei di assimilarsi e scomparire. Ma è vera anche un'altra cosa: contrariamente all'opinione che molti hanno di Israele, questo è un paese dove i credenti, in particolare i ferventi praticanti dell'ebraismo, sono una ristretta minoranza. Gli ultra-ortodossi son appena mezzo milione, il 10 % scarso della popolazione. compresi loro, gli ebrei che si definiscono "religiosi" sono sì e no il 40 %. La maggioranza, il 60% degli israeliani, sono invece laici. Non rispettano lo shabbat, mangiano di tutto, sono insofferenti alle restrizioni, protestano perchè di sabato non circolano autobus, treni, aerei. Loro il sabato vogliono andare in spiaggia e in discoteca, non al muro del Pianto.
"Libera Sinagoga in libero Stato": la sua richiesta si potrebbe riassumere così. Ma finora non è stato possibile. David Ben Gurion, il fondatore d'Israele, laico fino al midollo come del resto tutti i suoi predecessori sulla poltrona di primo ministro, era convinto che a poco a poco gli ultra-ortodossi con barba e treccine sarebbero scomparsi, una volta usciti dai ghetti e approdati in uno Stato loro: uno Stato ebraico.Invece non è accaduto: Gli "Haredim" si sono moltiplicati e hanno aumentato la loro influenza sulla vita politica nzaionale.

Valerio Febbo

Tratto da Rinascita